Destino
di un’opera e del suo autore
Opera
cardine del teatro musicale del secondo Ottocento, la Carmen
di Georges Bizet (1838-75) andò in scena all’Opéra-comique
di Parigi il 3 marzo 1875. Fu un clamoroso insuccesso, che
determinò una grande delusione e un profondo scoramento
nel suo autore, che morì tre mesi dopo – ad appena
37 anni – in circostanze mai ben chiarite, forse suicida.
Fece in tempo però a rimaneggiare l’opera e apportarvi
numerose modifiche che, aggiunte a quelle dell’amico compositore
Ernest Guiraud (che curò soprattutto la messa in musica
dei dialoghi originariamente parlati) prepararono il terreno
alla riproposizione dell’opera a Vienna, dove trionfò
nell’autunno successivo. Da allora Carmen è
divenuto uno dei titoli più fortunati e rappresentati
di tutto il repertorio del teatro musicale.
Destino crudele, quindi, quello di Georges Bizet, che non
vide la gloria del lavoro a cui aveva lavorato alacremente
per tre anni, dedicandogli le sue migliori energie tra continui
ripensamenti e rifacimenti. Negli anni precedenti egli aveva
scritto numerose altre opere (tra cui Les Pecheurs de
perles, l’unica rimasta abbastanza stabilmente in repertorio)
in cui si era distinto anche per le notevoli doti di orchestratore,
con una cura particolare per il colore orchestrale. Non a
caso in anni giovanili Bizet sembrava destinato, proprio per
queste doti, alla carriera di sinfonista (ci restano tra l’altro
brani sinfonici eccellenti come ad esempio la suite tratta
dalle musiche di scena per il dramma L’Arlesienne)
ma da diversi anni egli aveva eletto il teatro come terreno
privilegiato se non esclusivo, terreno che considerava la
sua autentica vocazione, idealmente lontano però dal
luogo comune che lo riteneva la via più facile al successo.
Un
soggetto “immorale”
Il
soggetto di Carmen è tratto dall’omonimo romanzo
breve (1845) di Prosper Mérimée, scrittore francese
bohemien dalla vita avventurosa, che ebbe modo di
conoscere da vicino il mondo gitano tanto che la vicenda di
Carmen, scaturita dalla sua penna dopo un viaggio in Spagna,
può essere stata ispirata da un avvenimento reale.
Il libretto fu confezionato da Henri Meilhac e Ludovic Halévy,
con non pochi cambiamenti rispetto all’originale per renderlo
più confacente ai gusti del pubblico parigino dell’epoca,
cosa che tuttavia non bastò ad evitare il fiasco della
prima. Il romanzo di Mérimée, infatti, poneva
l’accento sul mondo gitano in maniera realistica e “autentica”,
lo vedeva dal di dentro di quella mentalità, descrivendolo
quasi come un mondo a parte: nella trasposizione teatrale
Bizet vi dovette apportare anzitutto un punto di vista spagnolo,
“urbano” quindi borghese, introducendovi perciò elementi
che in qualche modo riconducessero a un canovaccio operistico
più tradizionale. Così il personaggio di Don
José perse quelle connotazioni “dure” del romanzo,
non più il folle che alla fine dell’opera uccide, prima
di Carmen, anche il marito e il suo luogotenente: nell’estremo
gesto di autoannientamento, col quale l’opera si chiude, vi
è ancora qualcosa di romantico e in qualche modo giustificabile.
Poi l’introduzione del personaggio di Micaela (non presente
in Marimée), “eroina positiva” e ideale controparte
di Don José: le arie di Micaela sono più tradizionali,
anche formalmente, così come i due duetti col giovane
militare suo fidanzato, laddove per Carmen invece il linguaggio
è più moderno e “trasgressivo”: l’invadente
arrivo, nella vita di Don José così come nel
mondo operistico ottocentesco, della zingara seduttrice sconvolgerà
molti equilibri, indirizzando il teatro musicale verso il
Verismo e il Novecento.
Carmen si compone di quattro atti dalla progressione drammaturgica
incalzante (che ancora più evidente doveva apparire
coi dialoghi parlati dell’originale comique) che
dal dato ambientale e coloristico dell’inizio, che si conserverà
superbamente intatto lungo tutta la partitura, conducono al
tragico epilogo. Proprio sulla “tinta” spagnola data da Bizet
è bene soffermarsi, in quanto non si tratta di un mero
“colore locale” ma di una componente assolutamente primaria
dell’opera: pur non essendo mai stato in Spagna, Bizet elabora
ritmi e formule in cui è facilmente riconoscibile l’elemento
popolare iberico o gitano (dalla habanera alla segudilla
del primo atto alla chanson boheme del secondo),
sovente connaturati a una dimensione coreutica, ma soprattutto
li immerge in un flusso orchestrale che esalta l’elemento
coloristico, spesso sgargiante, con un uso “vivo” soprattutto
di fiati e strumentini (si pensi al nudo timbro del flauto
all’inizio del terzo atto per evocare la scena notturna) che
emergono nervosi dal tessuto connettivo degli archi (anch’essi
spesso enfatizzati nel loro colore, specie in chiave ritmica)
o contrappuntano le voci. Se la sonorità complessiva
dell’orchestra di Gounod era nell’insieme morbida e omogenea,
con Carmen essa diviene spesso tagliente, e pure
l’armonia reca il suo contributo attraverso un cromatismo
utilizzato da un lato, anch’esso, in funzione coloristica,
dall’altro, come ha scritto Fabrizio Della Seta, per suggerire
una sensualità più squisitamente intellettuale.
Simboli
e metafore nella Carmen
Di
questa sensualità la caratterizzazione ambientale,
così accuratamente resa dalla musica di Bizet, è
elemento insostituibile: terra di festa, di passioni e istinti
primordiali, sangue e morte, la Spagna di Bizet è anche,
e soprattutto, luogo psicologico di conflitti umani, primo
tra tutti quello primigenio e antagonista tra uomo e donna:
«amore che nei suoi strumenti è guerra, nel suo
fondo è odio mortale dei sessi» scrisse Nietzsche
in un suo celebre saggio che contrapponeva la Carmen
alle opere di Wagner. Così se José è
un ragazzo di sani valori che una volta caduto nella trappola
di seduzione preparatole dalla donna non riuscirà più
a uscirne, a sottrarsi a quel giogo di sentimenti e passioni
debordanti che lo condurranno inevitabilmente alla distruzione
dell’oggetto della sua ossessione (perché, come ha
scritto, Benjamin Constant «L’amore è il più
egoista dei sentimenti»), Carmen è, al contrario,
uno spirito libero come la cultura da cui proviene: «Le
ciel ouvert, la vie errante, pour pays tout l'univers, et
pour loi ta volonté! Et surtout la chose enivrante:
la liberté! la liberté!». Cosciente del
proprio tragico destino già dalla scena delle carte,
Carmen non fa nulla per sottrarvisi, non cambia il corso delle
cose rispondendo alle suppliche di José; in una parola
non rinuncia alla sua libertà di donna gitana, libera
di vivere i propri sentimenti (e il proprio corpo) secondo
regole sociali e psicologiche “altre”, quelle regole che non
furono capite dal pubblico borghese parigino e che costituirono
i veri motivi dell’insuccesso. Così, mentre nell’arena
di Siviglia si consuma il rito sacrificale della corrida,
espressione massima e altamente simbolica di quella Spagna
di passione e di morte, nella piazza adiacente Carmen, con
l’ultimo gesto della restituzione dell’anello, offre consapevolmente,
in nome di quella libertà a cui non potrà mai
rinunciare, il sacrificio della sua vita: «Libre elle
est née et libre elle mourra!» dice di se stessa
a José nel duetto finale. Così proprio nello
stesso momento in cui, in tragica simbiosi, nell’arena la
spada di Escamillo dà il colpo fatale al toro, Carmen
diviene in virtù di quella scelta, così come
può dirsi di Don Giovanni, autentica eroina positiva
e moderna di un dramma a cui la musica di Bizet consegna l’immortalità.
Antonio
Curcio