Sirene
russe
La
forza del destino si colloca dopo le prime sperimentazioni
linguistico-formali di Ballo in maschera e del primo
Boccanegra e prima del Don Carlos, costituendo,
come abbiamo detto a proposito del Ballo, una sorta
di cerniera, di tramite verso i grandi, definitivi capolavori
della maturità. L’opera vide la luce in un periodo
in cui Verdi godeva di un ormai acquisito prestigio internazionale,
il che gli consentiva tempi di composizione e di prove molto
dilatati, nonché di ottenere contratti importanti (improponibili
allora in Italia) da grandi teatri stranieri; nel privato
erano anni di serena quotidianità nella tenuta di S.
Agata nonché del fresco matrimonio con Giuseppina Strepponi.
Per l’opera che sarebbe divenuta La forza del destino
la commissione giunse dal Teatro Imperiale della lontana Pietroburgo,
culla dei fermenti culturali di Russia ma, non si dimentichi,
città tradizionalmente molto legata all’opera italiana.
Una tale prospettiva, unita a quella di un contratto favoloso,
dovette fortemente stimolare il quasi cinquantenne Maestro
che per l’occasione si valse di un soggetto spagnolo, Don
Alvaro, o La fuerza del sino, di Angelo de Saavedra duca
di Rivas, lavoro come il Trovatore dalle forti tinte
romantiche, che aveva già stimolato la sua fantasia
per le possibilità che offriva di alternare momenti
di quotidianità (finanche di comicità) a un
dramma tragico. Alla composizione, in parallelo alla stesura
del libretto affidato al fido Francesco Maria Piave (e sarà
questo l’ultimo compiuto lavoro che Piave fornirà a
Verdi), il compositore si dedicò tra l’estate e l’autunno
del 1861 (nel frattempo era stato nominato, su insistito invito
di Cavour, deputato del neonato Regno d’Italia). Nell’autunno
dello stesso anno il lungo viaggio verso Pietroburgo per le
prove e la prima ma il tutto fu rimandato alla stagione seguente,
tempo che Verdi utilizzò principalmente per meglio
rifinire la partitura; nuovo viaggio in Russia alla fine dell’estate
del 1862 e “prima” il 10 novembre di quell’anno con esito
trionfale di pubblico e critica: onorificenze, complimenti
personali da parte dello zar Alessandro II, nonché
partecipazione dei coniugi Verdi, nel corso di quel soggiorno,
alla raffinata e vivace vita culturale e mondana della città.
Tra
Grand opèra e quadri di vita popolare
La
forza del destino è strutturata in quattro atti,
in effetti si tratta di un grand opéra come gran parte
delle opere di quel periodo (era il momento di maggior fortuna
del genere, anche in Italia). C’è una differenza profonda,
però, con i lavori in stile grand opéra
di inizio carriera: al di là delle dimensioni più
ampie e dell’ancora abbastanza convenzionale soggetto dell’amore
contrastato per motivi di casta su uno sfondo storico politico
e sociale, siamo di fronte a un lavoro in cui i protagonisti
sono personaggi dalle psicologie ben più scavate, evoluzione
e maturazione del drammaturgo sempre più orientato
a concentrarsi su drammi personali e problematiche relazionali
piuttosto che sui destini delle masse. Di rilievo anche l’inserimento
di personaggi comici secondari (Mastro Trabuco, Preziosilla,
Fra Melitone) che, oltre ad apportare gli oramai necessari
elementi di comicità al dramma, serve anche a caratterizzare
in maniera più autentica l’ambientazione popolare e
quotidiana presente nel dramma originario che Verdi restituisce
magnificamente nell’opera (pensiamo alla scena dell’osteria,
a quella del convento o all’animazione nell’accampamento militare
al sorgere del nuovo giorno). Gli interventi, i semplici e
bonari commenti di questi personaggi “comici” costituiscono
altresì quasi un piano drammaturgico a sé stante,
che scorre parallelo a quello dei personaggi principali e
al loro “destino”. Destino che sin dall’accidentale colpo
di pistola nel primo atto è l’elemento decisivo del
dipanarsi dell’intreccio, è la variabile fatale e invisibile
che sfugge al controllo degli aristocratici protagonisti decidendone
le amare sorti.
Caratteristica peculiare dell’opera, che ne fa quasi un caso
unico nella drammaturgia verdiana, è la discontinuità
dello svolgimento dell’azione, essendo le scene che la compongono
praticamente autonome, al punto che per il rifacimento del
1869 Verdi poté cambiarne l’ordine nel terzo atto.
Dal punto di vista linguistico e formale, poi, assistiamo
al lento ma incontrovertibile processo di aggiornamento e
ricerca di Verdi, sempre più propenso a diluire quelli
che una volta erano i “numeri” dell’opera in grandi scene
articolate in più momenti in cui è sempre più
arduo (e quasi anacronistico) cercare di individuare cantabile,
tempo di mezzo e cabaletta. Ad esempio l’entrata in scena
di Carlo nel terzo atto, dopo l’aria di Alvaro “Oh tu che
in seno agli angeli”, sembrerebbe un “tempo di mezzo” ma la
cabaletta a due che segue è solo accennata, quasi a
volerla rinnegare, e il tutto subito confluisce senza cesure
nella successiva scena della battaglia. Se un finale più
cabalettistico sembrerebbe quello del colloquio tra Leonora
e il Padre Guardiano nel secondo atto, esso in realtà
chiude un lungo e articolato duetto (più di dieci minuti)
fatto di accelerazioni e rallentamenti in cui si alternano
canto e declamato, costruito più sulla base di esigenze
di efficacia drammatica che non retaggio di vecchi cliché
formali o vocali.
Ritorno alla Scala
Terminata
la parentesi russa Verdi tornò sull’opera – come si
è accennato – alcuni anni dopo (nel frattempo aveva
scritto il Don Carlos e rifatto il Macbeth
per Parigi), quando nel 1869 l’editore Ricordi tentò
di far riprendere La forza del destino alla Scala:
fu il grande ritorno per Verdi, dopo un’assenza di venticinque
anni, al teatro che aveva battezzato i suoi primi successi.
Non essendo ancora pienamente soddisfatto della partitura,
egli vi apportò per l’occasione cambiamenti di non
poco conto: oltre alla citata inversione di scene nel terzo
atto, soprattutto il finale dell’opera fu radicalmente cambiato,
in nome di una poetica che non era più, e non poteva
essere, quella “ultra-romantica” del dramma originario che
risaliva al 1835. Non più, quindi, la tragedia che
non risparmia nessuno dei protagonisti (nell’originale, ripreso
da Piave, alla morte di Leonora Alvaro si buttava giù
da un dirupo) ma ripiegamento su un finale di redenzione e
speranza, più confacente alla poetica del Verdi dell’epoca
(è stato scritto che questo cambiamento del finale
fu conseguenza dell’incontro del compositore con Manzoni).
La parte letteraria per il rifacimento fu affidata ad Antonio
Ghislanzoni, che due anni dopo sarà il librettista
di Aida. Fu per la ripresa scaligera che Verdi aggiunse
anche la celebre sinfonia (forse la più bella tra tutte
le ouvertures d’opera verdiane): è questa
la versione che da allora, soprattutto dopo la “riscoperta”
dell’opera nel secondo dopoguerra, trionfa nei teatri di tutto
il mondo.
Antonio
Curcio