Destino
felice di un’operina “privata”
Quando
Engelbert Humperdinck (1854-1921), nei primi anni Novanta
dell’Ottocento, ebbe per la prima volta l’idea di mettere
in musica la celebre fiaba di Hansel e Gretel dei fratelli
Grimm, probabilmente non immaginava che sarebbe stata proprio
quella partitura a consentirgli di ritagliarsi un posto perenne
nei repertori teatrali di tutto il mondo nonché nella
storia dell’opera tedesca. L’opera, infatti, nacque per scopi
si può dire privati, familiari, sulla scia di musiche
precedenti scritte per i bambini della sua famiglia che ebbero
un caloroso successo: l’adattamento di Hansel e Gretel
si basò su un libretto preparato dalla sorella del
compositore, Adelheid, che depurò la fiaba dei Grimm
dagli elementi più crudi e realistici, enfatizzando
al contrario l’aspetto squisitamente favolistico, fantastico
della storia. La “prima”, per amici e parenti, avvenne in
un teatrino privato di Francoforte, ma il risultato più
che soddisfacente convinse l’autore a porre mano alla partitura
per ampliarla e darle consistenza di un’opera “vera”. In questa
nuova veste l’opera esordì al teatro di corte di Weimar
il 23 dicembre 1893 (sotto la direzione di Richard Strauss
che ne era entusiasta) salutata da un grande successo.
“Nazionalismo”
dell’Hansel und Gretel
Cronologicamente,
nella storia dell’opera tedesca, Humperdinck può essere
inserito tra Wagner e Strauss, avendo vissuto il periodo di
maggiore felicità creativa nell’ultimo decennio del
XIX secolo. A dire il vero una tale collocazione ci pare un
po’ forzata e la posizione di Humperdinck piuttosto defilata,
risultando alquanto marginale, e nei fatti limitato a un solo
fortunato titolo, l’apporto del compositore renano all’evoluzione
del teatro d’opera in Germania. C’è però da
sottolineare come l’Hansel e Gretel abbia costituito
un momento importante nel panorama post-wagneriano, avendo
dato il suo contributo all’emancipazione dell’opera tedesca
dal pesante retaggio lasciato dall’autore del Tristano, rivelandosi
nel contempo una sorta di “antidoto”, se vogliamo anche nazionalista,
all’invasione del verismo italiano che proprio in quegli anni
viveva la sua stagione più felice e fortunata trovando
entusiastiche accoglienze anche al di là delle Alpi.
C’è da dire, infine, che alcuni decenni dopo le facili
melodie dell’Hansel e Gretel costituirono uno dei
modelli per tutta una serie di opere che faranno fortuna presso
le “politiche musicali” del regime nazionalsocialista, venendo
esaltate da quest’ultimo come espressione autentica del popolo
tedesco e “arte popolare”: in realtà strumentalizzazione
populista (allo stesso modo di quello che accadde per la componente
più “muscolare” della musica di Wagner) di una certa
corrente del teatro e della musica tedesca a fini esclusivamente
propagandistici e autocelebrativi.
Il
“canto del cigno” del Romanticismo
Ciò
che emerge da un primo approccio a quest’opera per certi versi
singolare è lo strano connubio tra l’orchestrazione
massiccia, un solido sinfonismo di marca wagneriana e la vocalità
semplice e schietta, vorremmo dire ingenua, che ben si adatta
del resto a un soggetto favolistico destinato all’infanzia:
una sorta di impianto della grande orchestra tardoromantica
in un contesto infantile (o viceversa) con largo uso di melodie
semplici, filastrocche ecc. (alcune trascritte da canti popolari,
altre composte in quello spirito) che si incastonano senza
traumi su un flusso musicale continuo esente anche da grandi
sobbalzi “drammatici”; vi si ritrovano anche diversi motivi
ricorrenti alla maniera dei Leitmotive wagneriani
(Humperdinck in anni giovanili era stato collaboratore di
Wagner a Bayreuth). Importante sottolineare, a tale proposito,
l’importanza nell’economia complessiva dell’orchestrazione
dell’opera di alcune pagine strumentali, come i preludi ai
primi due atti o la scena del sogno dei due bambini alla fine
del secondo.
Infine, considerando l’importanza dell’ambientazione rustica
e “naturalistica” dell’Hansel e Gretel, si può
a ben vedere considerare quest’opera come l’estrema propaggine
dell’ideale romantico della natura intatta e madre, nella
quale si muovono creature candide – non solo i due bambini
protagonisti – piene di meraviglia e stupore per un paesaggio
selvaggio e pieno di misteri. E’ quasi il ricordo nostalgico
di un mondo lontano, ormai perduto, e la stessa musica sembra
esserne partecipe, costituendo il canto del cigno di un sinfonismo
che dopo aver attraversato le lente trasformazioni di un intero,
lungo secolo, proprio in quegli anni con i primi lavori di
Gustav Mahler stava imboccando invece la strada dell’autodisfacimento,
specchio inevitabile del resto per un’intera epoca avviata
malinconicamente verso la sua fine.
Antonio Curcio