L’ultima
“opera romantica”
Con
l’opera Lohengrin si conclude la prima fase della
carriera di Richard Wagner, quella delle “opere romantiche”
giovanili. Alla composizione e messa in scena di questo lavoro
seguirà infatti una lunga pausa in cui il compositore
mediterà e metterà a punto la sua concezione
del teatro musicale (con la pubblicazione dei noti saggi),
ponendo nel contempo le basi per la realizzazione dell’Anello
del Nibelungo e delle altre opere della maturità.
Il Lohengrin segue, cronologicamente, L’olandese
volante (andato in scena nel 1843) e il Tannhauser
(prima versione nel 1845): è proprio durante il 1845
che l’ancora trentaduenne compositore legge Le Chevalier
au cygne, anonimo poema medioevale narrante il mito di
Lohengrin, il cavaliere del Graal, figlio di Parsifal, che
difende l’innocente Elsa dall’accusa di omicidio del fratello
destinatario della corona del Brabante. La leggenda colpì
subito molto il compositore che iniziò a lavorare ad
una nuova opera, collazionando diverse fonti, tra cui la più
importante il Parzifal di Wolfram von Eschenbach,
e aggiungendo qualcosa anche di suo: la stesura del libretto
fu completata già entro la fine di quello stesso 1845,
proprio mentre andava in scena a Dresda la prima del Tannhauser.
Tra il ’46 e il ’48 Wagner scrisse la musica e ne completò
l’orchestrazione, iniziando da quella del terzo atto per terminare
col famoso preludio all’opera. Il Lohengrin era praticamente
già pronto per le scene di Dresda nel marzo di quel
fatale 1848, quando invece il vento rivoluzionario che soffiava
in tutta Europa e l’adesione alla rivolta di Bakunin costrinsero
Wagner al forzato esilio in Svizzera.
L’opera così rischiò di essere travolta dagli
eventi, sennonché Franz Liszt (allora Maestro di cappella
a Weimar) accolse la preghiera dell’amico e riuscì
a farla allestire in quella città, in occasione dei
festeggiamenti per l’anniversario della nascita di Goethe:
il Lohengrin vide quindi la luce (col compositore
assente, ancora esule e sulla cui testa pendeva una condanna
a morte) in quella prestigiosa cornice, sotto la direzione
dello stesso Liszt il 28 agosto 1850, con buon successo presso
gli intellettuali, un po’ meno presso il pubblico. Ben presto,
però, l’opera divenne tra le più popolari di
Wagner, anche in Italia dove fu la prima ad essere rappresentata
(a Bologna nel 1871), avvenimento questo che avrebbe dato
origine nel nostro paese all’annosa (e mal posta!) polemica
tra verdiani “tradizionalisti” e wagneriani “progressisti”.
Verso
il Dramma musicale
Si
è detto di come il Lohengrin sia l’opera che
conclude la prima fase della produzione di Wagner, quella
delle “opere romantiche”. E’ anche vero però che, soprattutto
con questo lavoro, la strada verso i drammi musicali della
maturità è ormai spianata, la poetica e l’estetica
del compositore stanno ormai trovando affinamento e il terreno
per la “drammaturgia dell’avvenire” è ormai sondato.
Al di là delle numerose simbologie che nel Lohengrin
possono ritrovarsi, l’opera è perfettamente strutturata
a livello drammaturgico e musicale: sempre più delineata
è la tecnica del Leitmotiv (se ne possono
individuare diversi, associati ai personaggi principali così
come a situazioni o simboli) mentre a livello macrostrutturale
perfetta è l’architettura complessiva, la successione
delle scene nonché degli episodi musicali. E’ proprio
il flusso musicale, ormai senza soluzione di continuità,
la cosa che l’orecchio coglie primariamente: i “numeri chiusi”
sono ormai pressoché eliminati, anche se ancora qua
e là ravvisabili (come l’aria di Elsa nel primo atto,
la celebre marcia nuziale affidata al coro o l’aria di Lohengrin
nel terzo) essi sono comunque perfettamente inseriti nel tessuto
complessivo, tanto da non avere mai l’impressione di una “sospensione”
del tempo drammatico e della continuità musicale. Restano
tuttavia, questi momenti, quelli più famosi dell’opera,
assieme ai due preludi, il primo dei quali (quello al primo
atto) suscitò grandissima ammirazione sin dalla “prima”,
anche agli occhi di illustri colleghi come ad esempio Berlioz
che lo paragonò (con la successione di crescendo-fortissimo
centrale-diminuendo) alla perfezione geometrica di due triangoli
acuti dalle basi combacianti.
Suono
e simboli
Proprio
le sonorità orchestrali del Preludio (soprattutto nella
disposizione dei violini divisi che determinano quel crescendo
sonoro così etereo e luminoso) sono uno dei primi esempi
in Wagner dell’uso della compagine orchestrale in senso funzionale
al dramma, aspetto questo che sarà fondamentale nei
lavori che seguiranno: in un’opera dalla drammaturgia ancora
fondamentalmente costruita sulla vocalità, dove l’orchestra
ha ancora una funzione tutto sommato funzionale alle voci,
la “purezza” della musica del Preludio – che simboleggia quella
di Lohengrin e del mondo dal quale egli proviene – si contrappone
alle sonorità scure, grevi, in tonalità minore
del secondo atto, incentrato sulle figure negative e bieche
di Telramund e Ortrud, che nelle intenzioni di Wagner rappresentavano
tra l’altro (in proiezione contemporanea) “l’impersonificazione
della borghesia reazionaria”. In tal senso non poco importanti
sono le simbologie legate ai personaggi, specie quelli principali:
così se, da una parte, il puro eroe Lohengrin rappresenta
agli occhi del compositore, l’ideale dell’artista moderno,
incompreso (quindi una proiezione di se stesso), Elsa è
colei che cerca di restituire all’eroe, offrendo se stessa,
una dimensione umana: tentativo destinato a fallire, ma che
proprio per questo – e per il suo estremo sacrificio, così
come era già stato per Senta nell’Olandese volante
– fa di lei l’autentico personaggio positivo dell’opera.
Antonio Curcio