NABUCCO

 

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Leggenda e realtà

Nabucodonosor. Questo il titolo originale dell’opera, la terza del compositore, che avrebbe dato la notorietà a Verdi, spalancando le porte a un’irresistibile ascesa che non si sarebbe mai più arrestata. Era la sera del 9 marzo 1842, quando alla Scala si compì, come dirà lo stesso Verdi, un miracolo: quell’opera nata un po’ per caso, scritta dopo un periodo della sua vita terribile, messa in scena adattando e raffazzonando scenografie e costumi di allestimenti precedenti e con la sinfonia buttata giù all’ultimo momento, sortisce un effetto straordinario, un successo trionfale, ma produce soprattutto un vento nuovo nel mondo operistico italiano, percepito già dai lavoranti del teatro durante le prove. E lo stesso Donizetti, allora all’apice della gloria e presente a quella storica prima, non poté sfuggire a un entusiasmo e ad una ammirazione sincera per il giovane collega.
C’è una leggenda “romantica” alla genesi del Nabucco, come l’opera fu presto ribattezzata dallo stesso Verdi. Dopo il fiasco irreparabile di Un giorno di regno, suo secondo lavoro, dopo le tragedie familiari che gli portarono via in pochi mesi prima i due bambini poi la moglie Margherita Barezzi, Verdi, appena ventisettenne, in quel terribile 1840 decide «di non comporre mai più». Poi l’imprevisto incontro nella neve, una sera dell’inverno successivo, con l’impresario della Scala Bartolomeo Merelli, che a forza gli infila in tasca un libretto di Temistocle Solera, Nabucodonosor, su un soggetto biblico che aveva ispirato qualche anno prima un dramma francese ma era stato rifiutato – per farne un’opera – dal giovane compositore tedesco Otto Nicolai. Tornato a casa Verdi getta sul tavolo quel libretto, che si apre su una pagina che riporta il verso “Va pensiero, sull’ali dorate”... Questa la leggenda, nota, alimentata e forse anche enfatizzata dallo stesso compositore molti anni dopo. Ma al di là di questa mitizzazione dell’inizio di una carriera folgorante, ci è difficile immaginare un Verdi che, trascorsi i drammi personali di quel biennio 1839-40, lascia esaurire silenziosamente il suo genio, le sue energie ancora vergini tutte da mettere a frutto.

Non solo “Va pensiero”

Si è molto discusso sul “patriottismo” del Nabucco, come del resto di molte delle opere degli anni immediatamente successivi. Per quanto Verdi a volte glissava quando gli si facevano osservazioni su possibili intenti “risorgimentali” dei suoi primi lavori, in realtà crediamo sia indubbio che nell’accingersi a comporre su soggetti che ben si prestavano a svolgere tematiche di questo tipo egli non restasse indifferente, al contrario. Ciò vale soprattutto per Nabucco, opera nella quale un “personaggio collettivo”, il popolo ebreo dalla libertà calpestata, ha un ruolo forse più importante che non i personaggi singoli. I due cori degli israeliti, ma non solo quelli, lo stanno a testimoniare: si guardi ad esempio all’intero primo atto, ma lungo tutto il corso dell’opera vi è un tono “corale” (consueto del resto nei lavori di Solera) che pare mettere in secondo piano l’abbastanza consueto conflitto tra passioni e potere dei singoli; in tal senso un modello di riferimento poteva essere, non solo per il soggetto biblico, il Mosé di Rossini. Del resto, Verdi doveva essere ben conscio – e qui la sua abilità – che in quegli anni di risveglio della coscienza patriottica nazionale un’opera che toccava in maniera alquanto diretta quelle tematiche poteva sfruttarne il “momento favorevole”, anche in chiave di riscontro positivo da parte del pubblico: anche da ciò, probabilmente, il melodismo “popolare” dei suoi cori patriottici, a cominciare dal “Va pensiero”, ma anche l’insistenza del compositore a volere che il Nabucco vedesse le scene prima possibile, esattamente per la Quaresima del 1842, prima di quanto originariamente previsto dal Merelli.

Due protagonisti babilonesi per il dramma del popolo ebreo

Per un’opera dal soggetto in cui i drammi collettivi e personali si fondono, passando attraverso passioni, odi di casta di razza, evocazione di lotte e ribellioni, Verdi compone la sua partitura insistendo soprattutto, specie nei momenti d’insieme, su certi toni “guerreschi”, ai quali del resto il libretto bene si prestava, e conseguentemente a livello timbrico, sia pure con un’orchestrazione nel complesso ancora da affinare, sull’ampio utilizzo di ottoni e percussioni che si rivela finalmente efficace: si è già detto di come gli intenti “risorgimentali” fossero più diretti di quanto il compositore non ammettesse (vedi l’enfasi con cui è trattato l’ultimo verso della cabaletta del primo atto di Zaccaria, «Che sia morte allo stranier», poi occasionalmente sostituito dal 1848 anno in cui la censura si fece più stretta), per quanto restassero tuttavia, queste ultime, intenzioni secondarie rispetto al dramma dei singoli che il compositore voleva far emergere dalla sua partitura. Non mancano infatti, nel Nabucco, personaggi tratteggiati già magnificamente dal punto di vista drammatico: si pensi ad Abigaille (interpretata per la prima volta da Giuseppina Strepponi, futura seconda moglie del compositore) per la quale Verdi scrive una delle pagine più imponenti per soprano drammatico di tutta la sua carriera; se nel corso dell’opera il compositore non può fare a meno di pagar pegno agli autori che avevano contribuito alla sua formazione, Donizetti in primis, la “cavatina” di Abigaille all’apertura del secondo atto, nella sua forma più classica e articolata (scena, cantabile, tempo di mezzo, cabaletta con ritornello) è già tutta verdiana. Così come la scena finale con la follia e la morte della protagonista, intensa pagina di grande lirismo che si avvale di una orchestrazione più ricercata, quasi cameristica. Se di Zaccaria ci piace ricordare soprattutto il grande monologo-profezia che segue il “Va pensiero”, carico di immagini suggestive, punteggiato da echi “guerreschi” e visionari in orchestra che ne amplificano il dato immaginifico, l’altro protagonista dell’opera, Nabucco, si distingue soprattutto nel monologo all’inizio del quarto atto e nella grande scena della follia alla fine del secondo, dove passa attraverso stati emotivi diversi e che Verdi realizza, anche qui, con molto tatto e senso drammatico già efficacissimo. Nabucco e Abigaille, i due protagonisti dell’opera di cui il terzo è il popolo ebreo, sono riuniti nel grande duetto del terzo atto, un’ampia e articolata scena, anch’essa drammaturgicamente già molto incisiva ed efficace: il rapporto tra i due anticipa già una tematica che sarà cara al Verdi maturo, quello tra padri e figli, tra sentimenti e ragion di stato, tematica che sarà sviluppata magnificamente nelle opere della seconda parte della sua carriera.

Antonio Curcio