RE RUGGERO

 

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La “Giovane” musica polacca

Karol Szymanowski (1882-1937) è oggi considerato come il più grande compositore polacco dopo Chopin. Vissuto in un periodo decisivo per la nascita del Novecento musicale, egli si schierò ben presto su posizioni “progressiste” ed europeistiche attraverso il gruppo Giovane Polonia, di cui fu uno dei fondatori; nei suoi numerosi viaggi in Occidente degli anni giovanili (soprattutto in Francia Austria e Germania ove venne a contatto con i più grandi compositori del suo tempo) egli colse quanto di nuovo vi stava emergendo, sapendolo in seguito rapportare al patrimonio musicale del suo paese natale quando decise di tornare stabilmente in patria. A Varsavia fu nominato direttore del locale Conservatorio nel 1926, carica dalla quale però si dimise dopo pochi anni in seguito a dissapori sorti in quell’ambiente proprio per l’indirizzo troppo “moderno” che egli aveva dato alla sua direzione.
Volendo tracciare un brevissimo arco della sua produzione, dopo i lavori giovanili d’impronta ancora tardoromantica Szymanowski approdò ben presto a posizioni straussiane e impressioniste (Debussy, Skrjabin) che partorirono i lavori più impegnativi; al ritorno in patria, la scoperta del patrimonio folklorico polacco (analogamente a quanto avveniva in Boemia con Janacek e in Ungheria con Bartok e Kodaly) porrà le basi per la sua ultima stagione creativa. Il corpus di Szymanowski comprende tra l’altro, oltre all’opera Krol Roger, quattro sinfonie e due concerti per violino, molta musica per pianoforte e alcuni cicli di canti, due quartetti e altra musica da camera, infine uno Stabat Mater di impronta “popolare” che è da considerarsi forse il suo capolavoro.

L’eterno conflitto: Razionale vs. Irrazionale

Re Ruggero, andata in scena al Teatro Wielki di Varsavia il 16 giugno 1926, fu composta tra il 1918 e il 1924 ed è da ascrivere quindi al periodo centrale e più fecondo della produzione del compositore. Spirito eclettico, curioso, Szymanowski sentiva il fascino delle culture lontane, dal Mediterraneo all’Oriente (soggiornò in Italia e amò soprattutto la Sicilia, viaggiò anche attraverso il Nord Africa), viaggi le cui suggestioni si ritrovano nella sua musica, ad esempio, oltre all’opera in oggetto, nella Terza Sinfonia con tenore (o soprano) e coro, intitolata Canto della Notte.
Il libretto di Re Ruggero è di Jaroslaw Iwaszkiewicz, sebbene lo stesso Szymanowski, che non ne era pienamente soddisfatto, ne riscrisse ampie parti, modificando tra l’altro in maniera radicale il finale. E’ una rilettura moderna, per quanto alla lontana, delle Baccanti di Euripide, testo a cui i due autori conferiscono una luce mistica e medievale, ambientandolo (per preciso volere del compositore) in una Sicilia pregna di misteri e calde suggestioni, nella quale si sovrappongono atmosfere mediterranee e orientali, religiosità cristiana e riti pagani. Il testo euripideo, col suo tema di fondo il conflitto tra razionale e irrazionale, è tuttavia filtrato attraverso altre letture datele in tempi più recenti, a cominciare da quella nietzscheiana (La nascita della tragedia dallo spirito della musica del 1872) dove il conflitto era tra il Dionisiaco e l’Apollineo. Dioniso, nella visione di Szymanowski e Iwaszkiewicz, è un pastore dal languido e sensuale canto, sorta di profeta di una nuova religione della bellezza e del piacere; Re Ruggero invece, il Penteo di Euripide, custodisce i tradizionali valori della Chiesa, ma non saprà neanche lui sottrarsi – alla fine di un percorso-iniziazione, anche grazie alla mediazione della moglie Roxana – al fascino conturbante del nuovo credo.

Tre tableaux di suggestioni lontane

L’opera è strutturata in tre atti: in effetti sono tre grandi scene, ambientate rispettivamente in una chiesa bizantina, nel cortile del palazzo reale di Ruggero e in un anfiteatro greco, quasi un omaggio ideale all’originale euripideo. Non si può dire che si sia in presenza di una varietà drammaturgica in grado di conferire grande dinamicità a questi tre grandi quadri che, al contrario, appaiono alquanto statici: di “drammatico” vi troviamo poco, evolvendosi il percorso iniziatico del protagonista più che altro interiormente, senza avvenimenti esteriori eclatanti. Più che sulla drammaturgia, quindi, è bene concentrarsi sulla musica di Szymanowski, sempre di grande ricchezza evocativa, dispiegando il compositore in questo lavoro più che in altri la sua conoscenza di musiche antiche e orientali e le sue qualità di abile orchestratore. C’è da dire tuttavia che la vocalità di Szymanowski è ancora alquanto tradizionale, utilizzando egli – all’interno del flusso continuo del tessuto orchestrale – un declamato melodico ampiamente articolato che molto spesso assume le morbide curve dell’arioso, con linee melodiche flessuose e utilizzo di Leitmotive, ma con un colore armonico altresì suadente che fa ricorso anche a formule musicali slave.
All’inizio del primo atto l’atmosfera arcaica e magica del rito bizantino è resa col ricorso a melodie modali e gregoriane, a inni bizantini autentici, che, pur nella loro staticità, conferiscono alla scena un “sapore” arcaico di grande suggestione. E’ nel secondo atto, tuttavia, che Szymanowski trasferisce sulla partitura la sua fervida immaginazione, distillandovi nel contempo preziose alchimie timbriche: se l’inizio sembra immergerci in un’atmosfera indiana, culminante nell’intervento di Roxana (quasi un’aria strofica) prima dell’entrata del Pastore, le successive danze “dionisiache” degli adepti di quest’ultimo (col coro vocalizzato usato in funzione esclusivamente timbrica) ricordano più la musica araba. Il terzo atto è quello della conciliazione dei due estremi, proprio nella figura di Ruggero che diventa, in tal modo, l’autentico protagonista dell’opera. Finale che, quindi, nella “conversione” del re normanno (per quanto egli si fermi al di qua del pieno coinvolgimento, del divenire un adepto del Profeta-Dioniso) è anche una sorta di “catarsi laica”, proprio nel nome di quell’Apollo dio della bellezza e dell’arte che egli saluta nel sole nascente: pacifica convivenza di due differenti credo, di due diverse ma non inconciliabili concezioni della verità.

Antonio Curcio