| L'ITALIANA
IN ALGERI - Presentazione
Primo
compositore d'Italia a 21 anni! Fu
il primo grande successo di Rossini nel genere comico, al Teatro San Benedetto
di Venezia il 22 maggio 1813, un Rossini appena ventunenne che bissò
così il successo che appena qualche mese prima, sempre a Venezia,
aveva riscosso col Tancredi, suo primo lavoro impegnativo nel genere
serio. Un anno straordinario, quindi, quel 1813 per il pesarese, che negli
anni immediatamente precedenti aveva affinato gli strumenti del mestiere
in una serie di farse (opere comiche in un atto, tra queste La cambiale
di matrimonio, La scala di seta e Il signor Bruschino)
e in "melodrammi giocosi" in due atti come La pietra del
paragone. C'è da dire però che in questi lavori c'era
già tutto Rossini, specie nella solidità della forma e nella
trascinante teatralità, tanto che si ha l'impressione, al confronto
con le opere più famose degli anni successivi, che il giovanissimo
compositore avesse saltato a pié pari il tempo dei tentativi e
degli esperimenti, per approdare direttamente a lavori che rasentano (se
non toccano già) la perfezione, formale e stilistica. E, in effetti,
per L'Italiana in Algeri Stendhal parlò di "perfezione
del genere buffo".
Con
il doppio trionfo veneziano dei primi mesi del 1813 Rossini si ritrova
così ad essere il primo operista italiano, cosa che gli darà
nel decennio successivo la possibilità di scrivere per i più
prestigiosi teatri italiani (a cominciare da quelli napoletani), prima
di trasferirsi a Parigi e concludervi nel 1829, a soli trentasette anni,
la sua carriera di operista con il Guillaume Tell.
Venti
giorni per un trionfo
Il
libretto dell'Italiana in Algeri era stato scritto da Angelo Anelli,
librettista della Scala, alcuni anni prima per il musicista napoletano
Luigi Mosca, la cui opera aveva avuto un discreto successo nel 1808. Poi,
come era molto comune allora, il libretto passò, con poche varianti
ad opera del librettista del Tancredi Gaetano Rossi, a Rossini
quando a questi fu commissionata un'opera da scrivere in fretta per la
stagione primaverile del San Benedetto.
Il
Rossini di quegli anni era iperproduttivo. Non sappiamo quanto siano vere
le leggende che lo volevano estremamente pigro per poi ritrovarsi costantemente
a scrivere all'ultimo momento, resta il fatto che nel periodo compreso
tra il 1811 e il 1815 il pesarese sfornò un numero di lavori per
il teatro impressionante, fino a quattro all'anno. Sembra comunque che,
effettivamente, L'Italiana in Algeri sia stata scritta in una ventina
di giorni, anche perché la commissione gli fu fatta a stretto giro
di rappresentazione. Ciò non fa altro che dimostrare una volta
di più che l'indubbio, straordinario, talento dell'ancora giovanissimo
compositore si coniugava a un "mestiere" oramai completamente
assimilato.
Pare
che la trama dell'Italiana in Algeri sia stata ispirata ad un fatto
di cronaca, una donna milanese finita nell'harem di un sultano all'inizio
dell'Ottocento e poi riuscita a tornare in Italia. Un soggetto del genere
offriva l'occasione di sfruttare la moda delle "turcherie",
dove per turco si intendeva allora tutto quello che in qualche modo richiamasse
l'Oriente. A livello musicale ciò si traduceva soprattutto in una
strumentazione "esotica", con gran copia di strumenti a percussione,
magari un po' bizzarri, che rendessero bene le atmosfere di un paese lontano
e misterioso: e Rossini, per l'Italiana, aveva appunto prescritto
una strumentazione del genere. Ovvio che mantelli e turbanti addosso ai
personaggi "turchi" facevano il resto.
Abbiamo già detto che la prima fu un trionfo. Il pubblico veneziano, entusiasta,
trascinato dalla comicità irresistibile delle situazioni e dalla
vitalità e freschezza della musica, fece ripetere molti dei pezzi
ai cantanti. Un successo che forse sorprese lo stesso Rossini, che pare
abbia esclamato "I veneziani sono più matti di me".
Rossini
e l'opera buffa
Un po'
curioso il destino delle opere comiche di Rossini, ma forse dovremmo dire
dell'intero genere dopo il folgorante transito del pesarese. Rossini,
infatti, fu l'ultimo grande esponente di quel genere, che dagli anni Venti
dell'Ottocento iniziò il suo inesorabile declino per essere assorbito
da quella che, fino ad allora, era definita opera "seria". Pochissime,
infatti, furono le opere comiche scritte negli anni del romanticismo italiano,
e i tre esempi più noti (L'elisir d'amore e il Don Pasquale
di Donizetti, e, tanti anni più tardi, il Falstaff verdiano)
saranno in realtà lontanissimi da ciò che ai tempi di Rossini
si definiva "opera buffa". Il destino curioso di cui dicevamo
è che Rossini, oggi, è appunto famoso soprattutto per le
opere comiche (due titoli per tutti, Il Barbiere di Siviglia e
La Cenerentola) mentre decisamente meno popolari sono le sue opere
serie che invece, allora, non solo assorbivano maggiormente l'impegno
compositivo del pesarese ma che costituivano l'asse portante della sua
produzione: basti pensare che durante gli anni napoletani (dal 1815 al
'22) Rossini scrisse ben nove opere, tutte importantissime e tutte di
genere serio.
I
personaggi e la musica
Il
teatro comico rossiniano, a noi ascoltatori di oggi, ci appare quindi
come il capolinea della grande tradizione settecentesca del genere. Eppure
esistono delle differenze non marginali con le opere dei decenni precedenti.
Pensiamo alla caratterizzazione dei personaggi. Se confrontiamo L'Italiana
in Algeri con quella che possiamo definire come l'archetipo dell'opera
buffa settecentesca, Le nozze di Figaro di una trentina d'anni
prima, ci accorgiamo di come i personaggi siano tratteggiati da Mozart
e Rossini in modo alquanto diverso: dove Mozart ci presenta dei personaggi
maggiormente delineati psicologicamente, più profondamente umani
anche nella loro comicità, Rossini semplifica tali tipologie, che
per così dire "regrediscono" verso i tipi caratteristici
del tradizionale teatro comico, con i loro connotati di avidità,
testardaggine, cinismo, scioccaggine. Sono personaggi, quelli di Rossini,
che non hanno alla fine dell'opera un momento di riconciliazione che ce
li fa sentire più vicini, come invece avviene nel Finale delle
Nozze, un momento di umana partecipazione quasi in un clima religioso
che ci fa dimenticare di aver assistito a un'opera comica. Gabbati o vincitori
resteranno tali e quali, quindi peggio per chi è destinato ad essere
un perdente, come nell'Italiana sono Mustafà e Taddeo, bene
per chi alla fine si ritrova vincente, come l'astuta Isabella, la cui
scaltrezza ci appare come il primissimo segno, nel teatro d'opera, di
una femminilità che non è più semplice controparte
amorosa dell'eroe di turno, ma che ha preso ormai coscienza di un ruolo
decisivo, e quantomai attivo, nella partita. (Come ci appaiono lontane,
in confronto a lei, Dorabella e Fiordiligi che facevano fatica
a recitare le loro parti! In un'opera tra l'altro, come il Così
fan tutte, alla quale l'Italiana è ritenuta stilisticamente
affine).
Un
altro aspetto dell'opera buffa rossiniana dove ritroviamo delle differenze
con Mozart è quello musicale, o più precisamente il rapporto
tra la musica e i dialoghi. Laddove la musica di Mozart lascia strada
ampia ai dialoghi tra i personaggi, che permettono così lo scorrere
dell'azione, in Rossini la musica spesso "travolge" l'azione
dialogata, tanto che in alcuni momenti, nei concertati e nelle scene d'insieme,
non si riesce neppure a comprenderne le parole. Anche perché non
ce n'è bisogno: è la musica stessa, senza l'apporto del
testo, a portare avanti l'azione, e la parola in tal modo può ridursi
a suoni senza senso, come nella "stretta" del Finale del primo
atto dell'Italiana, dove, nel girotondo vertiginoso e entusiasmante
che Rossini ci regala, i personaggi si limitano a ripetere sillabe onomatopeiche
di rumori o di versi di animali. In questo senso Rossini è più
"teatrale" di Mozart, che era più attento alla dimensione
dialogica e alle potenzialità della parola e, per questo, più
legato al suo tempo di un Rossini che, invece, vive in questi anni di
transizione e non si sente né illuminista né romantico.
E, certo, fu questo non volersi adeguare a un'epoca storica nuova che
avanzava ma che egli non sentiva sua, per quanto avesse dimostrato col
Guillaume Tell di possedere tutti i mezzi per essere anche un'operista
"romantico", uno dei motivi alla base del sorprendente addio
al teatro musicale, quando era al vertice del successo internazionale,
appena trentasettenne.
Antonio
Curcio |