| IL CASTELLO DEL PRINCIPE BARBABLU’
- Presentazione
Il capolavoro del giovane Bartok
Per quanto opera ancora ascrivibile al periodo della sua formazione,
Bartok ha trent’anni quando compone Il castello del principe
Barbablù, la sua sola partitura squisitamente teatrale che
precede di qualche anno i due balletti Il principe di legno
e Il mandarino meraviglioso. Tuttavia, per quanto opera ancora
giovanile, Barbablù è considerata un capolavoro
assoluto del teatro musicale novecentesco. Il lavoro, scritto originariamente
per un concorso ma accolto dalla commissione esaminatrice come troppo
audace e “ineseguibile”, dovrà attendere il 1918 per
andare in scena, esattamente il 24 maggio di quell’anno al Teatro
dell’Opera di Budapest grazie a un direttore italiano, Egisto Tango.
Questi, musicista aperto e cosmopolita, seppe vedere nel Barbablù
quegli elementi di novità che saranno riconosciuti universalmente
all’opera solo molti anni dopo, quando nel secondo dopoguerra essa
entrerà a far parte stabilmente del repertorio internazionale.
Nel 1911, anno in cui la partitura vide la luce, Bartok sta ancora affinando
– specie in ambito pianistico – quel linguaggio che poi sarà
caratteristico dei suoi anni maturi, con la stilizzazione dell’elemento
folklorico unito a una irruenza ritmica propositiva e carica di dissonanze,
essa stessa elemento strutturale di quello stile. Il castello di
Barbablù si pone tuttavia su un differente versante di ricerca,
parallelo a quello degli studi sul linguaggio popolare (per quanto questi
ultimi non mancheranno di influenzarne la composizione), un versante
maggiormente orientato invece verso una nuova vocalità e una
ricerca timbrica che hanno nelle recenti esperienze di Richard Strauss
(Salome e Elektra) e Debussy (Pelléas et
Melisande) i punti di riferimento più prossimi.
Porte e simboli
Fu soprattutto quest’ultimo lavoro ad influenzare la composizione
del Barbablù: intriso com’era di un forte simbolismo,
il capolavoro di Debussy era figlio di un’epoca in cui il decadentismo
si era ormai caricato di quelle istanze, grazie a scrittori come Maurice
Maeterlinck il cui omonimo dramma fornì, al Pelléas,
il libretto. L’ambientazione medioevale, comune alle due opere,
è volutamente vaga: sia in Debussy che in Bartok il tempo è
come sospeso, congelato in un eterno presente – il dialogo tra
Barbablù e Judit avviene in tempo reale ma in una dimensione
metafisica che rimanda a una realtà “altra” –
sul quale vengono proiettate le tematiche esistenziali di allora, che
poi sono quelle universali dell’uomo.
Il soggetto del Barbablù è tratto originariamente da una
fiaba di Charles Perrault della fine del XVII sec., ripresa proprio
da Maeterlinck per un’altra sua celebre pièce che aveva
già ispirato a Paul Dukas l’importante opera Ariane
et Barbe-Bleue del 1907. Sulla linea di questo clima culturale
si mosse Béla Balázs, scrittore e cineasta, che da Maeterlinck
derivò nel 1910 un libretto che sottopose poi all’attenzione
di Bartok. Balázs ebbe il merito di apportare importanti varianti
rispetto sia a Perrault che a Maeterlinck, per accentuare il dato simbolico
del dramma: le porte, le chiavi e le sale del castello sono sette, come
i giorni della settimana; le spose di Barbablù (con Judit) sono
quattro, come le parti della giornata e le stagioni dell’anno.
Giorni, settimane, anni: i cicli perennemente rinnovantisi sin da quando
l’uomo ha iniziato a misurare il tempo, a darsi delle leggi. La
struttura generale data da Balázs al dramma, l’azione drammatica,
fa perno proprio sull’apertura delle sette porte, altro elemento
rituale e simbolico, così come carico di simboli è il
paesaggio che si presenterà davanti a Judit dopo che ella avrà
ottenuto da Barbablù l’apertura delle sette porte: intrisi
o evocanti sangue sono tutti gli ambienti e gli oggetti appartenenti
a Barbablù che si spalancano alla vista della donna, fino all’apparizione
delle tre precedenti mogli celate dietro l’ultima porta.
Verso l’espressionismo
La struttura formale e drammaturgica data da Balázs
al dramma fu congeniale a quelle che erano le intenzioni di Bartok.
L’opera, infatti, può essere anche considerata come l’insieme
di sette brevi episodi, corrispondenti ognuno alla visione di una sala;
questi sono incorniciati da un prologo e un epilogo, quest’ultimo
riprendendo – al calar di sipario – l’incipit dell’opera,
determinando così una struttura ciclica. Tale ciclicità
si riscontra anche a livello scenografico, nel rapporto tra buio e luce:
prologo ed epilogo si svolgono infatti al buio, mentre nel corso delle
varie scene ritroviamo varie gradazioni e colori di luce, a seconda
dell’evolvere del dramma, con un picco di abbacinante luminosità
al momento dell’apertura della quinta porta. Un arco, quindi, che
dal buio conduce alla luce e viceversa, ulteriore elemento simbolico
di cui l’opera si nutre. Quest’arco ha un preciso corrispondente
a livello di scelte musicali, armoniche e timbriche: per quanto il lavoro
possa considerarsi come la prima importante composizione orchestrale
di Bartok, la strumentazione delle varie scene si abbina all’elemento
scenografico, con scelte timbriche e impasti strumentali di straordinaria
suggestione, anche in funzione descrittiva (memorabile il movimento
orchestrale che evoca l’incresparsi della superficie del lago di
lacrime dietro la sesta porta). Anche la tonalità utilizzata
per ogni episodio, ogni nuova tonalità che si presenta dietro
l’apertura delle sette porte, non è casuale: ancora una
struttura ad arco che dal tenebroso fa diesis minore dell’introduzione
passa man mano a tonalità più chiare fino al luminoso
do maggiore, in fortissimo, del “tutti” (con l’aggiunta
dell’organo) che inonda la scena all’apertura della quinta
porta; per poi ripiegare, specularmente, di nuovo verso il fa diesis
minore dell’epilogo e del ritorno al buio, dopo che l’ultima
porta si sarà chiusa alle spalle di Judit.
A livello vocale Bartok utilizza un declamato melodico che oscilla fra
il quasi parlato e morbidi ripiegamenti lirici, che spesso però
lasciano il posto ad improvvise accensioni già neo-espressioniste.
Per quanto la matrice resti quella del dramma musicale wagneriano, non
si ritrova nell’opera la tecnica del Leitmotiv e gli stessi
personaggi (tra loro antagonisti) non sono caratterizzati singolarmente
dallo stile di canto, comune invece ad entrambi e ritagliato sugli accenti
della lingua ungherese. Così, se si vuole dare una collocazione
all’opera, questa sarà proprio quella del nascente espressionismo,
di cui il Barbablù può considerarsi come uno
dei primi esempi compiuti, in contemporanea ai monodrammi schoenberghiani
L’attesa e La mano felice che ne sono considerati
i lavori archetipici. Del resto, i contenuti dell’opera sono quelli
dell’estetica e della poetica espressionista: solitudine e paure
esistenziali, soggettivismo estremo, alienazione, pulsioni e perversioni
represse che esplodono in gesti violenti e liberatori. E’ nella
seconda parte dell’opera che queste tensioni si estrinsecano maggiormente
nella musica di Bartok: dalla vista abbacinante del reame di Barbablù
alla visione del lago di lacrime, infine a quella delle tre precedenti
mogli del protagonista, quando il rapporto conflittuale tra quest’ultimo
e Judit giunge al suo apice e al suo epilogo. Il canto dell’uomo
ora può accendersi orgogliosamente alla vista delle altre compagne
della sua vita, ma il suo destino, come quello stesso di Judit, è
ormai segnato. Lei condannata dalla sua stessa insaziabile curiosità
all’eterna reclusione insieme alle tre donne che l’hanno preceduta;
lui alla perenne solitudine del suo tetro castello, su cui è
ripiombata ormai l’oscurità della notte.
Antonio Curcio |