SIMON BOCCANEGRA - Presentazione

Un’opera con due prime
Il Boccanegra è la seconda opera di Verdi dopo la “trilogia popolare” (Trovatore, Rigoletto e Traviata) degli anni 1851-53. Per Verdi è un momento di riflessione dopo i trionfi della “trilogia”, cerniera tra le opere giovanili e quelle della maturità. Già Les Vepres Siciliennes del 1855 denotava una certa voglia di rinnovamento e anche il Simon Boccanegra, scritto tra il 1856 e il ‘57, è riconducibile al desiderio di Verdi di accostarsi a forme meno condizionate dalla tradizione ma anche dalla facilità melodica delle opere precedenti.
La genesi del libretto fu alquanto travagliata, e il risultato non fu tra i più riusciti della coppia Verdi-Piave. Così, quando quasi 25 anni dopo, l’editore Ricordi propose a Verdi una revisione di quest’opera, che per lo stesso compositore era rimasta una sorta di “incompiuta”, il musicista si rivolse ad Arrigo Boito (fu, questa, la prima collaborazione fra i due) per dare un volto migliore alla parte letteraria. L’opera ne guadagnò, al punto che ci fu una sorta di “seconda prima” alla Scala nel 1881, ma nemmeno Boito riuscì a fare quel miracolo necessario a rendere più trasparenti una trama così intricata e una psicologia dei personaggi così complessa.
Questa seconda versione, comunque, entrò stabilmente in repertorio. Resta il fatto che il Simon Boccanegra è considerato uno dei capolavori “difficili” di Verdi, e non è mai divenuta popolare: un po’ come Falstaff, col quale condivide questo destino di opera “difficile”. In effetti, nel Boccanegra, Verdi pare mettere un freno alla sua vena melodica, e questo è il motivo principale delle difficoltà che l’opera ha incontrato tra il grande pubblico, oltre al fatto che ci troviamo di fronte a una trama molto intricata, che nemmeno Boito riuscì granché a semplificare. Inoltre la storia d’amore non è in primissimo piano, apparendo quasi sullo sfondo dell’intreccio politico e del tormentato e ambivalente rapporto tra Fiesco e Boccanegra.

Percorso drammaturgico e musicale: il Prologo
Il Prologo inizia con una lunga scena, il dialogo tra Paolo Albiani e il popolano Pietro, cui presto si unisce Boccanegra e poi il coro di Marinai e Artigiani: è un dialogo che alterna recitativo, declamato melodico e un momento musicalmente più lirico, strofico-narrativo, nel racconto di Paolo e nella risposta del coro (“L’atra magion vedete”). Ma per il primo momento musicalmente di rilievo dobbiamo aspettare l’entrata di Fiesco, col suo drammatico recitativo e l’aria “Il lacerato spirto” contrappuntato dagli interventi dei due cori (maschile e femminile) dall’interno del palazzo. Segue il grande duetto Boccanegra-Fiesco, perno drammatico del Prologo, costituito dall’accostamento di diversi episodi musicali: un duetto quindi “moderno”, sviluppato drammaturgicamente, ormai lontano dalla forma tradizionale, col lungo dialogo tra i due che ha troppo brevi momenti simmetricamente lirici; un esempio della voglia di rinnovamento di Verdi, brano lirico “dialogizzato” in cui la melodia non è sviluppata, costretta volutamente nelle forme del dialogo. La breve scena finale sovrappone la disperazione di Boccanegra e le grida del popolo festante che lo acclama Doge: consueto accostamento verdiano di elementi assolutamente contrastanti.

Il primo atto
L’aria di Amelia con cui si apre il primo atto (“Come in quest’ora bruna”) è un’aria “alla francese”, tre strofe secondo lo schema ABA, a cui segue, col giungere di Gabriele, il primo di una serie di duetti (“Vieni a mirar la cerula”) ancora tradizionale con le due voci che cantano lo stesso cantabile, il tempo di mezzo con l’annuncio dell’arrivo del Doge, e la cabaletta finale a due “Sì, sì dell’ara il giubilo”. Più innovativo il duetto seguente, tra Gabriele e il vecchio Andrea/Fiesco, costituito da un recitativo e un breve quanto intenso cantabile. L’ampia scena dell’incontro tra Boccanegra e Amelia inizia con un recitativo cui segue il primo episodio melodico “Dinne, perché in quest’eremo”; il canto di Amelia si fa più regolare con “Orfanella, il tetto umile”, altro episodio però in cui le forme musicali paiono prendere di volta in volta la forma del racconto, e a cui si unisce il Doge; lo scoprirsi padre e figlia conduce alla parte finale del duetto “Figlia!... a tal nome palpito”, uno dei momenti musicalmente più alti dell’opera. L’ampia scena finale dell’atto è un autentico Finale da grand-opéra: vi partecipano tutti i personaggi, con massicci interventi dialoganti del coro, l’ambientazione nella Sala del Consiglio fatta di grandi scenografie, il ruolo dell’orchestra, il rapido susseguirsi di situazioni concitate, momenti lirici, esclamazioni solenni. Non dimentichiamo che il Boccanegra fu concepito come un grand-opéra. La parte finale inizia proprio da una di queste esclamazioni solenni, l’aria del Doge “Plebe! Patrizi! Popolo” cui si uniscono poi tutti i personaggi e il coro, e che conduce all’altrettanto solenne, inquietante invito a Paolo a maledire il traditore, cioè sé stesso.

Il secondo atto
Il secondo atto si apre col serrato dialogo a tre fra Paolo (che aveva introdotto la scena col suo monologo) Fiesco e Gabriele, alla fine del quale c’è la famosa aria di quest’ultimo “Sento avvampar nell’anima”, bipartita con due melodie diverse per le due strofe a sottolineare i due diversi stati d’animo del personaggio. L’arrivo di Amelia conduce alla seconda parte dell’aria, cantata a due (“Parla - in tuo cor virgineo”). Ci troviamo ancora una volta di fronte a una scena composita: il duetto infatti ha a sua volta una concitata coda, quasi una cabaletta, quando Amelia nasconde Gabriele al Doge che sta per giungere. Dopo il dialogo con Amelia, ecco il breve monologo di quest’ultimo che beve l’acqua avvelenata (“Doge! ancor proveran la tua clemenza”), con l’orchestra che pare partecipare sottolineando ogni gesto di Boccanegra in quei momenti carichi di tensione. Il successivo ritorno in scena prima di Gabriele (che riprende il tema musicale del monologo del Doge appena addormentato), poi di Amelia, conduce allo splendido terzetto “Perdono, perdono Amelia” che ha anch’esso una sorta di coda quando si va a sovrapporre al coro dei rivoltosi che giunge da fuori.

Il terzo atto
Una grande scena apre il terzo atto con la vittoria dei seguaci del Doge sui rivoltosi, i cori e Paolo che, arrestato, mentre viene portato via racconta a Fiesco la tragica verità. Segue il momento cruciale dell’incontro tra Fiesco e il Doge sofferente, quando i due vecchi nemici si riconoscono. Il tono dell’intera scena è grave, solenne: introdotto dal Capitano, Boccanegra inizia il suo monologo con “M’ardon le tempia”, un declamato melodico ancora punteggiato da un’orchestra che indulge anche ad effetti che richiamano il rumore del mare, così nostalgicamente dal Doge evocato. Allo stesso modo solenne è la risposta di Fiesco (“Delle faci festanti al barlume”) e tutta la rimanente parte finale del duetto (“Piango, perché mi parla”) col commovente abbraccio tra i due uomini, divisi per tutta la vita da barriere politiche e di classe ma che in realtà non hanno mai smesso di stimarsi. Con l’arrivo di Amelia/Maria e Gabriele la tragedia si compie con un quartetto (“Gran Dio, li benedici”), in cui ognuno dei quattro personaggi canta su un proprio tema, e al quale si unisce anche il coro, e che rappresenta il vertice musicale dell’opera. Ad esso segue, in lento declamato melodico anche qui punteggiato dal commento dell’orchestra, il breve epilogo.

Antonio Curcio