|
LUCREZIA
BORGIA - Presentazione
La
fine dell’opera comica La Lucrezia Borgia rimane una delle opere di
“seconda fascia” di Donizetti. E’ del 1833, tre anni dopo il primo lavoro
importante nel genere dell’opera seria (l’Anna Bolena), due prima
del capolavoro Lucia di Lammermoor. Anche se siamo nel campo di
quella che veniva ancora definita opera “seria”, la distinzione con quella
“comica” varrà ancora per poco, nel senso che quest’ultima, almeno nella
sua tipologia tradizionale, sta per sparire dai teatri d’opera italiani,
assorbendone l’opera seria alcuni elementi. Già in un melodramma tragico
come la Lucrezia, infatti, ritroviamo elementi di stile “basso”
e comico, come in alcuni dialoghi tra servi o nelle atmosfere gioiose
e conviviali delle due feste, la seconda delle quali si muterà in tragedia.
Questo contrasto e coesistenza tra comico e tragico sarà di lì a qualche
lustro uno degli elementi portanti della drammaturgia verdiana, e con
“melodramma” o “dramma lirico” si indicherà tutta l’opera italiana dell’Ottocento.
Le opere esplicitamente “comiche” del secolo saranno da considerare autentiche
eccezioni: Don Pasquale, Falstaff.
La
fortuna Per quanto non abbia avuto nel tempo la stessa fortuna
della Lucia, la Lucrezia Borgia è, tra le opere drammatiche
di Donizetti, una delle più riuscite e a suo tempo fu molto popolare.
Vi ritroviamo infatti alcune delle pagine più liriche e intense del Donizetti
drammatico, pensiamo ai due duetti tra Lucrezia e Gennaro, al terzetto
che conclude il primo atto, alle arie solistiche, alcune delle quali hanno
resistito al parziale oblio dell’opera come quella del Duca all’inizio
del primo atto o il brindisi di Maffio prima del tragico epilogo.
L’ambiguità
di Lucrezia Osservando l’opera nel suo insieme ci accorgiamo subito
quanto peso abbia il ruolo della protagonista, della primadonna, elemento
catalizzatore per tutti gli altri personaggi; il che era, del resto, ancora
una delle caratteristiche portanti del melodramma di quegli anni. La negatività
della figura storica di Lucrezia viene però nell’opera alquanto mitigata,
fino quasi ad apparirci positiva, per via di quel suo speciale rapporto
col figlio, a cui fino all’ultimo tenta di nascondere l’appartenenza all’odiata
sua famiglia. Fu lo stesso Donizetti a proporre al librettista Felice
Romani un’opera sul recente dramma di Hugo; Romani cercò di attenuarne
gli aspetti più scabrosi, presentando il suo libretto in questi termini:
“Nella Lucrezia Borgia [Hugo] volle significare la difformità morale
purificata dalla maternità: il quale scopo, se ben si rifletta, rattempera
la nerezza del soggetto, e non fa ributtante il protagonista”. Una tale
ambiguità della protagonista era cosa abbastanza inedita per l’epoca,
per non dire audace. Rimane il fatto che non ci è possibile restare indifferenti
davanti al dolore di Lucrezia sul cadavere del figlio che lei stessa ha
avvelenato.
Intuizioni
drammaturgiche e musicali Donizetti
non fu innovativo quanto Bellini, di certo però non lo si può considerare
come un semplice mestierante dalla melodia facile. Anzi, se vediamo la
sua opera in una prospettiva storica, ci accorgiamo di quanto non siano
per niente di secondo piano gli elementi nuovi che egli apporta all’opera
italiana del primo Ottocento. Il modello di partenza resta, ovviamente,
quello dell’opera seria rossiniana e post-rossiniana: quindi un susseguirsi
di scene più o meno ampie, al loro interno strutturate in ben delimitabili
episodi drammatico-musicali, i più rilevanti dei quali sono il “cantabile”
(la prima parte dell’aria, quella lenta) e la “cabaletta” (la seconda
parte, quella più veloce). A questa convenzione Donizetti non si sottrae,
tuttavia egli tende ad ampliare la struttura interna delle varie scene,
con l’inserimento di altri episodi, la cui funzione non è solo quella
di spezzare musicalmente il fluire dell’azione ma anche di arricchirla
drammaturgicamente. Siamo, in tal modo, già orientati verso le grandi
architetture sceniche verdiane. Non mancano poi, in Donizetti, richiami
tematici che danno alle scene una certa compattezza anche da un punto
di vista squisitamente musicale.
Verso
un nuovo Finale Anche la convenzione di chiudere l’opera con una grande
aria della primadonna non sfugge alle aperture donizettiane, così che
la stessa scena finale non si limita al tradizionale sfogo lirico della
protagonista ma accoglie anche interventi esterni. C’è da dire, a tal
proposito, che proprio per una ripresa scaligera del 1840 della Lucrezia,
Donizetti tolse la cabaletta finale di Lucrezia sul corpo del figlio
senza vita, che probabilmente sembrava allo stesso compositore un po’
gratuita. Tuttavia tale dilatazione della scena finale ha una valenza
che va ben al di là del semplice ampliamento della conclusione, perché,
rispetto al modello rossiniano, sposta il culmine emotivo (ma anche musicale)
dell’opera proprio al suo scioglimento, prima del definitivo calare di
sipario. In Rossini il momento culminante era il Finale centrale (in genere
quello del primo atto), mutuato dall’opera comica; ora il Finale centrale
assume man mano sempre meno importanza, a vantaggio proprio della conclusione,
la cui intensità ci rivela i tratti più profondi della personalità dei
personaggi. Tutti questi elementi nuovi nella struttura drammaturgico-musicale
di un’opera del periodo centrale della carriera donizettiana, come la
Lucrezia Borgia, sono esemplificativi del momento di evoluzione
che il melodramma italiano sta vivendo in quegli anni, fra tradizione
ancora tardo sette/primo ottocentesca e l’opera romantica dei decenni
a venire, che sarà segnata indelebilmente dal nome di Verdi.
Antonio
Curcio
|