CAPRICCIO - Presentazione

Un malinconico sguardo al passato
L'ultima opera di Richard Strauss andò in scena al Nationaltheater di Monaco il 28 ottobre 1942. Strauss è quasi ottantenne e da una ventina d'anni la sua attività di musicista è esplicata soprattutto a livello organizzativo, spesso in parallelo con cariche e riconoscimenti ufficiali. Si è molto discusso, a tale proposito, della compromissione in quegli anni dell'anziano musicista col nazismo, compromissione che, però, non fu mai ideologica, permettendo Strauss, un po'; ingenuamente, che il suo nome di più famoso compositore di Germania fosse utilizzato da un regime alla ricerca di consensi fra gli intellettuali.
Sebbene la sua fama vivesse ormai di rendita, Strauss non abbandonò mai l'attività compositiva, limitandone però la portata a lavori meno ambiziosi, più "artigianali" rispetto agli impegnativi capolavori sinfonici e teatrali degli anni precedenti. Limitandoci alla produzione teatrale fra le due guerre, vedremo infatti come i titoli non abbiano più le pretese del grande affresco drammatico di Elettra o della fiaba fantastica carica di forti simbologie della Donna senz'ombra, bensì sono quasi sempre opere un po'; disimpegnate, ironiche, parodistiche. Capriccio è una delle più interessanti: non opera ma "conversazione per musica", operazione squisitamente intellettuale all'interno della quale trovano posto molti tratti delle opere precedenti, quasi un luogo dove il compositore abbia voluto raccogliere insieme alcuni dei più importanti momenti del suo passato.

Prima la musica o le parole?
Già nel 1934 il librettista Stefan Zweig aveva segnalato a Strauss un curioso libretto italiano del Settecento, Prima la musica e poi le parole, scritto dal famoso librettista Giovanbattista Casti per la musica di Salieri. L'opera trattava dell'eternamente dibattuto problema: cosa è più importante nel teatro musicale, la musica o il testo letterario? In realtà questo problema fu sempre molto sentito dallo stesso Strauss, per il quale la comprensione del testo in un'opera era di primaria importanza, anche se spesso nel corso della sua produzione ciò si era andato a scontrare con le esigenze vocali che invece la limitavano. Dietro quindi la leggerezza di questa apparentemente innocua rivisitazione del Settecento, che Strauss probabilmente concepì come un divertimento, un "capriccio" per sé stesso, si cela anche il tentativo di risolvere il problema dell'udibilità del testo: non per niente proprio in quest'opera scrittura e declamazione sono concepiti in funzione di una agevole comprensibilità.
Stefan Zwaig era un letterato che sapeva stimolare molto bene la fantasia di Strauss, allo stesso modo di come era uso fare Hofmannsthal, prematuramente scomparso, e l'idea di Capriccio, come accennato, fu sua. Zwaig però, essendo ebreo, avrebbe incontrato ostacoli insormontabili a comparire come librettista, cosicché il libretto dell'opera, a cui Strauss si impegnò dal 1939, fu ripreso e completato dallo stesso compositore con la collaborazione di Clemens Kraus, che ne figura ufficialmente come autore.

Teatro e vita
L'atto unico Capriccio è un'opera sul teatro. Un'opera concettuale sul mondo teatrale, sotto forma di una vivace discussione tra i personaggi su quelle che devono essere le regole del palcoscenico. Già tra i personaggi troviamo rappresentati tutti i "tipi" teatrali caratteristici: il compositore, il poeta, l'attrice, i cantanti, l'impresario; oltre al conte e la contessa che rappresentano gli spettatori, nonché i moderatori della discussione. Ognuno formulerà le proprie idee sul teatro secondo il rispettivo, scontato, punto di vista, sebbene tutto ruoti attorno al personaggio della Contessa. Questa, spasimata sia dal musicista Flamand che dal poeta Olivier, rappresenta, per Strauss, la musa ispiratrice dell'artista, se vogliamo rappresenta l'opera musicale stessa. E nella conclusione, con la donna che dà appuntamento ad entrambi gli spasimanti per il giorno dopo alla stessa ora, e che ancora non sa decidersi se preferire l'uno o l'altro, se preferire quindi la musica o la poesia, ritroviamo il dubbio, irrisolto, del compositore stesso.
Ma è un altro, forse, l'elemento chiave dell'opera. Man mano che la trama si dipana ci accorgiamo come essa confonda i propri lineamenti; e la "conversazione" diventa essa stessa azione scenica, con gli stessi personaggi che ne divengono protagonisti. Accade quando il Conte propone a Flamand e Olivier di scrivere un'opera sulle loro discussioni: è il momento in cui realtà e finzione si confondono, il confine tra il teatro e la vita cade. Da sottolineare la grande modernità dell'idea di Strauss, intuizione del tutto simile a quanto Pirandello aveva fatto nei Sei Personaggi in cerca d'autore.

La musica
C'è da dire che rispetto ad altre opere dell'ultima produzione di Strauss, in Capriccio l'elemento comico o grottesco è meno evidente, forse perché sopra le accese discussioni dei protagonisti e la stessa serenità del flusso musicale intravediamo un velo di malinconia: non potrebbe essere altrimenti per un'opera nella quale Strauss, ormai alla fine del suo percorso artistico e umano, vuol ritrovare alcuni momenti del suo passato. Infatti sono diversi i tratti delle opere precedenti che scorgiamo in Capriccio: il canto italiano fiorito in stile settecentesco, le raffinate e trasparenti orchestrazioni, le danze in stile barocco ecc. Ma tutta la partitura è trattata con grande delicatezza nel tessuto strumentale, mentre anche il canto disegna arcate melodiche depurate ormai da arditezze e spigolosità di un passato ormai lontano. Tanto che l'opera, complice anche la comprensibilità del testo, è godibilissima a livello di ascolto.
Strauss inserisce nella partitura diversi episodi che, pur compenetrandosi perfettamente col flusso musicale ininterrotto, hanno da soli un certo grado di autonomia: un sestetto per archi iniziale che funge da preludio, una suite di danze con piccola orchestra in scena, il duetto tra i due cantanti italiani, due vivaci ottetti, un interludio. E poi ci sono i monologhi: quello finale di Madeleine, introdotto dall'intenso interludio orchestrale, è il momento culminante dell'opera, quando, dopo che tutti sono ripartiti, la scena si svuota e lei resta sola nella sua stanza insieme col suo dubbio. Ma la musica di Strauss va oltre una semplice scelta tra due spasimanti o tra due forme d'arte: quello della Contessa è il canto malinconico di chi vede il tempo che passa e l'amore perdere i colori accesi di una gioventù ormai fuggita. Un canto che sa di passato, nel silenzio di un palcoscenico vuoto che ne acuisce la nostalgia.

Antonio Curcio