| IL
CAVALIERE DELLA ROSA - Presentazione
La
“conversione” di un operista
Probabilmente
il più grande successo di pubblico fra tutti i lavori teatrali
di Richard Strauss. La prima fu data a Dresda, al Königliches Opernhaus
il 26 gennaio 1911, una prima epocale, per la quale furono organizzati
treni speciali da Berlino e da Monaco. È, il Rosenkavalier,
la terza opera importante del compositore bavarese, dopo la Salome
e l’Elektra, soprattutto è la seconda del lungo sodalizio
artistico intrattenuto col poeta Hugo von Hofmannsthal, che aveva avuto
il battesimo proprio con l’Elektra un paio d’anni prima.
Il Cavaliere della rosa rappresentò per Strauss un passo
indietro, un ripiegamento stilistico e linguistico. Ai suoi occhi, probabilmente,
Elektra dovette sembrare una sorta di limite oltre il quale non
si poteva procedere: occorreva una netta sterzata dalle scandalose, cupe
e allucinate atmosfere dei due lavori precedenti. La riscoperta dell’opera
buffa e del Settecento musicale permise così al compositore di
ritrovare spazi più sereni e distesi, e la cosa non passò
certo inosservata agli occhi della critica che, specialmente agli inizi,
rimproverò al compositore di non aver proseguito sulla strada del
rinnovamento linguistico. Fattostà che con la “conversione” del
Rosenkavalier iniziò il periodo più felice della
produzione teatrale straussiana, sulla quale tuttavia forte fu l’influenza
del librettista . Il loro sodalizio si protrasse fino al 1932, fino all’opera
Arabella, quasi un ripensamento ironico proprio del Cavaliere
della rosa.
Tre
“menti” per un capolavoro
I tre
atti del Cavaliere della rosa sono ambientati nella Vienna di
Maria Teresa, intorno al 1740. Ci troviamo di fronte ad una “commedia
per musica” in cui si sente forte il sapore del Settecento, in cui è
palese il riferimento all’opera buffa italiana, e questo sia livello d’ambientazione
che a livello della musica, sebbene ovviamente filtrato attraverso il
linguaggio moderno del musicista. Viene anzi da fare subito un confronto
con Le nozze di Figaro per alcune situazioni sviluppate dall’intreccio
e per la leggerezza, velata però di malinconia, che l’opera tutta
emana: lo stesso Strauss confermò che scrivendo l’opera gli era
presente «lo spirito di Mozart». Tuttavia, pare che l’idea
originaria di un’opera come questa sia stata proprio di Hofmannsthal,
il cui libretto ha già di per sé un alto valore letterario.
Pare inoltre che anche Max Reinhardt, il grande regista teatrale tedesco
che ne curò la prima rappresentazione, ci mise del suo nella costruzione
dell’intreccio.
Strauss stese la partitura, man mano che gli arrivavano i materiali del
librettista, in un tempo molto breve, appena cinque mesi tra il 1910 e
il 1911. A prescindere dei malumori dei critici più progressisti
a cui abbiamo accennato, Il Cavaliere della rosa è un
capolavoro assoluto, probabilmente il lavoro migliore uscito dalla collaborazione
fra Strauss e Hofmannsthal, e nel suo quasi secolo di vita non ha mai
conosciuto flessioni di presenza nei cartelloni e di successo di pubblico.
Il
Settecento ricreato
Il
disegno formale complessivo che Strauss dà alla partitura non si
discosta dalle opere precedenti, quindi un flusso sonoro senza soluzione
di continuità costruito su una trama di matrice sinfonica sulla
quale si sviluppano i diversi momenti drammatico-musicali. Eccezione a
questo dato stilistico e formale sono tre episodi che potremmo definire
“pezzi chiusi”, anche se incastonati nell’insieme: sono l’aria del cantante
italiano “Di rigori armato il seno” nel primo atto, momento comunque funzionale
alla precisa caratterizzazione di questo personaggio secondario, e – soprattutto
– il terzetto e il duetto posti alla fine dell’opera fra le tre voci femminili
(la Marescialla e Sophie soprani, Octavian mezzosoprano) che rappresentano
i momenti liricamente più intensi della partitura. Specie il terzetto
è costruito in maniera sublime: i tre diversi stati d’animo (la
felicità di Octavian, l’imbarazzo di Sophie, la malinconica rinuncia
della Marescialla) sono evidenziati mediante l’uso di tre diverse scansioni
temporali, ognuna adatta al rispettivo personaggio, che si sovrappongono
e si fondono insieme in un passo di straordinaria intensità emotiva
nonché di grande leggerezza e spontaneità.
Lungo tutto il corso dell’opera è, come sempre in Strauss, fondamentale
il ruolo dell’orchestra, alleggerita tuttavia dai cupi turgori delle due
opere precedenti. Questa, oltre a “tenere insieme” il decorso formale
e drammatico mediante il succedersi di episodi di natura sinfonica che
rimandano direttamente allo Strauss dei poemi, è infarcita di splendidi
ricami solistici che impreziosiscono qua e là il sempre raffinatissimo
insieme timbrico. Sull’orchestra si innesta il continuo declamato delle
voci, circoscrivibile in sezioni formalmente autonome solo nei tre momenti
a cui abbiamo accennato. Se da un lato il ruolo del Leitmotiv
è trasparente (l’opera si apre col motivo di Octavian ai corni
a cui risponde quello della Marescialla negli archi, che torneranno più
volte nel corso dell’opera), dall’altro il vero “motivo conduttore” della
partitura è da considerare il ritmo di valzer che la percorre da
cima a fondo. Per quanto sia anacronistica la scelta di Strauss di associare
il valzer al Settecento, e a maggior ragione su un impianto orchestrale
di grandi proporzioni - impensabile nel XVIII secolo, l’impressione che
si ha all’ascolto è la perfetta funzionalità di quel ritmo
nel ricreare l’atmosfera da commedia borghese offertaci dall’intreccio.
E proprio questa voluta artificiosità, questo ricreare un Settecento
mitico, questa palesata “lontananza” dal dato storico è forse la
caratteristica più peculiare dell’opera e, nel contempo, l’indice
della sua modernità.
La
galleria dei personaggi
Nella
variopinta galleria di personaggi che l’opera di Hofmannstahl e Strauss
ci propone troviamo figure molto diverse fra loro: il rozzo e grossolano
barone Ochs non potrebbe essere più distante dalla delicata Sophie
o dalla disincantata e malinconica Marescialla; oppure pensiamo alla sfilata
di bizzarri personaggi che percorrono la parte centrale del primo atto
nel palazzo di quest’ultima. Eppure, proprio questa multiformità
di tratti umani è funzionale a disegnare quello che è il
ritratto della società viennese all’epoca di Maria Teresa, per
quanto, come abbiamo appena detto, ricreata e mitizzata: ognuno dei personaggi
parla in maniera differente, anche in riferimento al suo rango sociale,
e così facendo dà il suo contributo al quadro complessivo
di quel mondo che i due autori volevano tratteggiare. Fra l’altro, Hoffmannstahl,
che ricostruì minuziosamente nel testo la Vienna di metà
Settecento, farcì il suo libretto di parole in dialetto viennese
ed espressioni caratteristiche, si può dire che ognuno dei personaggi
abbia una sua propria parlata, e questo non fa altro che meglio caratterizzare
i protagonisti.
Eppure, a prescindere dal velo di malinconia che pervade il finale dell’opera
(ma non solo quello) nella consapevolezza della Marescialla che presto
la favola di un amore giovanile sarebbe finita, parrebbe che Hoffmannstahl
e Strauss vogliano dirci come oltre il lusso e le vanità della
vita aristocratica, il gioco, gli equivoci, i divertimenti e le burle,
ci sia tutto un mondo di affetti che stanno venendo meno, un universo
di valori che si stanno smarrendo, persi fra le vanità di un’esistenza
sempre più materialistica e votata, ormai, soltanto a un edonistico
egoismo.
Antonio
Curcio
|