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LES DIALOGUES DES
CARMELITES -
Presentazione
"Monaco e monello"
L'opera per il teatro più famosa di Francis Poulenc (1899-1963), uno
dei compositori francesi più importanti del Novecento, legato in gioventù
alle esperienze del "Gruppo dei Sei", cenacolo artistico-musicale ispirato
da Erik Satie. Di questo gruppo di compositori facevano parte, tra gli
altri, Darius Milhaud e Arthur Honegger, e nel corso dei primi anni
Venti le composizioni uscite dalle mani di questi autori scandalizzarono
gli ambienti musicali parigini grazie ad una serie di rappresentazioni
d'avanguardia, provocatorie e dissacranti e nei confronti della tradizione,
e dell'accademismo, e dello stesso Impressionismo di Debussy.
Les dialogues des Carmélites appartiene invece alle esperienze successive
di Poulenc (il "gruppo dei Sei" esaurì la sua esperienza già verso la
metà degli anni Venti) quando il compositore si avvicinò al teatro.
C'è da dire però che Poulenc, rispetto ad es. a Milhaud e Honegger che
col tempo entrarono un po' nei ranghi della cultura musicale ufficiale,
mantenne sempre un atteggiamento e un linguaggio più disimpegnato, non
senza qualche nostalgico ritorno alle esperienze giovanili. Non per
niente la sua prima opera per il teatro fu "Les mamelles de Tirésias"
(1944), sorta di opera buffa tratta da un testo surrealista di Apollinaire.
Tuttavia è bene anche dire che il soggetto dell'opera non fu del tutto
casuale, avendo avuto Poulenc anche una sorta di crisi religiosa durante
gli anni Trenta, pare successiva ad una sua visita ad un convento. Fattostà
che il compositore mantenne entrambi questi atteggiamenti, mistico e
dissacratorio, tanto che il grande critico Claude Rostand lo definì
come "monaco e monello".
Genesi dell'opera
La genesi dei Dialogues
risale invece ai primi anni Cinquanta, quando l'editore Ricordi propose a
Poulenc un'opera basata su un testo di Georges Bernanos che stava avendo
un grandissimo successo sulle scene teatrali francesi e svizzere del
tempo, originariamente una sceneggiatura per un film poi non realizzato,
tratto da un romanzo del 1931 della scrittrice Gertrud von Le Fort che
raccontava l'esecuzione di sedici suore carmelitane avvenuta negli anni
della Francia post-rivoluzionaria. Quel che dovette attrarre Poulenc,
evidentemente desideroso di mostrare le sue possibilità espressive anche
su un testo fortemente drammatico, fu il particolare tratto dato da
Bernanos alla sua sceneggiatura, in cui l'aspetto storico-temporale appare
in secondo piano rispetto alla sottile analisi delle psicologie dei
personaggi che vi è tracciata, soprattutto di quelli femminili e per di
più suore: così stati d'animo, sofferenze individuali, paure,
corrispondenze affettive vanno a comporre un dramma psicologico dalle
intense e penetranti tinte. Poulenc stesso ricavò il libretto dal lavoro
di Bernanos e lavorò alla musica dal 1953 al 1956. La prima fu data alla
Scala il 26 gennaio dell'anno successivo, anche se in una versione
italiana, mentre la prima rappresentazione in lingua originale si tenne
all'Opéra di Parigi nel giugno sempre del 1957, con la parte della
protagonista Blanche affidata a Denis Duval, la soprano francese a cui
Poulenc aveva pensato sin da subito nello scrivere quella
parte.
Echi
di un mondo interiore
L'opera è suddivisa in tre atti, o meglio dodici quadri la
maggior parte dei quali ambientati all'interno del convento di Compiègne.
Spesso i quadri sono intercalati da un breve interludio orchestrale,
che a volte però può anche collegare due momenti all'interno dello stesso
Tableau. Diciamo subito che l'elemento che spicca maggiormente nell'economia
dell'opera è quello della vocalità femminile, che lungo i suoi diversi
registri, dal contralto della vecchia priora al soprano leggero di Constance,
è trattato in tutte le sue possibilità espressive, da un lirismo che
sa ancora di tradizione all'arioso fino al recitativo. Le radici di
un tale multiforme linguaggio sono rintracciabili nella tradizione operistica
francese più recente, da Massenet a Faurè a Chabrier, non dimenticando
i musicisti ai quali l'opera è dedicata - Monteverdi, Musorgskij e Verdi,
il cui "spirito", secondo l'autore, ne ha guidato la composizione. D'altra
parte è la melodia, dono che Poulenc aveva innato, un altro dato che
emerge nei Dialogues e che ne favorisce l'approccio anche ad un pubblico
refrattario alla musica del Novecento, per quanto l'opera sia estremamente
moderna sia a livello di armonia che di orchestrazione, spesso raffinata
ed evocativa.
Tuttavia, la maggior preoccupazione di Poulenc fu quella di adattare
di volta in volta questa multiforme varietà di stili e possibilità espressive
al proprio testo poetico, in modo da preservarne la pregnanza drammatica
e l'"interiorità", al fine di far emergere le varie situazioni offerte
dalla trama come dall'"interno" della psicologia delle protagoniste.
Infatti, la dimensione temporale ci appare come sullo sfondo: il convento
di Compiègne è davvero un "mondo a parte", in quelle stanze i personaggi
si muovono in una dimensione quasi esclusivamente interiore, isolata
dalla Storia che in realtà, al di fuori da quelle mura, sta disegnando
le trame del loro stesso destino. Quello che emerge, invece, è il senso
della morte, del dolore, della solitudine, della sofferenza che permea
l'opera sin dall'inizio fino al tragico epilogo. Da questo punto di
vista Les dialogues des Carmélites può essere considerata come un'opera
"da camera", sebbene per dimensioni e messa in scena si allinei ancora
al grande repertorio operistico primo-novecentesco.
Pagine
musicali
Al di là dei riferimenti o dei possibili prestiti
stilistici dai compositori che abbiamo citato, le reali intenzioni di
Poulenc, come detto, erano quelle di conferire alla sua musica la
possibilità di esprimere il mondo interiore delle protagoniste, cosa che
una trama in un certo senso così "immobile" offriva. Ed ecco che la musica
si sedimenta sulle varie situazioni, pensieri e stati d'animo di quelle
donne, ne evoca ed enfatizza i motivi più nascosti, le ragioni più
profonde e indicibili, andando in tal modo al di là della mera descrizione
delle coordinate temporali e spaziali sulla scena. Infatti è proprio nei
momenti dell'intreccio in cui le psicologie e le interiorità emergono in
tutto il loro spessore che la musica di Poulenc mostra i suoi tratti più
espressivi. Pensiamo, ad es., al colloquio fra Blanche e Constance nella
terza scena del primo atto, in cui ci imbattiamo nella "doppia
personalità" (da un lato gaia e civettuola, dall'altra profonda e
inquietante) di quest'ultima; a quello tra Blanche e suo fratello nella
terza scena del secondo atto, una scena musicalmente molto lirica così
come quella, nell'atto successivo, dell'incontro tra Blanche e Madre Marie
nella casa devastata dei de la Force. Anche i monologhi, di Madame de
Croissy nel primo atto e di Madame Lidoine negli atti successivi, sono
attraversati da una grande intensità lirica: il discorso di quest'ultima
alle consorelle nella cella del carcere ha quasi il pathos di una
preghiera. E fra le pagine indimenticabili dell'opera ci sono anche quelle
corali delle invocazioni alla Madonna: dal raffinato Ave Maria del secondo
atto, al successivo Ave Verum, allo splendido Salve Regina che accompagna
le carmelitane al patibolo nell'ultima scena, scena magistrale nel suo
svolgimento drammatico, un canto di certo più possente e penetrante dei
ripetuti colpi di ghigliottina che, inesorabili nella loro regolarità, vi
si sovrappongono.
Antonio Curcio
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