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DON CARLOS -
Presentazione
Una storia infinita Una delle più
importanti opere dell'ultimo Verdi, in assoluto forse il suo lavoro più
ambizioso: andata in scena a Parigi l'11 marzo del 1867 precede di quattro
anni l'Aida. Fu scritta per il palcoscenico dell'Opéra, tuttavia
la "prima" parigina non esaurì certo la genesi di quest'opera, che si può
definire come la più travagliata fra tutte quelle verdiane. Ne esistono,
infatti, due differenti versioni (quella originaria in cinque atti in
francese e quella in italiano, più conosciuta, in quattro o anche cinque
atti) ma gli autografi sono ben cinque, a dimostrare il lungo travaglio di
Verdi nella messa in musica di questo soggetto, un soggetto certamente
"difficile" e che le rigide imposizioni dell'Opéra resero ancora più
ostico da stendere in partitura. Il teatro parigino, infatti, imponeva che
un grand-opéra fosse diluito in cinque atti, e la complessità del
soggetto schilleriano (scelto comunque da Verdi) fece il resto. Furono
François-Joseph Méry e Camille Du Locle a stendere il libretto originale
in francese, mentre la musica fu scritta durante tutto il 1866; ma già
immediatamente prima e dopo il debutto Verdi operò dei tagli: per quanto
l'opera nel corso delle 42 repliche parigine avesse ottenuto un discreto
(ma non grande) successo, il compositore restava insoddisfatto. Intanto il
27 ottobre di quello stesso 1867 Bologna vide la prima del Don
Carlo italiano, con la traduzione del libretto francese operata da
Achille De Lauzières, mentre il maestro continuava ad lavorare, con altri
tagli e aggiustamenti, sull'imponente partitura. Sarà solo nel 1883 che
Verdi si decise ad operare in modo drastico sull'originale francese, con
la completa soppressione del primo atto (quello cosiddetto "di
Fontainebleau", una sorta di prologo all'opera col primo incontro fra
Carlo ed Elisabetta e l'annuncio del matrimonio "politico" di quest'ultima
con Filippo II) ed altri ulteriori spostamenti tagli e aggiunte, un lavoro
che lo impegnò per diversi mesi, con i nuovi versi del Du Locle tradotti
in italiano da Angelo Zanardini. Così, il 10 gennaio dell'anno successivo
alla Scala, quindi ben 17 anni dopo l'esordio parigino, si potrà parlare a
tutti gli effetti di una seconda "prima". Eppure non finì qui: ancora nel
1886 a Modena fu ripristinato l'originale primo atto in traduzione
italiana.
Un nuovo approccio ai destini
individuali Due sono i dati fondamentali che vanno
sottolineati riguardo al Don Carlos. Verdi ha 54 anni, per
restare ai tempi della prima versione, è entrato ormai nella fase più
matura della sua vita, come uomo e come musicista. Ciò si riflette
immancabilmente sullo sviluppo drammatico-musicale di un soggetto così
complesso come quello del Don Carlos di Schiller, in cui politica
e religione, ragion di stato e nuovo ruolo assunto dalle masse, rapporti
tra padri e figli si intrecciano inscindibilmente. Vengono così
tratteggiati caratteri forti, ma nel contempo ambigui, consumati da
passioni torbide: senza dubbio alcuni fra i più potenti ritratti umani
dell'intera produzione verdiana appaiono proprio nel Don Carlos.
Certo le umane passioni erano scandagliate anche nelle opere precedenti,
ma a differenza di quelle, soprattutto delle opere "risorgimentali", è
diverso l'approccio complessivo che il compositore mostra ora di avere con
queste tematiche: anzitutto abbiamo a che fare con un realismo storico che
non scende a compromessi, in cui non è più possibile cambiare il destino
dei singoli quando questo si intreccia agli insondabili fili della Storia.
E a questa visione più pessimistica dell'esistenza, che si traduce nel
soccombere dell'uomo di fronte agli eventi, non possono sottrarsi neanche
i potenti, anzi sono proprio le figure di Carlo ed Elisabetta, di Filippo
II e Rodrigo quelle in cui il contrasto fra ideali e speranze da una
parte, doveri e disillusioni dall'altra è maggiormente accentuato fino a
divenire lacerante. Pur tuttavia, su questa visione che non dà scampo, si
eleva alta la dignità della rinuncia e della morte, che nel caso di
Rodrigo ha finanche i connotati del martirio.
Caratteristiche della partitura Il
Don Carlos è un'opera caratterizzata dal timbro scuro,
volutamente cupo in alcuni momenti, che riflette bene le tetre e morbose
atmosfere del dramma di Schiller. E' un lavoro che non ha la compattezza
di altri, vi si riscontra quà e là qualche disomogeneità stilistica, e non
potrebbe essere altrimenti considerato la sua lunga gestazione. Tuttavia
Verdi ebbe la possibilità di sperimentarvi - ma filtrati attraverso la sua
personale cifra stilistica - alcuni dei nuovi linguaggi operistici
dell'epoca: da un lato Wagner (fra l'altro lo si accusò di una
"pericolosa" deriva wagneriana), dall'altro la nuova opéra
lirique francese con le sue morbidezze armoniche e timbriche. Verdi
restò fedele allo spirito dell'originale schilleriano, malgrado alcune
soppressioni allo scopo di semplificare l'articolazione della trama: in
effetti, se raffrontiamo i due lavori noteremo come i momenti
drammaturgicamente decisivi del dramma abbiano un preciso riscontro di
pari importanza sulla partitura. Orchestrazione volutamente tenebrosa,
si diceva, e la cosa non passò certo inosservata, così come un'apertura
verso orizzonti armonici nuovi. Si parlò anche di povertà melodica ma è
chiaro che il Don Carlos rimane una pietra miliare nel percorso
linguistico verdiano, che procede direttamente dall'opera precedente,
La forza del destino, altro lavoro che rappresenta una svolta in
una drammaturgia ormai chiaramente indirizzata verso la dilatazione delle
forme operistiche tradizionali. Nel Don Carlos Verdi si
adegua bene alle esigenze del grand-opéra (genere tuttavia giunto
ormai alla fine del suo periodo aureo) eppure non rinnega per niente
quella che è la sua peculiare impronta stilistica. Anzi, egli trasforma un
genere spesso ingabbiato nelle sue stesse rigide leggi in un'opera
autenticamente "romantica", con una musica in grado di cogliere e portare
in superficie ogni sottile sfumatura delle complesse psicologie del dramma
di Schiller, supportata in questo da una sensibile e raffinata
orchestrazione, ma anche da un libretto (ci riferiamo soprattutto a quello
francese, considerato dallo stesso Verdi superiore rispetto alla
traduzione italiana) in grado di esaltarne da una parte le tensioni
drammatiche, dall'altra quella nuova cantabilità - sempre più orientata
verso l'utilizzo di un duttile declamato melodico e di frasi concise e
pregnanti - alla quale il Verdi di quegli anni tendeva. Ecco che, quindi,
ci troviamo davanti ad un capolavoro assoluto: pur nel suo grado di
dispersività e disomogeneità il Don Carlos è da considerare come
uno degli esiti più alti mai raggiunti da Verdi, così come dall'opera in
francese dell'Ottocento.
Le ragioni
profonde del Don Carlos In una trama così
intricata, in cui conflitti e psicologie individuali hanno un ruolo così
importante, fra i diversi personaggi dell'opera è proprio Filippo II
quello che appare come il meglio tratteggiato, e drammaturgicamente e
musicalmente - vero è proprio personaggio principale. Verdi voleva mettere
in luce l'ambiguità, ma anche la lacerante solitudine (monologo "Elle ne
m'aime pas!/Ella giammai m'amò" all'inizio del IV atto) di un potente
fondamentalmente assolutista eppure, allo stesso tempo, attratto
irresistibilmente dalla figura del Marchese di Posa, uno "strano sognator"
liberale le cui idee dovevano però in qualche modo far breccia nella
coscienza e nella rigida concezione del potere del monarca (duetto fra i
due nel II atto, riscritto per un allestimento napoletano del 1872).
Quindi, in ultima analisi, l'opera verdiana si può leggere come lo scontro
fra assolutismo e liberalismo con sullo sfondo un potere trasversale
ancora più rigido e assoluto - quello della Chiesa nel periodo
dell'Inquisizione - che ha nella figura del Grande Inquisitore, unico uomo
in tutto l'Impero che può dare del tu al Re, l'impersonificazione più
inquietante. Elemento politico, quindi, decisamente predominante
rispetto a quello sentimentale dello sfortunato amore dell'infante per la
matrigna Elisabetta; anzi, lo stesso ruolo "politico" di Carlo è messo in
ombra dalla statura morale di Rodrigo, essendo quest'ultimo, come abbiamo
accennato, l'autentico contraltare all'assolutismo dell'asse Chiesa-Stato.
Asse che rivela molti dei suoi aspetti nel colloquio fra Filippo e il
Grande Inquisitore nel IV atto - in cui quest'ultimo chiede la testa di
Posa - uno dei momenti cruciali e più intensi dell'opera. E sopra tutto
ciò aleggia l'ombra del nonno dell'infante, quel Carlo V "sommo
imperator", l'uomo sul cui impero non tramontava mai il sole, che è
qualcosa di più di una presenza latente, quando, nell'ultima sconvolgente
scena, ci appare da dentro la sua tomba nelle vesti di frate, portandosi
via lo sfortunato nipote non destinato ad indossare la sua regale
corona.
Antonio Curcio |