| DON GIOVANNI -
Presentazione
Pietra angolare della storia dell’opera
Da dove cominciare per parlare del Don Giovanni di Mozart?
Di quest’opera che tanto ha significato nella storia del melodramma
tanto da poter affermare che proprio da essa è cominciata una nuova
era del teatro musicale, quella che può definirsi moderna, in parallelo
a tutta una serie di eventi sociali politici e culturali rivoluzionari
che hanno determinato l’ingresso dell’umanità nel “Mondo Nuovo”?
Cominciamo col ricordare quelle che sono le notizie sulla prima, avvenuta
al Teatro Nazionale di Praga il 29 ottobre 1787 e salutata da grande
successo: quella Praga che aveva chiesto a Mozart una nuova opera dopo
i recenti trionfi delle Nozze di Figaro, l’opera che l’anno
prima aveva determinato l’incontro tra il compositore e Lorenzo
da Ponte, inaugurando un rapporto professionale tra i più felici,
per quanto brevissimo, di tutta la storia del teatro musicale. Quella
prima praghese, come forse non poteva essere altrimenti, non sfugge
a suggestioni extra-musicali, aloni di leggenda, come quella che vuole
che Mozart abbia terminato la famosa Ouverture solo la notte
precedente. Ma al di là del mito, dell’aura quasi mistica
che sin da allora ha accompagnato questa partitura che non ha mai conosciuto
l’oblio, i due atti del Don Giovanni restano
uno dei capisaldi della storia della musica occidentale: per i valori
intrinseci musicali e drammaturgici che esso porta con sé e che
a distanza di più di due secoli ancora ci sorprendono per la
loro freschezza e modernità, nonché per le emozioni che
sanno ridestarci. Opera buffa o dramma?
Non è facilmente quantificabile quanto l’incontro
con Da Ponte abbia influito sulla maturazione drammaturgica di Mozart.
Resta il fatto che Le Nozze di Figaro (1786) può considerarsi
come un’opera rivoluzionaria e che guarda ormai al futuro: “commedia
musicale” certo, eppure i confini netti fino ad allora ben tracciati
tra opera comica e opera seria iniziano a scricchiolare, inaugurando
quella linea di tendenza che in appena qualche decennio farà
pressoché scomparire il genere buffo. Nel Don Giovanni tale
coesistenza di serio e comico è esplicitata, in tutta la sua
ambiguità, già nel sottotitolo “dramma giocoso”,
che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro su quali fossero, effettivamente,
le vere intenzioni di Mozart e Da Ponte: cos’è il Don
Giovanni, un dramma o un’opera buffa? Si sono formati quasi
due partiti contrapposti tra critici e melomani, il primo che afferma
che non è possibile parlare – già nel 1787 –
di “opera romantica”, il secondo che al contrario vede negli
aspetti demoniaci della trama un preannuncio di Sturm und Drang,
impiantati sì in una struttura d’opera comica ma con valenze
e significati che vanno già oltre il protoromanticismo.
La verità, intendendo per verità quelle che potevano essere
le intenzioni originarie degli autori, sta probabilmente nel mezzo:
Mozart e Da Ponte erano probabilmente ben consci di scrivere un’opera
buffa, caricata però – grazie all’elemento tragico
personificato dalla figura del Commendatore – di valenze altamente
drammatiche in un’ambiguità probabilmente cercata e voluta,
anche se forse meno maliziosa di quanto si potrebbe pensare: la commistione
di comico e di tragico, quindi, come necessità espressiva, del
resto il soggetto (il mito di Don Giovanni, tra l’altro utilizzato
in un’opera di appena qualche mese prima, Il convitato di pietra
di Giuseppe Gazzaniga, che non doveva essere ignota né a Mozart
né, soprattutto, a Da Ponte che ad essa attinse a piene mani
per elaborare l’architettura drammaturgica del suo libretto) si
prestava ad una doppia lettura. L’impianto, come detto, è
da opera buffa: lo sono alcuni topoi dell’intreccio (gli
equivoci, i travestimenti) ed anche alcune scene “tragiche”
sono trattate secondo quelle convenzioni (si pensi a quando Leporello,
nel cimitero, su richiesta di Don Giovanni invita la statua del Commendatore
a cena); inoltre il Finale dell’opera, con la “morale”
cantata in coro da tutti i protagonisti, escluso Don Giovanni appena
precipitato agli inferi, è più da opera buffa (finale
spessissimo tagliato in epoca romantica, quando l’opera si faceva
finire con la dannazione del protagonista).
Ma ci sono altri momenti che di buffo non hanno nulla, a cominciare
dalla scena della morte del Commendatore nel primo atto, quando –
come ha scritto Massimo Mila – la musica ci fa quasi vedere l’anima
del padre di Donna Anna che si stacca dal corpo appena ferito a morte
e si eleva verso il cielo. In questa scena, così come in quella
grandiosa della cena funebre, nemmeno la presenza di Leporello, con
i suoi goffi, timorosi commenti a margine, può intaccarne la
drammaticità, l’alto profilo tragico.
Spettri e maschere
Se il Commendatore è il personaggio attraverso il quale
il “dramma giocoso” si carica di valenze tragiche e demoniache
(ogni volta che questi è in scena – da vivo o da morto –
ci si dimentica completamente dell’impianto buffo dell’opera;
secondo Luigi Dallapiccola il Commendatore è addirittura il personaggio
più importante, quello su cui poggia l’intera struttura
drammaturgica), analogamente Don Giovanni e Donna Anna si fa fatica
a catalogarli come maschere da commedia. Il primo vi può scadere
solo in qualche dialogo con Leporello, ma di ben altra pasta è
la sua personalità (basterebbe soltanto la risposta data al Commendatore
all’invito di quest’ultimo, nella cena funebre, a seguirlo:
“A torto di viltate tacciato mai sarò” – da qui
la simpatia dei romantici per questo personaggio). Analogo discorso
si può fare per Donna Anna, il cui orgoglioso sangue spagnolo
non cede mai di un millimetro l’odio nutrito per l’assassino
di suo padre; anche se c’è chi ha letto in questo atteggiamento
– ad esempio il Mila – un possibile, devastante senso di colpa
per quello che può essere successo nell’incontro notturno
con Don Giovanni nella prima scena, quello che noi non conosciamo (e
non conosceremo mai) intenti come eravamo ad ascoltare Leporello lamentarsi
della sua condizione di servitore.
Leporello, Masetto, Zerlina sono i personaggi “buffi”, per
quanto quest’ultima è caricata di connotazioni tra il malizioso
e il civettuolo che spesso ce la fa apparire addirittura ambigua nel
suo rapporto con Masetto e Don Giovanni, come nel celeberrimo duetto
con quest’ultimo “Là ci darem la mano”. Mozart
ha la capacità di caratterizzare magnificamente le sue creature
con mezzi esclusivamente musicali, quasi dei commenti ironici e “trasversali”
che il compositore affida a certe insistite curve melodiche della voce
o a interventi reiterati di strumenti in orchestra: pensiamo, ad esempio,
all’aria di Masetto “Ho capito, signorsì” nel
primo atto, di come Mozart si diverta con la sua musica a sottolineare
la bonaria testardaggine del contadino; oppure ai controcanti dei fiati
all’aria di Don Giovanni (travestito da Leporello) nel secondo
atto, quando spedisce ai quattro punti cardinali i contadini che stanno
con Masetto per restare solo con lui e potergliele dare di santa ragione,
divertiti controcanti ad indicare ancora l’ingenua credulità
di quest’ultimo.
Più articolata la caratterizzazione di Donna Elvira e Don Ottavio,
figure “deboli” in confronto alle loro controparti, rispettivamente
Don Giovanni e Donna Anna. Se il sincero amore per Don Giovanni può
riscattare Elvira da un certo patetismo che improbabili rancori fanno
fatica a dissimulare, è soprattutto il rapporto di Don Ottavio
e Donna Anna ad apparire del tutto squilibrato, tanto è schiacciante
la personalità di quest’ultima rispetto al fidanzato: egli
giura sì vendetta per vendicare il padre di lei ma poi, al momento
di prendere una decisione, non sa andare oltre la volontà di
denunciare Don Giovanni alle autorità. E, quasi ad indicare quanto
flaccido sia il personaggio di Ottavio, Mozart – a differenza di
tutti gli altri – non gli affida arie immortali (per quanto unica
voce tenorile della compagnia): la stessa aria “Dalla sua pace”
fu aggiunta successivamente alla prima praghese, per le rappresentazioni
di Vienna, e anche l’altra sua sortita solistica (“Il mio
tesoro intanto”) ha un tono affettato e mellifluo, quanto mai lontano
dalla fierezza e passionalità di Anna.
Tutti i personaggi, comunque, rivelano la loro personalità sempre
alla luce di Don Giovanni, autentico personaggio-fulcro dell’opera,
sia quando è in scena sia quando non lo è, compreso il
Finale del secondo atto quando, per quanto già “punito”,
il dissoluto ci pare ancora protagonista in absentia: anche
in quell’ultimo numero dell’opera infatti – forse con
la sola eccezione dell’ultimissima pagina in cui davvero, finalmente,
ci si sente liberati dall’inquietante presenza del libertino –,
è nel rapportarsi indirettamente a lui che Leporello Anna Ottavio
Elvira Masetto e Zerlina fanno promesse per il loro futuro. Non sappiamo
quanti di quei propositi si siano poi compiuti, tuttavia l’ombra
lasciata da Don Giovanni sul resto delle loro vite probabilmente sarà
stata indelebile. Così come indelebile – ma questo lo sappiamo
per certo – è quella lasciata sulla storia del teatro musicale
da quel momento in avanti.
Antonio Curcio
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