| L’ENFANT ET LES SORTILEGES - Presentazione
Realtà
e fiaba
Seconda e ultima prova teatrale di Maurice Ravel. A 14 anni di distanza
da L’Heure espagnole, L’enfant et les sortileges vide
la luce all’Opéra di Montecarlo il 21 marzo 1925 con la prestigiosa
direzione di Victor de Sabata. Così come il lavoro precedente
si tratta un’opera molto breve (dura poco più di 40 minuti) e,
anche per le sue ridotte dimensioni, può considerarsi come una
sorta di “teatro da camera” in cui, come in L’Heure espagnole,
la componente fantastica, surreale, grottesca gioca un ruolo di primo
piano. Si può dire, infatti, che la sola scena iniziale sia espressione
della “realtà”, poi – dal momento in cui il bambino si addormenta
sulla poltrona – sarà tutta una successione di “sortilegi”, fatti
inspiegabili se non letti in una dimensione onirica, incubi che turbano
le più recondite fantasie e paure del bambino.
C’è molto dello stesso Ravel in quest’opera. Il soggetto è
tratto da una sorta di divertissement della scrittrice Colette,
Ballet pour ma fille: Ravel fu subito affascinato da questa
favola, nella quale evidentemente ritrovava quel mondo dell’infanzia
che così bene aveva già espresso nel balletto Ma Mère
l’Oye e che sentiva ancora forte dentro di sé: Ravel, che non
si sposò mai, mantenne per tutto il corso della sua vita un legame
molto forte, di devozione, con la madre; si è detto anzi che
autrice e compositore concepirono il lavoro da due punti di vista radicalmente
opposti, Colette da Madre (come è esplicito nel titolo originario),
Ravel dal punto di vista del Bambino. Il compositore accentuò
infatti l’aspetto fantastico, onirico della vicenda e nel contempo i
suoi tratti più di commedia, giungendo a rasentare la rivista
e il musical (e chiedendo a Colette numerosi aggiustamenti
anche del libretto), a discapito di quello più sentimentale (il
rapporto Mamma-Bambino) della piéce originale. La stesura
dell’opera fu alquanto lunga, con numerose interruzioni: fu, infine,
il contratto col teatro monegasco a stringere i tempi della composizione
in vista della prima.
Modernismo
di Ravel
Già
nell’Heure espagnole Ravel aveva avuto modo di dimostrare il
suo modernismo, un modernismo diverso da quello di Debussy, che verteva
invece prevalentemente sul problema linguistico, in particolare nella
messa in crisi delle sicurezze armoniche. La musica di Ravel è
fondamentalmente consonante, e se dissonanze ci sono queste devono essere
lette soprattutto in funzione coloristica. La modernità di Ravel,
specie nel suo teatro ma anche nelle sue liriche da camera, affonda
invece le sue radici in ragioni extra-musicali: è il distacco,
l’ironia, il sarcasmo, il gusto volutamente antiromantico e antisentimentalista
che si ritrova a livello di trattamento e della voce e degli strumenti.
Da questo punto di vista, Ravel non potrebbe essere più lontano
dalle atmosfere di un Debussy, quanto vicino, invece, a Stravinskij
e – ancor più – a Satie. L’enfant et les sortileges
si inscrive proprio in questo percorso degli anni della maturità
del musicista (nel 1925 Ravel ha 50 anni ed è al culmine della
sua carriera). La timbrica tagliente, nelle sue volute dissonanze, la
secca declamazione delle voci, il palese antisentimentalismo, rappresentano
proprio questo aspetto distaccato e ironico, finanche sarcastico, del
carattere del compositore. Non meno delle sezioni liriche che comunque
ci sono (a detta dello stesso Ravel queste dovevano anzi essere prevalenti
perché «alla fantasia lirica era necessaria la melodia,
nient’altro che la melodia»), sezioni liriche che però
il più delle volte sono divertite parodie di certi languori pucciniani
o delle rarefatte atmosfere debussiane.
Una
galleria di “bizzarrie”
A
differenza dell’Heure espagnole, L’enfant et les sortileges
si presenta come una successione di pezzi chiusi, una serie di strambe
visioni che turbano il sonno del Bambino, appisolatosi sulla poltrona
dopo che – per essere stato sgridato dalla Madre – ha messo a soqquadro
la sua stanza. Potendo lavorare su un soggetto fantastico, Ravel sperimentò
nuove soluzioni timbriche e linguistiche, con tanto di recuperi di forme
del passato (il suo grande amore per il Settecento francese) e di ammiccamenti
a generi “altri”, il che si risolse in una mescolanza di stili diversi
(quasi un pastiche) che costituisce forse la caratteristica
più peculiare della partitura (e che lasciò alquanto perplessi
i critici alla “prima”). La trama si dipana dalla stessa poltrona che
prende la parola, a cui seguono tutti gli altri personaggi – oggetti
e animali – maltrattati dal bambino all’inizio dell’opera: la teiera
e la tazza che si esibiscono in un quasi jazzistico fox-trot,
il fuoco che si eleva ad acuti vocalizzi, i pastorelli della tappezzeria
al cui coro l’accompagnamento del tamburello conferisce un sapore arcaico
ecc., fino agli animali nel giardino; tutti rimproverano il bambino
monello che si è ribellato alla madre, con la parentesi del tenero
duetto con la Principessa che è quasi un’oasi di pace, un momentaneo
ritorno alla realtà, nel vorticoso e bizzarro succedersi delle
scene. Proprio la caratterizzazione musicale dei personaggi permette
a Ravel di dar fondo alle sue qualità di orchestratore, ottenendo
splendidi effetti timbrici, realizzati fra l’altro sempre con economia
di mezzi e leggerezza di tocco, spesso onomatopeici e miranti a descrivere
musicalmente il personaggio di turno in scena. A ciò va aggiunta
anche la caratterizzazione delle voci, che spesso fanno leva anche sull’elemento
strettamente linguistico (la teiera che parla in inglese, la tazza di
porcellana in simil-cinese, fino al celebre duetto dei gatti costituito
solo di lunghi “miao” elevati alla luna piena…).
Il Bambino guarda a questa successione di strani eventi con gli occhi
meravigliati e turbati di chi sta vivendo un sogno, ed è impossibile
sottrarsi alla tenerezza che egli evoca ed al suo bisogno di tornare
fra le braccia di quella Mamma alla quale all’inizio dell’opera si era
ribellato. Emerge così, alla fine, un moralismo un po’ buonista
che ci restituisce un bambino che, in fondo, così monello non
è, perché in grado anche di fare del bene. Come avviene
quando egli fascia col suo nastro la zampetta dello scoiattolo ferito
nel giardino: gli animali si meravigliano e accompagnano dolcemente,
con un toccante coro, il bambino dalla madre; via dagli incubi del sonno,
dai suoi strani, bizzarri sortilegi.
Antonio Curcio |