MARIN FALIERO - Presentazione

Un Donizetti poco noto
E' una delle innumerevoli "opere minori" di Gaetano Donizetti, andata in scena al Théâtre Italien di Parigi il 12 marzo 1835. L'opera è, quindi, immediatamente precedente a lavori che ebbero successo e fama più duratura, come la Lucia di Lammermoor che sarà rappresentata nel settembre nello stesso anno. Il Marin Faliero, nella vastissima produzione donizettiana per il teatro, appartiene dunque al periodo centrale, quello che va dal 1830 fino al 1838, gli anni della consacrazione del compositore bergamasco, anni trascorsi prevalentemente a Napoli dove era direttore dei teatri e insegnante di composizione al conservatorio.

Il trentottenne Donizetti, in quel 1835, ha dunque ormai raggiunto la maturità artistica, e il fatto che il Faliero fosse destinato a Parigi non è casuale, nel senso che rappresentava il tentativo, per il musicista bergamasco, di sondare la scena francese, alla quale aveva rivolto lo sguardo anche il "rivale" Bellini. A dire il vero c'erano già stati dei tentativi precedenti, ma senza fortuna. Stavolta, però, era stato il "parigino" Rossini a chiedere al più giovane Donizetti un'opera per il Théâtre Italien. Occorre ricordare che Rossini non si risparmiò nel cercare di dare una mano ai giovani compositori italiani in cerca di notorietà Oltralpe, intervenendo anche con consigli e suggerimenti riguardo ai lavori composti per la capitale francese.

Ma, per quanto sotto l'"ala protettiva" del grande pesarese, il Faliero non ebbe tutto il successo sperato, soprattutto perché dovette subire il confronto coi Puritani di Bellini, che avevano avuto un esito trionfale poco più di un mese prima, sempre al Théâtre Italien, e con, fra l'altro, lo stesso cast. Anche questo "duello", dunque, in terra francese, tra i due operisti italiani più importanti di quegli anni andò a favore del catanese. Tuttavia, per Donizetti l'esperienza fu ugualmente importante, in quanto gli permise di affinare gli strumenti per i successivi lavori, alcuni scritti altri solo concepiti, destinati alle scene francesi, e che saggiano già gli stilemi del grand opéra, come dimostra l'ampia sinfonia con cui si apre l'opera. Comunque, quando poi il Marin Faliero fu presentato in Italia, anch'esso seppe cogliere un buon successo di pubblico.

Un'inedita coppia protagonista
Il soggetto del Faliero riprendeva l'omonima tragedia del Delavigne, andata in scena qualche anno prima a Parigi, anche per facilitare l'approccio del pubblico francese con l'opera. Il libretto fu steso dal giovane Giovanni Emanuele Bidéra, già collaboratore di Donizetti per la contemporanea Gemma di Vergy. Le vicende politiche e umane del doge Marino Faliero sono comprese in tre atti dalla struttura complessiva che non si discosta dai canoni dell'opera seria italiana di quegli anni. E' invece la suddivisione dei ruoli abbastanza anomala, essendo la protagonista femminile (in questo caso Elena, la moglie del doge) e il suo sfortunato amante Fernando, rispettivamente soprano e tenore, non i personaggi principali, che invece sono Faliero (basso) e il vecchio compagno di tante battaglie Israele Bertucci (baritono), il cui duetto nel primo atto rappresenta il momento chiave della trama, oltre ad avere grande rilievo drammaturgico e musicale, come diremo tra breve. Il ruolo del basso, quindi, una volta tanto non è secondario o di contorno, ma è quello più importante, cosa, ripetiamo, alquanto anomala per l'epoca.

Verso un ampliamento delle forme
Donizetti fu certamente meno innovativo di Bellini: come detto, riferendoci al Marin Faliero, restiamo ampiamente nel solco delle strutture canoniche di quegli anni, con l,abbinamento cantabile-cabaletta sempre facilmente riconoscibile. Ma già appare evidente il tentativo del compositore di dilatare tali strutture per dare alle varie scene un respiro più ampio, ampliamento delle forme che Donizetti approfondirà ulteriormente nelle opere immediatamente successive.

Cerchiamo di individuare, in tal senso, qualche momento significativo. Già il citato duetto del primo atto tra Faliero e Israele rappresenta un dilatamento degli schemi tradizionali: il duetto, in cui Israele istiga il doge a far pagare gli affronti subiti, si compone di diversi momenti, diversi "tempi": la musica a volte si raffrena per porre in maggiore evidenza il testo, oppure interviene per enfatizzare qualche passaggio decisivo del dialogo fra i due uomini, in un crescendo emotivo e musicale che porta al vigoroso "Trema, o Steno, tremate, superbi" che chiude la pagina. Anche nel secondo atto troviamo delle scene composite non più riconducibili alle concise forme "chiuse" tradizionali: il coro "Siamo figli della notte" incornicia la breve serenata proveniente da fuori scena "Or che in cielo alta è la notte", prima che il palcoscenico sia tutto per Fernando e per la sua aria "Questa è l'ora... una mano di fuoco". Stesso discorso per la scena successiva, quella in cui il Doge si unisce ai congiurati, e che ingloba anche l'episodio della morte di Fernando. Fra l'altro, soprattutto in questo secondo atto, è rilevante il ruolo del coro, sia per la sua presenza costante sia per l'atmosfera, il "colore ambientale" che riesce ad evocare.

Tra gli altri momenti musicalmente interessanti, sebbene più tradizionali, la belcantistica cavatina di Fernando nel primo atto ("No, no, di abbandonarla"), classica aria da tenore romantico, il Finale I, con il suo incrociarsi di sentimenti e stati d'animo di tutti i personaggi durante la festa da ballo, la grande, "drammatica" aria di Elena nel terzo atto "Tutto or morte, oh Dio, m'invola", e il successivo duetto con Faliero, più moderno e articolato di quello del primo atto con Fernando in cui i due amanti cantavano su identica melodia. Come detto, importante, lungo tutta l'opera, il ruolo del coro, che, fra gli altri momenti di cui è protagonista, alla fine della scena iniziale si lancia in uno "Zara audace, Zara infida" dal tono quasi risorgimentale. Infine, Donizetti ci regala qualche passaggio strumentale "concertante", come il morbido clarinetto che introduce alcuni fra i momenti lirici dell'opera, come quelli affidati a Fernando.

L'opera non si chiude con la tradizionale grande aria del soprano, tuttavia Elena resta la protagonista della breve scena finale quando, sola sul palcoscenico, ascolta le voci del martirio del marito che provengono da fuori, giusto pochi attimi dopo il suo perdono e il loro addio.

Antonio Curcio