FALSTAFF - Presentazione

Il testamento del Maestro
L'ultimo lavoro di Verdi andò in scena alla Scala il 9 febbraio 1893. Fu l'ultima collaborazione fra l'ormai ottantenne musicista e Arrigo Boito, collaborazione che era nata col rifacimento del Boccanegra e proseguita con l'Otello di sei anni prima.

Dopo l'ormai lontanissimo Un giorno di regno del 1840 (la sua unica opera a cadere miseramente senza più rialzarsi) da tempo Verdi covava il desiderio di scrivere un'altra opera buffa, un'opera buffa che mantenesse il carattere dell'opera comica italiana del passato ma che fosse anche moderna, "nuova". Boito, che cercava in ogni modo di stimolare il vegliardo a scrivere nuova musica, nello stendere il suo magistrale libretto prese i caratteri del protagonista da due commedie shakespeariane (l'"Enrico IV" e, soprattutto, "Le allegre comari di Windsor"), aggiungendovi però anche del suo. Del resto, Boito sapeva bene che Shakespeare aveva sempre rappresentato l'ideale drammatico più alto per Verdi, un Verdi che conosceva molto bene sin dagli anni giovanili i capolavori del genio inglese, per quanto li avesse letti solo in traduzione.

Inutile dire che la prima scaligera del 1893 fu un evento di quelli che restano indelebilmente nella memoria di chi c'era. Tuttavia, le novità rivoluzionarie di questa partitura lasciarono al musicista più un successo di stima, rimanendo anche successivamente quest'opera famosa certo, rispettata, ma mai popolare e conosciuta al pari delle precedenti. Stupefacente invece, soprattutto in considerazione dell'età del compositore, dovettero trovare la partitura musicisti e addetti ai lavori, anche se in pochi vi riconobbero una porta spalancata sul futuro del melodramma di casa nostra, un autentico testamento artistico proiettato verso l'avvenire, da parte di un musicista che solo non molti anni prima era stato additato da alcuni (fra cui lo stesso giovane Boito!) come il continuatore della stagnante tradizione operistica italiana.

Gioco e nuovo linguaggio
L'opera inizia con un ritmo in levare, quasi a voler accentuare l'impressione di un'apertura improvvisa, su un accadimento già iniziato, con i personaggi in scena colti nel bel mezzo del loro agire. Sin dal primo accordo dell'orchestra, quindi, ci accorgiamo di quanto sia diversa quest'opera da quelle del passato, soprattutto a livello di strutture interne. Si è detto a tale proposito che, col Falstaff, Verdi abolisce in modo definitivo l'opera a pezzi chiusi: se nell'Otello le strutture dell'opera tradizionale erano ancora parzialmente individuabili, ora queste sono definitivamente sostituite da un continuum che va da un declamato al limite del parlato ad ampie arcate cantabili, di cui l'orchestra si fa tessuto connettivo.

In realtà le cose non stanno esattamente in questi termini, in quanto le forme chiuse nel Falstaff ci sono ancora, ma sono come spezzettate ed intrecciate fra loro, quasi che Verdi avesse dato degli input melodici che subito però venivano bloccati dall'evolvere della situazione drammatica. Esempio ne è la scena della lettura delle lettere nel primo atto: per quanto spezzettato, il canto, il ritmo della ballata, continua nella nostra testa, prosegue come inconsciamente dentro di noi. Forme chiuse quasi "virtuali" quindi, e anche in questo si vede quanto Verdi "giochi" con l'ascoltatore, con le sue conoscenze dell'opera tradizionale, con le sue aspettative. Questo accavallarsi di episodi ritmico-melodici spezzettati, potremmo definirlo un modo "cubista" di far procedere musica e drammaturgia.

Quanto all'aspetto prettamente melodico, come del resto era avvenuto per le opere della sua ultima stagione creativa, Verdi non dà al Falstaff la sua musica "migliore" in senso tradizionale, dà piuttosto una musica eloquente, funzionale, che sappia dare forza alle situazioni. Così Falstaff deve cantare su "quella" musica, con "quella" vocalità, come nella dichiarazione d'amore ad Alice o nel monologo "Mondo ladro" all'inizio del terzo atto. Fondamentale e innovativo più che mai è, poi, il ruolo dell'orchestra: al sovrapporsi delle situazioni sceniche questa fornisce un contrappunto chiaro, con un ritmo che mette ordine a queste continue sovrapposizioni. Tale continuo supporto contrappuntistico orchestrale è però straordinariamente equilibrato, con gli strumenti solisti che quà e là emergono per sottolineare un qualche aspetto psicologico dei personaggi. Ed elementi del tutto nuovi si ritrovano anche a livello armonico, come, ad es., nella conta delle ore nel terzo atto, in cui queste sono declamate sempre sulla stessa nota ma con l'armonia che sale man mano per semitoni, e che potrebbe essere un giro di musica contemporanea; oppure nei dialoghi fra Fenton e Nannetta, dall'armonia sempre cangiante, che si avvalgono di accordi inconsueti, fino a spingersi addirittura al limite del cromatismo.

Personaggi veri e finti
E proprio i due ragazzi, Fenton e Nannetta, sono i due soli personaggi "autentici", "senza maschera" dell'opera. Essi stanno sulla scena sempre allo scoperto, vivono il loro amore quasi in un'oasi lirica, che si riflette anche nella musica che li accompagna: la musica dell'addio di ogni loro incontro è sempre dolcissima, quasi "trasversale" al resto, come se si elevasse a un livello più alto, al di sopra della bassezza delle situazioni della trama principale (la doppia burla al vecchio grassone) che si intrecciano intorno a loro. Vero sentimento quindi, sopra quello equivoco tratteggiato, invece, dalla musica degli altri personaggi.

Ma in fondo, se si guarda bene, Verdi continua a proporci il suo teatro di sempre, un teatro che mira alla rappresentazione realistica dell'uomo: anche nel Falstaff ogni personaggio sulla scena è alle prese con i propri sentimenti e le proprie paure, proprio come avveniva nelle opere "serie" precedenti. Quello che cambia, quindi, è solo il genere, con il ritorno al buffo che il compositore riprende, dopo quasi un cinquantennio in cui era stato messo da parte, proprio da colui che ne era stato l'ultimo grande interprete, Donizetti con la sua opera comica "drammatica". Ma a differenza delle opere buffe del bergamasco, Verdi ci offre la possibilità di avere una visione distaccata di quel che accade sulla scena, ci fa guardare tutto dall'alto. Questo ci permette di sorridere anche dei momenti "dolorosi" presenti nell'opera (i monologhi prima di Ford, poi di Falstaff), con la sensazione, però, che questo dolore in fondo è sprecato perché sappiamo sin da subito che tutto si appianerà nel lieto fine.

"Oltre" il Falstaff
E' per tutti questi motivi che Falstaff è il testamento di un grande drammaturgo. Non solo perché indica all'opera italiana, e purtroppo parzialmente a vuoto, nuove vie per l'avvenire (non a caso l'opera fu ammirata da musicisti dell'avanguardia europea come Mahler e Richard Strauss), ma anche perché l'ottantenne autore va ben oltre il buffo, oltre la "felicità da lieto fine" dell'opera comica tradizionale. In quell'ultimissima scena, su quella straordinaria fuga a 10 voci su "Tutto nel mondo è burla", si proietta l'ultima grande sfida del Maestro: la rivelazione del "vero", dell'autentico, filtrato proprio attraverso quel comico che, apparentemente, ne è la negazione.

Antonio Curcio