| FIDELIO
- Presentazione
Opera
unica
La
sola opera di teatro musicale a portare la firma di Ludwig van Beethoven.
Scritta tra il 1803 e il 1805 da un compositore poco più che trentenne,
ebbe un approccio alle scene travagliatissimo: si possono attribuire infatti
all'opera ben tre prime. Quella al Theater an der Wien di Vienna
il 20 novembre 1805 fu un clamoroso fiasco: le condizioni politiche di
allora non erano favorevoli, essendo Vienna occupata dalle truppe francesi
ed è opinione comune che l'insuccesso fu dovuto al fatto che erano
appunto ufficiali francesi (che quindi non conoscevano il tedesco) a costituire
prevalentemente il pubblico di quella sera; in realtà i motivi
furono soprattutto altri, come i cantanti non eccelsi e l'eccessiva lunghezza
dell'opera. Una prima revisione permise al Fidelio di essere ripresentato
nello stesso teatro nel marzo successivo, ma anche in questo caso con
pochissima fortuna. Per quanto Beethoven credesse fermamente nel valore
della sua opera, il Fidelio restò accantonato per molti
anni, fino alla radicale revisione che condusse alla terza "prima",
sempre a Vienna, al Teatro di Porta Carinzia il 23 maggio 1814, finalmente
coronata da successo.
Il
soggetto del Fidelio (o meglio Fidelio, o l'amor coniugale
com'era il titolo della prima versione del 1805) era stato tratto da un
dramma di un dimenticato scrittore francese, Léonore di
Jean-Nicolas Bouilly. Costui era stato testimone diretto di un atto eroico
avvenuto in Francia durante la Rivoluzione: una donna che, travestita
da uomo, si era introdotta in un carcere per salvare il marito imprigionato.
Divenuto dramma, il soggetto fu utilizzato in quegli stessi anni da altri
musicisti, tra essi gli italiani Ferdinando Paer (Leonora) e Giovanni
Simone Mayr (L'amor coniugale), tuttavia Beethoven con tutta probabilità
non conosceva queste opere quando si mise a lavorare sulla partitura.
Beethoven
e il teatro
Il
libretto per Beethoven, una volta avuta la commissione dal teatro An der
Wien, fu steso da Joseph Sonnleithner, che si attenne abbastanza fedelmente
all'originale di Bouilly (pur trasferendo l'azione nella Spagna del XVII
sec.), ma che lo dilatò dispersivamente in tre atti la cui prolissità,
come detto, fu sicuramente una delle cause dell'insuccesso. Certo, a prescindere
dalle difficoltà cui abbiamo accennato, l'approccio di Beethoven
col teatro non fu sicuramente dei più facili: in quegli anni 1803-1805,
per un compositore nel momento decisivo della sua maturazione (erano gli
anni della sinfonia Eroica) non dovette essere stato semplice adattare
il proprio genio ai vincoli della versificazione o a desideri e bizze
dei cantanti (un Beethoven così proprio non riusciamo ad immaginarcelo,
non per niente i cantanti trovarono l'opera molto difficile, fino a dire
che egli non sapesse comporre per le voci!).
Per
la ripresa del 1814 la revisione fu radicale: il libretto fu ritoccato
da Georg Friedrich Treitschke, che lo rese più snello riducendo
le parti secondarie della trama, mentre Beethoven, da parte sua, semplificò
le parti vocali e operò numerosi tagli e aggiunte, recuperando
anche elementi della versione originaria. Ovvio che il Beethoven del 1814
non era quello di dieci anni prima, comprensibile quindi che, rimettendo
mano a un lavoro che egli stesso fra l'altro considerava imperfetto, egli
apportasse sostanziali cambiamenti. Eppure, malgrado avesse finalmente
ricevuto il giusto riconoscimento da parte del pubblico, ancora oggi Fidelio
è considerata un'opera imperfetta, almeno da un punto di vista
drammaturgico, essendo invece proprio i momenti più squisitamente
"musicali" quelli più importanti, quelli che l'hanno
consegnata al repertorio e all'immortalità.
Tra
Singspiel e opera romantica
Beethoven fece riferimento
a due generi di teatro musicale contemporaneo, uno tedesco ed uno francese,
rispettivamente il Singspiel e la piéce a sauvetage.
Quest'ultimo era stato di gran moda soprattutto negli anni della Rivoluzione
e narrava di storie avventurose su uno sfondo reale, ma con l'immancabile
sauvetage finale, il provvidenziale colpo di scena grazie al quale
l'eroe e l'eroina trovavano la salvezza facendo trionfare così
il loro amore. Il Singspiel era stata invece la prima forma importante
di teatro musicale tedesco, che con Mozart aveva raggiunto la sua dimensione
più perfetta (pensiamo al Ratto dal serraglio e al Flauto
magico), anche se i dialoghi parlati che ancora si inframmezzavano
ai numeri musicali davano ormai, all'inizio dell'Ottocento, l'impressione
di un qualcosa di estraneo, che ostacolasse eccessivamente la continuità
della musica. E, nel Fidelio, ciò è particolarmente
evidente, visto che "per natura" Beethoven era portato a privilegiare
l'aspetto musicale rispetto a quello teatrale. Se per la prima versione
il riferimento sinfonico, come abbiamo detto, fu l'Eroica, per
la versione del 1814 i referenti possono considerarsi la Quinta sinfonia
e il Quarto concerto per pianoforte; e c'è chi ha parlato del
Fidelio come di un'opera che si potrebbe comprendere tutta in termini
strumentali. In effetti, mai fino ad allora nel teatro musicale tedesco
il ruolo dell'orchestra era stato così importante, pensiamo alle
scene di massa o anche ad arie come quella di Pizarro nel primo atto o
al quartetto del secondo atto. Ed è per questo che il Fidelio
può essere considerato come l'anello di congiunzione, un ponte
tra il Singspiel settecentesco e l'opera romantica tedesca, che
da lì a qualche lustro sarebbe arrivata sulle scene grazie a Weber.
Itinerario
verso la "Gioia" I
cambiamenti apposti da Beethoven nella seconda e terza versione si possono
sintetizzare, oltre che nella semplificazione della trama, anche con il
maggior risalto dato al nucleo narrativo principale della vicenda, cioè
l'eroismo di Leonora, a scapito della componente cosiddetta "borghese",
più leggera, della trama, con i personaggi secondari di Marcellina
e Jaquino che, praticamente, esauriscono il loro ruolo già dopo
le prima scene. I tagli e le sostituzioni operate da Beethoven nella versione
definitiva obbediscono proprio a questo proposito, quello di dare maggior
intensità drammatica (anche nell'accostamento e nella sequenzialità
dei numeri) alla contrapposizione fra Leonora e Pizarro prima dello scioglimento
finale.
Era
infatti l'atto eroico di Leonora l'aspetto della storia che maggiormente
interessava Beethoven, che nel coraggio della virtuosa protagonista vedeva
rispecchiata la sua alta concezione morale e civile, sullo sfondo di un
più generale anelito alla libertà, giustizia e fratellanza
sintetizzato dalla celebre frase di Fernando nel Finale dell'opera "Il
fratello cerca i suoi fratelli". Per questo, la scena conclusiva
del Fidelio, con l'imponenza e la grandiosità dei momenti
corali, prefigura già l'Ode alla Gioia della Nona sinfonia.
E forse, aggiungiamo, in quella Leonora che gli dette la possibilità
di esternare, con la sua arte, i suoi più alti e nobili sentimenti,
Beethoven vagheggiò quella donna ideale, a lungo cercata e fantasticata,
che non avrà mai la fortuna di incontrare durante la sua infelice
esistenza terrena.
Antonio
Curcio |