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PETER
GRIMES - Presentazione
Un’attesa
durata 250 anni Il Peter Grimes fu primo lavoro teatrale di Benjamin Britten. Al suo
apparire fu salutato entusiasticamente insieme al suo autore, soprattutto
in una Inghilterra che attendeva un compositore di spessore internazionale
addirittura dai tempi di Henry Purcel, morto esattamente due secoli e
mezzo prima dell’apparire del capolavoro britteniano. La prima
si tenne a Londra il 7 giugno 1945, e, con tutta probabilità, il Peter
Grimes fu la prima opera a vedere la luce dopo la fine del secondo
conflitto mondiale; appunto per questo si caricò simbolicamente della
voglia di ritorno alla vita di un’Europa che vedeva ancora il fumo levarsi
dalle sue macerie. Il grande successo dell’opera è da leggersi anche in
questa chiave. Mettendo da parte qualsiasi paragone con i grandi compositori inglesi rinascimentali
e barocchi, senza dubbio Benjamin Britten fu il compositore di punta del
gruppo di importanti autori che operarono nel ventesimo secolo ai quali
il suolo di Gran Bretagna diede i natali: insieme a Benjamin Britten ricordiamo
Ralph Vaughan Williams e William Walton. Il Peter Grimes fu l’opera
che rilanciò prepotentemente la musica inglese nel mondo, avendo riscosso
un’accoglienza straordinaria in ben 15 paesi nei soli primi cinque anni.
Un’opera
di denuncia sociale All’epoca della commissione del lavoro Britten aveva 29 anni, ed aveva già avuto
modo di dimostrare il suo talento di compositore con tutta una serie di
composizioni giovanili (a nove anni scrisse un quartetto d’archi!) ma
anche di musiche per film. L’opera gli fu commissionata negli Stati Uniti,
dove all’epoca il compositore si trovava, ed egli attinse a un soggetto
romantico, il poema The Borough del poeta George Crabbe (1755-1832)
che descriveva la vita di un borgo di pescatori. Per il libretto Britten
si rivolse a Montagu Slater, che lesse però quel soggetto con occhi del
tutto moderni, trasformando la figura del protagonista, il pescatore Peter
Grimes, e facendolo apparire come la vittima di una società per la quale
il profitto rappresenta oramai l’unico valore: per essere accettato da
quell’ambiente ottuso e provinciale egli tenta la redenzione attraverso
la ricerca del denaro, e quindi di un lavoro esasperato che, però, finirà
col consumarlo. Ma, come vedremo nell’ultima scena, la gente del borgo
non si accorge nemmeno della sua silenziosa morte in mare: proprio quella
piccola comunità, quindi, rappresenta la società ipocrita e indifferente
che lascia affondare un suo membro nella solitudine e nell’autodistruzione.
Solo Ellen, la maestra di scuola del villaggio, sembra voler comprendere
ed aiutare Peter, ma anche lei alla fine non farà niente davanti al compiersi
della tragedia dell’uomo.
Eclettismo
stilistico
Britten amava molto il Wozzeck di Alban Berg e, in effetti, non
pochi sono i paralleli tra le due opere. Il clima “espressionista” è spesso
riconoscibile nell’opera britteniana, basti solo pensare alla scena della
follia di Peter nel terzo atto, così come la precedente festa da ballo
ci ricorda l’analoga scena nell’opera di Berg. Ma ancora più evidente
ci appare l’analogia nella tragica fine dei protagonisti delle due opere.
Oltre al debito contratto col Wozzeck, il Peter Grimes è
contraddistinto da un multiforme eclettismo stilistico (riscontrabile
tra l’altro in tutta la produzione di Britten), da un’eterogeneità di
linguaggi che si estende dal belcanto italiano al barocco (come nel quarto
interludio orchestrale definito “Passacaglia”), dal classicismo alle musiche
di consumo e ai canti dei pescatori inglesi.
Britten si muove in modo assolutamente divergente da quelle che erano
le tendenze contemporanee della nuova musica. Egli infatti, a differenza
degli innovatori di Darmstadt, vuole recuperare la dimensione comunicativa
della musica: per far ciò egli pone la tonalità a saldo fondamento del
suo linguaggio, sia pure senza rinunciare a stilemi e procedure assolutamente
moderni. Il risultato è un linguaggio immediato, di facile comprensibilità,
che ne ha certo facilitato il successo presso il grande pubblico.
Il Peter Grimes si snoda su un flusso musicale continuo, praticamente
senza soluzione di continuità, in perfetta integrazione col testo poetico
e i suoi valori semantici. Eppure all’interno di questo continuum
riconosciamo, nemmeno tanto velate, le forme chiuse dell’opera italiana
dell’Ottocento: arie, concertati in stile arioso, recitativi, cori e interludi
orchestrali, questi ultimi dalla forte connotazione drammatica. E’ la
vocalità a dominare, certo, eppure la funzione dell’orchestra è, egualmente,
di importanza capitale. I cinque splendidi interludi “marini” tratteggiano
magnificamente l’atmosfera, l’ambientazione dell’opera; e non è un caso
che siano entrati nel repertorio sinfonico anche autonomamente (ne è stata
ricavata una Suite che, tra l’altro, abbiamo avuto modo di ascoltare
un paio d’anni fa per la stagione concertistica di Ferrara Musica). Ma
tutti gli interventi dell’orchestra punteggiano magnificamente il procedere
delle voci, non solo semplici accompagnamenti ma commento musicale ai
dialoghi e all’evolvere della vicenda, grazie anche ad appropriati, vivi
ed originali impasti timbrici. Del resto Britten fu uno straordinario
orchestratore.
Il
Peter Grimes e il suo tempo Soprattutto col Peter Grimes Britten riavvicina l’opera del Novecento
al grande pubblico, cosa che non avveniva più dai tempi di Puccini. Si
può dire anzi che quest’opera, che resta la più popolare fra quelle di
Britten, è uno dei pochi esempi d’opera novecentesca che riesce a coniugare
scrittura colta e animo popolare, come del resto è evidente dal favore
che sia la critica sia il grande pubblico gli hanno da sempre accordato.
E non ultimo, come abbiamo già accennato, il “teatro sociale” che quest’opera
rappresenta costituì quasi un simbolo di riscatto e di speranza per i
popoli di tutta Europa appena usciti dagli orrori della più grande tragedia
del ventesimo secolo.
Antonio
Curcio
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