KOVANCINA - Presentazione

Ricerca di un colore orchestrale
Kovancina è l’ultima, incompiuta opera di Modest Musorgskij (1839-1881), andata in scena postuma a Pietroburgo, Teatro Kononov, il 9 febbraio 1886 (secondo il calendario ortodosso, corrispondente al nostro 21 febbraio). Fu una prima anomala, in quanto data in un teatro privato e con una compagnia di dilettanti, trovando, le autorità dei teatri ufficiali, l’opera troppo “radicale” per essere presentata in forma ufficiale. Musorgskij vi aveva lavorato dal 1872 al 1880, scrivendo anche il libretto, ma in maniera discontinua per via delle sue precarie condizioni di salute e dei frequenti ripensamenti, e non ebbe modo di portarla a termine: non ne effettuò l’orchestrazione (tranne che per un paio di scene), inoltre non fece in tempo a scrivere i finali del secondo e del quinto atto. Fu Rimskij-Korsakov che si prese l’impegno di completarla e orchestrarla in vista della messa in scena, operazione che però compì in modo alquanto parziale ed arbitrario, con tagli e modifiche, soprattutto conferendo all’originale spartito per canto e pianoforte una veste orchestrale brillante che smussava altresì alcune arditezze armoniche originarie, particolarmente efficaci per rivelare l’approccio di quello che era stato l’esponente più radicale del “Gruppo dei Cinque” a questa pagina di storia russa. L’opera fu riproposta a Kiev nel 1892, ma per giungere ai Teatri Imperiali dovette aspettare fino al 1911. Successivamente, durante la stagione parigina dei “Ballets russes”, intervennero sulla partitura anche Stravinskij e Ravel, ma fu solo nel 1931 che, con la pubblicazione dello spartito originale, ci si rese conto di quanto arbitraria fosse stata la versione di Rimskij.
Al 1960 risale invece l’andata in scena dell’opera nella versione che più di ogni altra ne restituisce le intenzioni e la sensibilità originarie, quella di Sostakovic, con i due finali mancanti ricostruiti utilizzando materiale derivato da altri punti dello spartito. Il finale scritto da Stravinskij (su indicazioni che lo stesso Musorgskij aveva lasciato) è tuttavia ancora utilizzato per registrazioni e allestimenti.

Aspetti di un’epopea russa
La Kovancina è un grande affresco sulla storia russa della fine del XVII secolo, esattamente fra il 1682 e il 1689. Musorgskij vi si appassionò durante l’ultimo periodo della composizione del Boris Godunov, attingendo a diverse fonti, anche se non sempre la sua trasposizione conserva intatto il dato storico. Egli volle mettere la Russia degli umili, il popolo al centro della sua opera: è il popolo che alla fin fine subisce e vive sulle proprie spalle le grandi lotte per il potere o le grandi tensioni religiose. Se il Boris Godunov era il dramma privato di un uomo, oggetto della Kovancina è il dramma di un intero popolo, che solo apparentemente resta sullo sfondo degli intrighi svelati dalla trama: infatti, sin dal momento del concepimento dell’opera, Musorgskij chiama la Kovancina “dramma musicale popolare”, proprio a voler indicare quello che ne era il vero protagonista.
A dimostrazione di ciò non si ritrova, nella Kovancina, un personaggio principale: sono almeno cinque i personaggi in primo piano, anche se in genere, quando si parla di quest’opera, ci si riferisce soprattutto a tre di essi, ognuno dei quali rappresenta una aspetto della società russa di allora: il principe Ivan Kovanskij, capo degli Strelzi, un gruppo di archibugieri che fu strumento delle lotte politiche: egli incarna la vecchia Russia tradizionalista e conservatrice; il principe Golitzyn, fautore invece del rinnovamento e di una occidentalizzazione del paese, contaminata però da atteggiamenti ancora arcaici, come la sua proverbiale superstizione; infine Dosifej, capo dei Vecchi Credenti, più una setta che un movimento religioso, ortodosso e scismatico che troverà l’appoggio di Kovanskij e che preferirà immolarsi sul rogo piuttosto che cadere in mano alle autorità zariste. Accanto a questi tre personaggi si muove, spesso nell’ombra, l’ambiguo Svaklovitij, fomentatore di lotte intestine per il potere, mentre l’unico personaggio realmente “positivo”, dotato di una notevole statura morale è Marfa, il cui ostinato amore per Andrej è, tra l’altro, il solo aspetto dell’intreccio che sfugge alle complesse trame politico-religiose. Personaggi minori come lo Scriba, Emma, Susanna e lo stesso Andrej sono poco più che caratteri, definiti dallo stesso Musorgskij come sciatti e inconsistenti.
Musorgskij non prende posizione per l’uno o l’altro partito, si limita a raccontare, attraverso la sua musica, i fatti così come questi apparirebbero agli occhi di quel popolo che era la sola componente della società russa che gli stava veramente a cuore. Non a caso sono numerosi, nell’opera, i momenti corali imponenti che danno al popolo voce: quando i Vecchi Credenti, quando gli Strelzi o le loro mogli, quando la folla riunita nella piazza del Cremino. Non rinuncia però, Musorgskij, a caratterizzare psicologicamente i vari personaggi, lo fa anzi in maniera straordinaria (è quello che è considerato il suo “realismo”), in un grande affresco che è, alla fin fine, soprattutto umano. Del resto, l’intera opera di Musorgskij è da leggersi come ricerca di rappresentazione realistica dell’uomo, soprattutto dell’uomo russo. E questo, se da un lato può avvenire ricercando una musica che sgorghi dalle sollecitazioni offerte dai personaggi e dalla storia (e che appunto per questo non indulge in accademismi o soluzioni drammaturgiche tradizionali) dall’altro si realizza impiantando il linguaggio musicale sulla stessa lingua russa, motivo questo che, del resto, è presente in tutta la produzione musorgskiana, con la predilezione per la vocalità nei confronti della musica strumentale (pensiamo alle straordinarie liriche per voce e pianoforte, mentre l’unica composizione davvero importante in campo strumentale sono i Quadri di un’esposizione per pianoforte).

I momenti indimenticabili
I cinque atti di Kovancina sono, come tipico dell’opera russa (pensiamo allo stesso Boris), un insieme di scene senza una reale continuità diacronica, si può parlare anche per quest’opera di quadri staccati e autosufficienti. Il primo atto si apre con una pagina orchestrale molto famosa (“Alba sulla Moscova”) ma già la scena successiva, con Svaklovitij che detta la lettera allo Scriba, è un perfetto esempio del “realismo” musorgskiano, con la perfetta caratterizzazione dei due personaggi: tanto tronfio il primo quanto acido e timoroso il secondo. Altro momento importante del primo atto è il terzetto Marfa-Andrej-Emma che poggia sul disteso Andante intonato da Marfa, uno dei temi emotivamente più intensi dell’opera e che ci dice molto sul carattere forte e appassionato di questo personaggio. Nel secondo atto spiccano ancora l’aria di Marfa, che predice il futuro a Golitzyn attraverso una progressione musicale e drammatica che si distende alla fine in arcate liriche di grande intensità, e il terzetto fra le tre anime “politiche” dell’opera (Golitzyn, Ivan Kovanskij e Dosifej) al quale si sovrappone, provenendo dall’esterno, l’arcaico, suggestivo coro dei Vecchi Credenti. Il terzo atto contiene quelli che sono tra i momenti liricamente più intensi della partitura, con lo struggente canto d’amore di Marfa e l’aria di Svaklovitij, forse il cuore dell’intera opera. Il quarto atto è quello della Danza delle schiave persiane, uno dei passi più famosi della Kovancina: Mussorgskij ne aveva affidato, ancora vivente, l’orchestrazione a Rimskij-Korsakov. Nel secondo quadro dell’atto è notevole il coro delle mogli degli Strelzi, che rimproverano i loro mariti durante la loro marcia al patibolo (verranno poi graziati). Infine il quinto atto è tutto pregno di un’atmosfera di morte, dall’introduzione orchestrale che, nelle intenzioni dell’autore, doveva evocare i rumori del bosco, all’arcaico coro intonato dai Vecchi Credenti, fino all’addio di Marfa che conduce con sé al patibolo l’amato Andrej.

Antonio Curcio