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DIE MEISTERSINGER VON
NURNBERG -
Presentazione
Il volto bonario di Wagner I maestri cantori di Norimberga è
un'opera anomala all'interno del percorso drammaturgico wagneriano. Fu
scritta tra il 1861 e il 1867, prima il libretto e poi la parte musicale,
come di consueto in Wagner, in un periodo quindi cruciale per il
compositore durante la lunga pausa intercorsa nella composizione del
Ring e subito dopo il Tristano e Isotta e il tonfo
parigino del Tannhauser. La "prima" fu data allo Hof-und
Nationaltheater di Monaco il 21 giugno 1868. "Anomala" perché questo
lavoro è radicalmente diverso da quelli immediatamente precedenti e
successivi, non si può nemmeno parlare per esso di "dramma", essendo
essenzialmente una commedia e presentandosi come un'oasi solare e serena
fra le tetre e morbose passioni del Tristano e della
Tetralogia. Si può dire anzi che i Maestri cantori si
contrappongano in modo speculare alle grandi saghe dei drammi mitologici,
sia per i contenuti musicali, luminosi e finalmente alleggeriti a livello
tematico e orchestrale - e che riprendono finanche moduli dell'opera
tradizionale, sia per quelli filosofici: l'amore non è più visto, come ad
es. nel Tristano, come forza incontrollabile di dissoluzione e
redenzione, ma come energia positiva, forza propositiva e creatrice.
Probabilmente Wagner sentì anche un bisogno di evasione dalla tragicità
del Tristano e Isotta, e dalla delusione per la caduta parigina
della nuova versione del Tannhauser, e la trovò rifugiandosi in
questo soggetto, comico per molti aspetti, in cui ebbe modo, come diremo
meglio in seguito, anche di mettere in mostra una certa vena parodistica
nella caratterizzazione di taluni personaggi.
La Norimberga dei "maestri" Altro dato
che fa di quest'opera un caso singolare nella produzione di Wagner, i
Maestri cantori sono un lavoro di ambientazione storica,
quindi lontanissima dalle leggende e dai miti germanici in cui il
compositore ricercava i soggetti per i suoi drammi. Fra l'altro, Wagner,
si documentò in modo alquanto approfondito sulle corporazioni corali della
Norimberga rinascimentale, raccogliendo molta documentazione per conferire
alla sua opera uno sfondo storico il più possibile verosimile. Il
compositore aveva preso a cuore il mondo dei gruppi corali di Norimberga,
diretti eredi dei Minnesanger medievali, che ebberoil loro periodo aureo
nel XVI secolo, secolo in cui visse il più celebre fra questi maestri, il
calzolaio Hans Sachs, personaggio col quale Wagner probabilmente si
identificò. Ma quel che maggiormente dovette attirare il compositore era
l'atmosfera borghese, tipicamente e solidamente tedesca, della Norimberga
rinascimentale, una città da sempre votata al canto corale di grande
tradizione, i cui echi non si erano ancora spenti all'epoca di Wagner
stesso che, fra l'altro, aveva avuto modo in anni giovanili di
soggiornarvi. Di qui il suo desiderio di ricostruire così accuratamente
quel mondo lontano e sereno. Oltre che col conferire ad Hans Sachs
valenze autobiografiche (l'uomo di mezza età disposto anche a rinunciare
alla fanciulla amata in nome dell'affetto paterno provato per il giovane
Walther e per la "nuova arte" di quest'ultimo - tra l'altro non è
improbabile un parallelo con la sua rinuncia all'amore per Mathilde
Wesendonck, l'ispiratrice del Tristano), Wagner si immedesimò
probabilmente anche nel giovane cavaliere che alla fine vincerà la gara
canora:impossibile, anche qui, non leggere il parallelo fra un canto
(quello di Walther) che vuole liberarsi dalle ferree regole accademiche, e
la sua propria musica che rifugge dagli schemi e dalle regole dell'opera
del passato. Ed è, questo conflitto fra tradizione e innovazione nell'arte
che si risolve nella mediazione del saggio Sachs, uno dei motivi portanti
di questo lavoro. In tal senso è feroce la vena caricaturale con cui
Wagner tratteggia il "censore" delle corporazioni norimberghesi, colui che
segna accuratamente alla lavagna gli errori dei cantanti ma che poi cadrà
miseramente egli stesso nella gara: quel Beckmesser in cui non è nemmeno
tanto velato il riferimento ad Eduard Hanslick, il critico musicale
viennese che gli era avverso e che propugnava invece la causa brahmsiana
"conservatrice" (ben altra valenza, in realtà, il Novecento conferirà alla
musica di Brahms!). Gli altri "maestri cantori" sono solo dei comprimari
alla figura di Sachs, a cominciare dall'orafo Pogner (il padre di Eva),
tratteggiati nella loro semplicità e bonomia sullo sfondo della società
provinciale della Norimberga del XVI sec., la descrizione della quale (al
di là dell'intreccio amoroso che fra l'altro dà occasione a Wagner di
approfondire alcuni aspetti comici della vicenda) era probabilmente
l'esigenza primaria del compositore, come vediamo, ad es., nelle scene di
vita cittadina del secondo atto.
Tonalità e trasparenza di scrittura E'
opinione comune che la musica dei Meistersinger sia una sorta di
sintesi e di omaggio a tutta la musica tedesca, dal Rinascimento a Bach
fino allo stesso Wagner. In effetti il compositore, scegliendo per una
volta di evadere, in parte, dai suoi stessi principi esposti
nell'Opera d'arte dell'avvenire, riunisce in quest'opera diversi
stili e forme che nel corso dei secoli hanno contrassegnato l'arte
musicale germanica, dal corale (ad es. quello intonato dai fedeli nella
chiesa di Santa Caterina nella scena d'apertura) al Lied, dal
contrappunto (presente lungo tutto il corso della partitura e usato a
volte in modo assolutamente magistrale come nel concitato finale del
secondo atto), fino al suo stesso Leitmotiv, includendo però,
come detto, anche stilemi dell'opera tradizionale di stampo italo-francese
come le forme chiuse ed i pezzi d'assieme, che hanno nello splendido
quintetto del terzo atto "Selig, wie die Sonne" l'esempio più notevole. Ci
troviamo quindi di fronte, a differenza dei drammi musicali, ad un'opera
strutturata in sezioni più facilmente definite ed individuabili, che vanno
a comporre le diverse scene costituenti i tre atti. Dal punto di vista
del linguaggio i Maestri cantori rappresentano il ritorno di
Wagner alla tonalità dopo l'esasperato, rivoluzionario cromatismo del
Tristano. Lo sentiamo già dalle prime note della famosa
ouverture (in un solare Do maggiore), divenuta col tempo anche
brano autonomo del repertorio sinfonico. Nell'ouverture, primo brano
dell'opera ad essere concepito (pare durante un viaggio in treno), sono
già individuabili i Leitmotive che torneranno nel corso
dell'opera; Leitmotive che però, a differenza di quanto accade
nei drammi, sono molto più facilmente riconoscibili per via di una
scrittura più trasparente e sfrondata da quelle valenze simboliche che
spesso conducevano ad una pesantezza e complessità di scrittura che
rendeva i motivi ricorrenti quasi irriconoscibili ad un ascolto
superficiale
Mito e "paradiso perduto" Al di là degli
aspetti propriamente musicali, c'è da dire che l'approccio di Wagner al
soggetto dei Maestri cantori è ambivalente: da una parte abbiamo
lo sguardo sorridente e divertito di un artista che, dall'alto della sua
maturità, può guardare a quel mondo lontano fatto di regole e pedanterie
con umorismo ed ironia, e che si riflette anche in una scrittura sinfonica
a volte volutamente arcaicizzante e diatonica, che cela senza dubbio una
componente parodistica. Eppure è grande il rispetto e l'ammirazione che il
compositore prova per quel mondo lontano fatto di poeti-musicisti
dilettanti, di confraternite e di regole accademiche, al punto da
conferire ad esso quasi un alone di mito, come di un paradiso perduto, che
si estrinseca musicalmente nella grande liricità di alcuni passi. Ed è
proprio il canto lirico, il Lied genuinamente e fieramente
tedesco, il dato di fondo su cui poggia questa partitura: se la sua
manifestazione più evidente e famosa la troviamo nel canto del sogno di
Walther, che vincerà la gara (ma che rappresenta già una concessione alle
"regole" in confronto a quella che era la più "trasgressiva" ma
accattivante canzone del primo atto), il Lied è tuttavia sempre
presente anche negli altri personaggi: da Sachs, autentico protagonista
dell'opera, fino al canto del guardiano notturno che riporta la pace nella
piazza dopo gli equivoci e alla rissa generale della fine del secondo
atto. Emblema, il guardiano notturno forse più di qualunque altro
personaggio, di quel mondo antico e solo favoleggiato verso il quale
Wagner non riesce a trattenere un filo di rassegnato rimpianto e di dolce
nostalgia.
Antonio Curcio |