MANON - Presentazione

 

L’ultima stagione dell’Ottocento operistico francese
La Manon è probabilmente l’opera più famosa e acclamata di Jules Massenet (1842-1912), l’operista francese più importante della seconda metà dell’Ottocento e ultimo grande esponente di quella tradizione. L’arco compositivo di Massenet si estese per più di un trentennio, con circa trenta opere che incontrarono grande consenso da parte del pubblico. Almeno due tra queste sono rimaste stabilmente in repertorio, Manon (1884) e Werther (1892).
La seconda metà dell’Ottocento rappresenta il momento di maggior successo del teatro musicale francese, considerate anche le difficoltà di quello italiano a uscire dal monopolio verdiano (che, del resto, proprio in quel periodo aveva indirizzato le proprie attenzioni verso i teatri d’Oltralpe) e all’effettiva mancanza di concorrenza da parte di quello tedesco, per quanto Wagner iniziasse ad avere in quegli stessi anni una crescente influenza sui compositori transalpini. Verso la metà del secolo il grand-opéra aveva vissuto un momento di stasi, tuttavia il suo rilancio fu dovuto alla sua integrazione con altre forme di spettacolo operistico, a cominciare dall’opéra-comique, che nella seconda metà del secolo perse del tutto i suoi caratteri di spettacolo leggero spingendosi sino a lambire i confini del dramma tragico, con conseguente forte riduzione, a livello formale, delle parti dialogate e l’adozione di strutture musicali sempre più ampie (esempio classico ne è la Carmen di Bizet del 1875). La distanza fra i due generi si fece sempre più labile fino a determinare un terzo genere, a cui fu data la denominazione di opéra lyrique, col quale si indicava un dramma in musica che, ormai sfrondato dalla magniloquenza del grand-opéra, svolgesse tematiche più intimiste con conseguente scavo di sentimenti e psicologie, soprattutto femminili. In effetti si può dire come sia la “femminilità”, più che la donna in sé, l’elemento al centro delle attenzioni di compositori e librettisti di quella stagione. Ma non più le sfortunate eroine della prima metà dell’Ottocento, così spesso oggetto e vittime delle macchinazioni degli uomini e della Storia, bensì le donne in quanto “soggetto attivo” dei conflitti, misto irresistibile di fragilità e malizia, candore ed erotismo, innocenza e astuzia in grado di trascinare gli uomini all’annientamento e alla rovina

Personaggio simbolo di un’epoca
In questo senso la figura di Manon Lescaut, così come quella di Carmen, è emblematica: nata dalla penna di Antoine-François Prévost, un romanzo intitolato Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut del 1731, Manon troverà proprio nella seconda metà dell’Ottocento la sua fortuna sui palcoscenici operistici con le opere di Auber, Massenet e Puccini. Il libretto dell’opera di Massenet fu steso da Henri Meilhac e Philippe Gille mentre la musica fu composta fra il 1882 e il 1883; la prima di Manon, all’Opéra-Comique di Parigi, si ebbe il 19 gennaio 1884, ottenendo sin da subito grande successo.
Per quanto tratteggiata secondo un punto di vista tipicamente maschile, la figura di Manon che Massenet ci lascia è un ritratto di estrema delicatezza, come se egli avesse voluto mettere in luce più le componenti positive della creatura nata dalla fantasia di Prévost che quella di donna cinica e crudele: fra le pieghe di una personalità così volubile e scostante, infatti, Massenet, a differenza di quanto farà Puccini una decina di anni dopo, mette maggiormente in luce il sincero sentimento di Manon per il suo Des Grieux, quasi il compositore volesse in questo modo redimerla dalle sue cadute nell’irresistibile attrazione del lusso e nella mondanità. Una “innocenza non colpevole” per via di una natura che non si può cambiare. Da questo punto di vista le arie di Manon ci dicono molto del suo carattere, ad es. l’aria della prima scena del terzo atto, al suo apparire durante la festa in Cours-la-Reine, “Je marche sur tous les chemins” ce la mostra in tutta la sua maliziosa civetteria, con i vocalizzi e la frammentarietà ritmica e agogica che contribuiscono a delinearne la volubile personalità. Oppure l’aria della scena successiva, quella nel convento di Saint Sulplice, così intrisa a un tempo di candore e erotismo, cantata sullo sfondo del Magnificat intonato dai fedeli ad accentuare il contrasto fra sacro e profano. La scena, in un crescendo drammatico costante, ci condurrà, attraverso l’incontro e il duetto con Des Grieux “Oui, je fus cruelle et coupable!”, alla fine dell’atto, con il blasfemo “Je t’aime” di Manon che fa crollare le ultime resistenze del giovane, che proprio in quel convento aveva cercato la fuga dal suo dolore per il tradimento della donna.

Un’opera “singolare”
La partitura di Manon riporta ancora la dicitura “Opéra comique” seppure, come abbiamo detto, il genere si fosse evoluto divenendo qualcosa di molto diverso dai decenni precedenti. Ciò è dovuto al fatto che l’opera conserva ancora alcune parti recitate, retaggio del vecchio genere, anche se, ormai, quasi sempre adagiate sul continuo flusso orchestrale. Sebbene siano chiaramente individuabili arie e duetti, non si può più parlare di pezzi chiusi, in quanto la musica fluisce senza soluzione di continuità con passaggi, a volte anche bruschi, dal recitativo all’arioso fino alle ampie arcate liriche, pienamente “romantiche”, dei momenti emotivamente più intensi. Massenet gioca molto coi suoi temi, nel senso che li fa tornare spesso durante il corso dell’opera, a volte in orchestra altre in interventi solistici. Alcuni dei temi sono anticipati già nella Ouverture e si può parlare, per essi, di “motivi conduttori”, utilizzati il più delle volte per evidenziare un ricordo, un contrasto fra presente e passato. Ad esempio l’ultimo duetto fra i due protagonisti nel quinto atto ripropone, trasfigurati, alcuni dei temi più importanti dell’opera legati all’amore fra i due giovani, secondo quella che fu una prassi abbastanza consolidata nell’opera italiana e francese otto-novecentesca, mirante ad evocare con la musica la felicità irrimediabilmente perduta proprio nell’imminenza della tragedia. In fondo, basterebbe questo dato ad indicare come il genere dell’opéra comique fosse andato evolvendosi nel corso della seconda metà del secolo.
Del resto, la nuova opéra lyrique consentiva a Massenet di muoversi secondo direzioni molteplici, che potessero alternare il comico (comunque presente nella Manon) al tragico, sullo sfondo di una precisa caratterizzazione dei personaggi ma anche degli ambienti. Succede, ad esempio, per alcuni momenti di vita cittadina (la stazione di posta ad Amiens all’inizio dell’opera, oppure Cours-la-Reine a Parigi nel terzo atto) tratteggiati dal compositore con freschezza e vivacità. Tutto ciò si tradusse anche nel ricorso a stili e maniere differenti, non per niente il flusso continuo della musica è minato al suo interno da una certa frammentarietà dovuta ai continui, a volte bruschi, sbalzi del flusso narrativo, con, anche, numerose inattese modulazioni ad altre tonalità. Forse è proprio questa frammentarietà interna il dato principale di quest’opera che da più parti è stata considerata come singolare.
Importante, infine, l’estrema raffinatezza con la quale Massenet piega la sua musica alla lingua francese: le frasi musicali sono infatti modellate sul flusso verbale, anzi a volte pare siano proprio le caratteristiche della lingua a forgiare le arcate melodiche della musica. In tal senso, il compositore è abile nell’utilizzare le caratteristiche proprie del francese (considerato inferiore all’italiano quanto ad adattabilità musicale) a fini di linguaggio e drammaturgia.

Antonio Curcio