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MOISE ET PHARAON
- Presentazione
L'ultima grande stagione del Rossini
operista
Una delle opere francesi di Rossini. Anche se adattamento
del Mosè in Egitto del 1818, fu la terz'ultima opera del genio pesarese,
e andò in scena all'Opéra di Parigi il 26 marzo del 1827 ottenendo,
al pari degli altri lavori presentati al pubblico d'Oltralpe, un successo
straordinario.
Rossini si era
trasferito a Parigi nel 1824, dove aveva assunto l'incarico di direttore
del Théâtre Italien per il quale scrisse (unico lavoro nuovo nella nostra
lingua) il Viaggio a Reims (1825), "cantata scenica" peraltro subito
ritirata. Tuttavia, questi primi anni nella capitale francese servirono al
compositore per ambientarsi con quella tradizione operistica, immersa però
in un contesto socio-culturale radicalmente diverso da quello italiano, e
per gettare quindi le basi per la sua ultima stagione compositiva, quella
appunto delle opere scritte appositamente per il pubblico parigino. Opere
che saranno quattro, le sue ultime: due rimaneggiamenti di precedenti
lavori italiani (Le siège de Corynthe del 1826 dal Maometto II e, appunto,
il Moise et Pharaon dal Mosè in Egitto) e due opere totalmente nuove, Le
Comte Ory (1828) e il Guillaume Tell (1829). Rossini lavorò al Moise et
Pharaon per un paio di mesi appena, sul libretto che Luigi Balocchi ed
Étienne de Jouy avevano composto riprendendo quello del 1818 e
rimaneggiandolo ampiamente mediante modifiche e spostamenti (furono fra
l'altro cambiati anche i nomi di alcuni personaggi mentre gli atti
passarono da tre a quattro), apportando alla partitura napoletana
consistenti aggiunte (fra l'altro, l'introduzione e il finale del terzo
atto). Esiste anche una versione italiana dell'opera (dal titolo Mosè),
traduzione del libretto francese operata da Calisto Bassi, che ebbe la sua
prima in forma scenica a Perugia nel 1829 e che nel nostro paese restò con
una certa stabilità all'interno dei programmi dei teatri, sicuramente più
dell'originale quasi dimenticato invece, al pari delle opere serie
precedenti.
Rossini e l'opera
seria
Infatti
il Rossini rimasto in repertorio è, fondamentalmente, quello dell'opera
buffa: solo negli ultimi anni si è andato riscoprendo su larga scala
il Rossini "serio", specie per quel che riguarda le vecchie opere "napoletane".
Eppure, fu proprio l'opera seria quella che impegnò maggiormente il
nostro compositore, e per tutto l'arco della sua carriera di operista:
ciò appare evidente anche dal breve elenco di titoli che abbiamo riportato,
quello delle ultime quattro opere, tutte di argomento serio. Tuttavia
la parte più consistente della produzione rossiniana in questo genere
è proprio quella "napoletana", le opere cioè composte nel periodo in
cui il compositore era legato ai teatri regi della capitale borbonica.
Fra queste il Mosè in Egitto, che di quel gruppo era stata una di quelle
che aveva maggiormente assorbito le sue energie: l'opera non aveva però
avuto a suo tempo un grandissimo successo, e probabilmente fu questo
uno dei motivi che spinsero il compositore a riprenderla a Parigi, adattandola
ai gusti del pubblico francese.
Prima di parlare un po' più
nei dettagli di questo lavoro è bene però spendere qualche parola sul
linguaggio del Rossini "serio", che fondamentalmente si mantiene
inalterato nel corso di tutta la sua parabola compositiva a prescindere
dai soggetti e dai pubblici destinatari. E' la forma l'elemento che
maggiormente caratterizza le opere serie rossiniane, forma che spesso è
stata associata alla definizione di "neoclassicismo" per il fatto che, per
Rossini, il "bello" deve sempre prevalere sul "vero", mediante schemi
formali regolari e levigati, ordinati e simmetrici in cui non ci sia posto
per scartamenti che possano minare la regolarità delle strutture. Ciò vale
sia per la macrostrutture, quindi la successione di arie recitativi e
concertati, sia per le microstrutture, quelle dei singoli numeri, in cui
tutto è calcolato affinché la linearità del procedere drammatico-musicale
non abbia dispersioni e l'ascoltatore sia sempre gratificato. E questo
concetto del "bello" è sentito anche in funzione della vocalità, non più
gratuitamente virtuosistica (come è noto con Rossini le parti vocali sono
interamente scritte): certo siamo ancora in presenza di ornamentazioni e
fioriture ma queste sono da spiegare con una voce morbida e senza inutili
accensioni, espressione appunto di quella "bellezza ideale" di cui i
principi neoclassici erano portatori. Non per niente Rossini definiva come
"abbaiato" il canto declamato e drammatico che proprio in quegli anni
cominciava ad imporsi sui palcoscenici operistici sulla scia del nuovo
teatro romantico. Eppure, se ci si va a guardare con un po' di
attenzione, anche all'interno di configurazioni così apparentemente
lineari sono rintracciabili sorprendenti deviazioni, un "calcolato
disordine", sia a livello formale che armonico, improvvise modulazioni,
che in ultima analisi puntano a conferire una maggiore profondità
drammatica alle diverse situazioni sceniche. In questi termini il
compositore pesarese si dimostra quindi anche fine drammaturgo, capace di
piegare a quelle specifiche esigenze anche quel suo stile apparentemente
così refrattario a una raffigurazione troppo spinta delle
passioni.
Il carisma del profeta
Il soggetto biblico aveva dato a Rossini sin dal Mosè in Egitto napoletano
la possibilità di scrivere una sorta di opera-oratorio, in cui l'elemento
religioso, affidato soprattutto ai momenti corali, prevale su quello
politico e privato della storia d'amore. Tutto sommato quest'atmosfera
"mistica" è conservata anche nella revisione parigina, accentuata anzi
da un'orchestrazione (arricchita nella varietà dei timbri e impreziosita
da passaggi solistici) che sa bene enfatizzare, tra l'altro, anche i
momenti della trama in cui si manifestano la religiosità del popolo
ebreo e la "presenza" divina. In effetti il coro ha un ruolo assolutamente
primario, è un personaggio a tutti gli effetti che riempie la scena
con i suoi lamenti e le sue preghiere: lo notiamo sin dall'Introduzione,
con il vigoroso coro "Dieu puissant, du joug de l’impie" che non è la
solita pagina corale d'apertura ma ha già grande vigore drammatico,
immergendoci come fa nel cuore del dramma. E la presenza ed importanza
del popolo sulla scena, sia esso quello ebreo o quello egizio, resterà
costante lungo tutto il corso dell'opera.
Il popolo ebreo si identifica e si affida a colui
che è il personaggio centrale della storia, quello dotato di maggior
carisma, Mosè. L'entrata in scena di questi nel primo atto ("Retenez ces
plaintes parjures") è un robusto recitativo di straordinaria potenza
evocativa che, partendo da Cherubini e Spontini, si proietta già verso il
melodramma del futuro. E questo tipo di recitativo, vigoroso e solenne, lo
ritroviamo spesso nel corso dell'opera, nelle parole di Mosè ma anche in
quelle di Pharaon o della Voce misteriosa; un tale declamato conferisce
maggiore solennità e grandezza morale al protagonista, che solo raramente
si abbandona a curve melodiche più morbide e accattivanti. In tal senso
in un'opera "corale" e "biblica" come il Moise non potrebbero non avere
grande rilievo le pagine sacre, tanto da rendere più scoperto il contrasto
con i momenti più convenzionalmente melodrammatici, come quelli inerenti
l'amore tra Aménophis e Anai: citiamo, ad esempio, quella che è la pagina
più celebre dell'opera, "Des cieux où tu résides" (famosa da noi nella
traduzione italiana del Mosè "Dal tuo stellato soglio") che precede
l'epilogo, il passaggio del popolo ebreo attraverso il mar Rosso: una
pagina, questa, che ha già accenti e pathos da opera romantica. E
decisamente moderno ci appare anche l'ampio e articolato Finale del terzo
atto, non a caso in gran parte riscritto rispetto all'originale
napoletano, in cui la successione dei momenti drammatico-musicali
rispecchia bene il susseguirsi di proclami solenni e di prodigi della
trama, facendoci presagire già, pensiamo soprattutto alla stretta
conclusiva, i finali del primo Verdi.
Verso un'opera nuova
Vero è che il Moise contiene al suo interno anche altri
elementi di novità, dettati come abbiamo detto all'"adattamento" di
Rossini alla tradizione operistica francese che, oramai, si muoveva
a grandi falcate verso quel grand-opéra che la caratterizzerà per quasi
tutto il XIX sec. Quindi ampliamento delle proporzioni e rilevante peso
alle scene d'insieme e al dato spettacolare (con le danze del terzo
atto, prese però di peso dall'Armida e poi tuttavia soppresse), tutte
cose che però ci dicono quanto il compositore fosse maturo anche per
l'opera dell'immediato futuro, quell'opera romantica oramai alle porte.
Porte che però Rossini non varcò mai, scegliendo di porre fine alla
sua carriera di operista (coerente in tal modo sino in fondo al suo
ruolo di "artista della Restaurazione") a soli 37 anni, al culmine della
gloria conferitagli dai crescenti trionfi delle repliche del suo ultimo
capolavoro, l'unica opera autenticamente nuova scritta per il pubblico
d'Oltralpe: il Guillaume Tell.
Antonio Curcio |