OSUD - Presentazione

Genesi dell’opera
Osud è una delle prime opere di Leos Janacek (1854-1928), scritta fra il 1903 e il 1907; essa fa immediatamente seguito a Jenufa, il lavoro che – successivamente – diede fama internazionale al compositore. , comunque, non fu mai rappresentata vivente l’autore: la programmata prima di Brno, infatti, non si tenne a causa della possibilità intravista dal compositore di far rappresentare il suo lavoro a Praga, ma ripensamenti e altri problemi intervenuti nel frattempo gli fecero accantonare la partitura, che conobbe le luci del palcoscenico solo nel 1958 – a Brno – trent’anni dopo la morte del musicista.
E’ rilevante la componente autobiografica in Osud. L’idea dell’opera nacque nel 1903 nella località termale di Luhakovice, dove il compositore si recava usualmente: il primo atto dell’opera si svolge, infatti, in una località termale. L’estate di quell’anno, alle terme, Janacek strinse amicizia con una donna, Kamila Urvalkova, che gli raccontò di come una sua storia d’amore con un altro uomo (un altro musicista) fosse finita miseramente e di come questi avesse parlato di lei in un’opera scritta successivamente. Il racconto della donna, per la quale certamente il compositore sentì una forte attrazione, diede il soggetto a Janacek per una nuova opera, in cui egli volle identificarsi col protagonista. Il libretto fu scritto a quattro mani con una giovane insegnante, Fedora Bartosova, amica dell’amata figlia di Janacek, Olga, morta l’anno precedente. Nel corso della prima stesura dell’opera (fra il 1903 e il 1904) il compositore aveva dato alla storia un intreccio diverso da quella che sarà la versione finale, a cui Janacek giunse negli anni immediatamente successivi introducendo altri elementi, il più importante dei quali è la figura della madre di Mila.

Osud nel percorso drammaturgico janacekiano
In Osud («Destino») si ritrovano molti degli elementi drammatici caratteristici del teatro di Janacek, primo fra tutti quelli legati alla figura femminile: il convivere nello stesso carattere di amore sensuale e amore materno, la forza dirompente dell’eros, la morte (spesso tragica) sentita come liberazione e redenzione. Tutti elementi che – già presenti del resto in Jenufa – torneranno nei grandi capolavori della tarda maturità, da Kata Kabanova a L’affare Makropulos. Ma anche, è il caso appunto della madre di Mila, la figura della donna autoritaria e possessiva, scatenatrice di tragedie come succede alla fine del secondo atto. Accanto a questi elementi di ordine drammaturgico, Osud si inscrive nel percorso stilistico janacekiano, ormai del tutto refrattario agli ultimi retaggi tardoromantici, imperniato su un linguaggio basato sulla parola parlata, sulle curve melodiche della lingua morava, che costituisce il tratto più peculiare della personalità musicale di Janacek. Così, nell’opera, ritroviamo il declamato melodico tipico del compositore (specie nei momenti altamente drammatici), un declamato capace però di piegarsi a curve più morbide, finanche liriche, o di assumere connotati più popolari; una musica definita da John Tyrrel, uno dei più grandi esperti del teatro janacekiano, come «incandescente».

Struttura formale e apparato musicale
L’opera è in tre atti, la strutturazione dei quali può anche essere letta (come è stato fatto alla prima del 1958 e in allestimenti successivi) in termini di differenziazione temporale, con una struttura a flashback: il primo atto, ambientato nella cittadina termale, si svolge “undici anni prima”; il secondo, nella casa dove Zivny e Mila vivono insieme, “quattro anni dopo”; solo il terzo atto è ambientato nel tempo presente; primo e secondo atto, quindi, come un lungo doppio flashback, un po’ come accade per la Traviata. La differente ambientazione spazio-temporale dei tre atti conferisce all’opera tre differenti dimensioni drammaturgiche, dalla gaia e spensierata atmosfera della cittadina termale nel primo atto, all’ambientazione “da camera” con la presenza trasversale della madre di Mila – che echeggia dall’esterno le parole di Zivny – nel secondo; infine il terzo atto dove l’iniziale atmosfera goliardica degli studenti in conservatorio si stempera man mano che il drammatico racconto di Zivny (che poi è al tempo stesso l’opera incompiuta della sua vita con Mila) giunge al suo visionario epilogo. Questa lunga scena è tra l’altro esemplificativa dell’uso che Janacek fa dei motivi ricorrenti: non Leitmotive in senso wagneriano ma ritorno variato, trasfigurato di un tema, riaffioramento della memoria che conferisce maggior profondità drammatica a una data situazione scenica. L’apparato musicale è comunque sempre strettamente compenetrato allo sviluppo drammatico dell’intreccio, esaltando in tal modo “dall’interno” i momenti drammaturgicamente decisivi. A tale proposito, come già accennato, c’è da dire che anche se Osud non è tra le opere più conosciute di Janacek (anche per via di una certa dispersività e della mancanza, forse, di coerenza drammatica) in essa la musica è sicuramente fra le più intense, più cariche di passione che il compositore abbia mai scritto, caratteristica questa che andrà poi perdendosi nelle opere successive.

Antonio Curcio