| OTELLO - Presentazione Un
ritorno attesissimo Era dall'ormai lontano 1871 che Verdi non scriveva più opere. Anzi, proprio l'Aida di quell'anno doveva essere, nelle intenzioni del compositore, l'addio alle scene. Tuttavia, negli anni successivi, Verdi, che si era ormai ritirato stabilmente nella sua tenuta di campagna a Sant'Agata, aveva continuato saltuariamente a scrivere: fra le altre cose, il Quartetto in mi minore e la Messa da Requiem in occasione della morte del Manzoni. C'era stato anche però il rifacimento del Boccanegra, nel 1881, che aveva segnato il famoso e fatale incontro con l'ex "scapigliato" (e denigratore della prima ora) Arrigo Boito. Proprio da questa prima collaborazione nacquero le premesse per quella che sarà l'ultima, straordinaria fase della drammaturgia verdiana. Shakespeare,
Boito, Verdi Boito scrive il libretto nel 1879, tuttavia Verdi è ancora recalcitrante a metterlo in musica, mentre tutto l'ambiente musicale italiano si chiede se le voci che parlano di un ritorno del genio di Busseto al teatro abbiano fondamento: infatti, dall'assoluto riserbo che il progetto avrebbe dovuto avere, trapelano qua e là delle notizie che alimentano le fantasie di critici e musicisti. Passa qualche altro anno, i dubbi del maestro piano piano diventano note stese su carta. Nell'ottobre del 1885 lo spartito è completato, un anno dopo l'intera partitura con la strumentazione. Quello che è nato, dopo un'odissea che sembra quella del protagonista nella prima scena, è un capolavoro assoluto. Novità
della scrittura verdiana Non si perde però la ricchezza melodica tipica del bussetano, per quanto questa sia come soffocata dai dialoghi e dall'evolversi dell'azione, non dispiegata completamente, tranne forse la sola frase del bacio (autentico Leitmotiv) che chiude la scena d'amore del primo atto e torna nell'ultima pagina dell'opera. Piuttosto è la componente orchestrale di straordinaria importanza: per la prima volta Verdi dà fondo a tutte le possibilità dell'orchestra (nella tempesta del primo atto è perfino previsto un lunghissimo pedale d'organo), orchestra che mai prima d'ora aveva avuto un ruolo così decisivo, non solo da un punto di vista squisitamente timbrico ma anche, potremmo dire, a tutti gli effetti drammaturgico (per fare un esempio, le scure frasi dei contrabbassi che accompagnano, anzi esplicitano, i torbidi pensieri di Otello subito prima del delitto nell'ultimo atto). I
quattro atti in breve Il monologo di Jago "Credo in un Dio crudel" ci rivela ormai senza alcun dubbio la velenosa indole del rivale di Otello: l'orchestra punteggia cupamente la sua dichiarazione di fede in un mondo senza più valori etici e morali. Il successivo dialogo con Otello è molto interessante perché strutturato in modo che quest'ultimo utilizzi il recitativo mentre Jago si muova su linee cantabili, anche per esser più efficace nel tentativo di insinuare il dubbio nella mente del moro: del resto, da questo momento in poi, Otello non avrà quasi più momenti cantabili, essendo la sua umanità ormai completamente annientata dalla cieca gelosia, e ciò si traduce, appunto, nell'uso, spesso esasperato dalle situazioni sceniche, del recitativo; solo nell'ultima scena, dopo la morte di Desdemona, Otello riacquisterà, nel canto lirico, la sua dimensione umana. Dopo il momento corale ecco il quartetto, quello in cui Jago riesce a venire in possesso del fazzoletto di Desdemona: qui la vicenda legata al fazzoletto, che coinvolge Jago ed Emilia più Otello a parte, poggia e si intreccia al canto innocente di Desdemona. Dopodiché Jago riprende a tessere la sua trama nella scena finale dell'atto: dopo il "Ora e per sempre addio sante memorie" di Otello che è già un presagio di resa, Verdi, per la chiusura dell'atto, recupera per l'ultima volta l'ormai antica forma della cabaletta, per quanto deformata, per dare un ultimo barlume di fierezza al protagonista ("Sì, pel ciel marmoreo giuro!"). Il terzo atto si apre col duetto Otello-Desdemona: ancora una volta siamo di fronte al candore della giovane a cui si contrappone la cieca gelosia dell'uomo: musicalmente alle linee più melodiche di Desdemona si contrappongono le sorde invettive di Otello che non esita, al massimo dell'ira, a chiamare la moglie "cortigiana" e a sfogare la sua gelosia nel "Dio! mi potevi scagliar tutti i mali" che segue, monologo che è uno dei momenti drammaturgicamente culminanti dell'opera. Il successivo dialogo tra Jago e Cassio, che noi ascoltiamo con le orecchie di Otello che, nascosto, vi sovrappone i suoi commenti, si svolge su una trama leggera, quasi danzante, degli archi, con il conclusivo "Quest'è una ragna" di Jago che sa di sberleffo per il moro. Dopo la scena dell'arrivo di Lodovico e della lettura dell'editto dogale che si conclude con Otello che butta a terra Desdemona, segue il lungo concertato finale che coinvolge tutti i presenti e che Verdi (ottantunenne!) rivide per l'edizione parigina del 1894: infatti, se musicalmente è una pagina splendida, da un punto di vista drammaturgico esso mantiene una certa tradizionale staticità, quando occorrerebbe invece far risaltare maggiormente il proiettarsi in avanti degli avvenimenti nelle trame di Jago. Il quarto atto si svolge nella camera di Desdemona, con la prima grande scena introdotta dai legni che preludono alla famosa "Canzone del Salice" a cui fa seguito l'altrettanto famosa Ave Maria. Verdi indulge a tocchi di raffinato patetismo, in una delicatezza d'impianto complessiva che rende in modo molto poetico la figura dell'innocente. I contrabbassi si incaricano di presentarci l'entrata in scena e, come dicevamo in precedenza, i pensieri di morte di Otello che sopraggiunge. La contemplazione della sposa addormentata risveglia in lui (e in orchestra) il tema del bacio, tema che, una volta che la tragedia si è consumata e le trame di Jago svelate, torna un'ultima volta un attimo prima del calare del sipario, quando alla fine dell'ultimo disperato e delirante monologo, Otello si spegne sul corpo esanime della sposa. Antonio Curcio |