| DIE
FLEDERMAUS - Presentazione
L'imperatore
del valzer
Johann Strauss Jr. (1825-1899) è a tuttoggi il marchio più
caratteristico della Vienna asburgica fin de siècle, la
Vienna del valzer e dell'operetta, generi di cui il compositore fu l'impersonificazione.
Egli raccolse il valzer viennese dalle mani del padre Johann senior e
gli conferì quelle caratteristiche che ne hanno fatto da allora
l'emblema dell'Austria imperiale: lo rese più agile e più
vivace ritmicamente, ma soprattutto vi innestò la sua grande vena
melodica che assicurò al genere, ed al proprio nome, fama duratura.
Il Valzer dell'Imperatore e Sul bel Danubio blu, per fare
due esempi celeberrimi, divennero subito popolarissimi in tutto il mondo.
Le stesse caratteristiche le ritroviamo anche nel campo dell'operetta
viennese di cui il nostro compositore fu, oltre che il massimo rappresentante,
anche, possiamo dire, l'inventore. Egli infatti vi fece confluire i tratti
dell'operetta parigina di Offenbach e quelli del tradizionale teatro comico
popolare in auge nella capitale austriaca. Die Fledermaus fu il
suo primo lavoro importante, e il più riuscito, in questo genere,
sebbene curiosamente l'opera fece fatica ad imporsi sulle scene viennesi
(la prima fu data al Theater an der Wien il 5 aprile del 1874).
Saranno le rappresentazioni berlinesi del 1894 a decretarne però
il trionfale successo, tanto che da quel momento in poi esso trovò
stabile collocazione nel repertorio operistico maggiore, con buona pace
di quelli che consideravano l'operetta un genere minore.
Verso
la fine dell'epoca d'oro
In realtà all'interno della luccicante e spensierata cornice di
generi come l'operetta viennese, il valzer o la polka si inquadra una
società, quella viennese e asburgica degli ultimi decenni dell'Ottocento,
che sta irrimediabilmente scivolando verso la sua fine. Della crisi politica
e sociale di quell'impero ne era probabilmente cosciente l'intera società
austriaca, così che questo rifugiarsi in sontuose sale da ballo
o in grandi feste aristocratiche (come quella in costume al centro della
trama del Pipistrello) era forse un modo per allontanare l'oscuro
presentimento che la fine di quel mondo dorato era ormai prossima.
Tuttavia valzer e operette ebbero, per così dire, anche una funzione
socio-culturale, rappresentando l'anello di congiunzione fra la musica
più propriamente colta (non dimentichiamo che, in quegli stessi
anni, quella era anche la Vienna di Brahms e Bruckner) e quella di puro
consumo. In questo senso, Strauss fu in grado di sanare quella frattura
che per tutto l'Ottocento, nel mondo tedesco, si era creata fra le sfere
"alte" della musica e quelle dei ceti popolari. Si creò,
quindi, un genere medio di fruizione musicale, che accoglieva al suo interno
tratti a un tempo aristocratici (che affondavano le loro radici nel grande
classicismo viennese di inizio secolo) e popolareschi. Johann Strauss
il giovane, in una parola, seppe fondere e mettere d'accordo, sia pure
per una breve e irripetibile stagione, le due anime musicali del popolo
tedesco.
L'operetta
da Parigi a Vienna
Pare sia stato lo stesso Offenbach a suggerire a Strauss la composizione
di un'operetta sull'esempio parigino. Strauss giunse a questo suo capolavoro
già famosissimo (Sul bel Danubio blu era del 1867) e non
proprio giovanissimo, essendo già quasi cinquantenne. Ma l'operazione
di "viennesizzare" l'operetta di Parigi gli riuscì alla
perfezione, sia pure nel trasbordo del genere si perse un po' per strada
quell'aggressività satirica che era caratteristica del genere parigino,
a vantaggio però della componente comico-brillante e della scorrevolezza
musicale.
Il libretto fu scritto da Carl Haffner e Richard Genée, tratto
da Reveillon, un vaudeville (quindi un genere tipicamente
francese) che il direttore del Theater an der Wien esitava a rappresentare
in originale in quanto lo considerava non adatto al pubblico viennese.
Da qui l'idea di trasformarlo in operetta in lingua tedesca e la commissione
a Strauss per la parte musicale. Navigatissimo, e a suo agio come non
mai nel vestire di valzer e polke il libretto, il compositore stese la
partitura in appena quarantatrè giorni.
Il
palcoscenico della felicità
I tre atti sono un continuo scintillio di suoni e di colori, un brulicare
leggero di parole e di personaggi bonari su una trama che nemmeno per
un attimo dà l'impressione di volerci turbare obbligandoci a qualsivoglia
sforzo di partecipazione emotiva: non possiamo far altro che sorridere
e goderci lo spettacolo. La trama ha tutti gli ingredienti per prestarsi
al gioco, agli equivoci, alle coincidenze, ma tutto con estrema leggerezza
e ironia.
Essendo nata originariamente come operetta vi sono lunghi dialoghi parlati
fra i vari numeri musicali. Lo stile di questi ultimi è tipico
dell'operetta, ma non mancano momenti in cui Strauss fa il verso, parodiandola,
all'opera "seria". Tra i brani più famosi citiamo il
terzetto nel primo atto "So muss allein ich bleiben" tra Rosalinde,
Adele e Eisenstein; le due arie di Adele "Mein Herr marquis"
(nel secondo atto) e "Spiel'ich die Unschuld vom Lande" (nel
terzo); oppure "l'appassionata" csardas ungherese "Klange
der Heimat" con la quale Rosalinde pretende di convincere gli altri
invitati alla festa in costume della sua (ovviamente falsa) nazionalità.
E celeberrima è l'Ouverture, che vive di vita propria anche nel
grande repertorio sinfonico insieme agli altri più celebri valzer
di Strauss. La leggerezza del valzer (ma anche quella sua sottile malinconia)
è, appunto, il collante che lega il dipanarsi della trama: dalla
citata Ouverture che ci introduce, sin dalle primissime note, all'atmosfera
di festa, alla scena finale del secondo atto che coinvolge "fraternamente"
tutti gli invitati prima del sorgere dell'alba, fino al Finale dell'opera,
quando la burla, "la vendetta del pipistrello", viene svelata,
nessuno se la prende e tutti cantano felici inneggiando, così come
era avvenuto alla fine della festa da Orlofsky, allo champagne.
Antonio
Curcio |