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RENARD - Presentazione Breve lavoro di Stravinskij, via di mezzo tra una cantata profana, un’opera di teatro musicale e un balletto, scritta nel 1916 e andata in scena, all’Opéra di Parigi, il 3 giugno del 1922. Viene considerata, comunque, un’opera “da camera”, per l’esiguità degli elementi che costituiscono la messa in scena e per l’utilizzo di una compagine orchestrale e vocale di piccole dimensioni. Gli anni che videro la composizione di Renard sono quelli immediatamente successivi alla produzione più celebre del compositore russo: L’uccello di fuoco, Petrouschka e La sagra della primavera erano infatti andati in scena tra il 1910 e il 1913, e avevano fatto di Stravinskij, per la loro carica innovativa o meglio rivoluzionaria, il musicista più discusso del tempo. Nel 1914 il compositore si era trasferito in Svizzera, nella tranquillità del lago di Ginevra: là passerà gli anni della Grande Guerra e vi comporrà, tra l’altro, alcuni lavori fondamentali per la sua concezione del teatro musicale, Le rossignol, Renard e L’histoire du soldat, lavori che concludono, alle soglie del 1920, la sua cosiddetta “seconda maniera”. Renard, come abbiamo detto, non è ben classificabile secondo i canoni consueti: possiede, infatti, sia le caratteristiche di una cantata che di un balletto che di una rappresentazione teatrale convenzionale. Si ispira a una favola tradizionale russa, raccolta da Afanas’ev e intitolata “La favola della volpe, del gallo, del gatto e del montone”, dalla quale è lo stesso Stravinskij a ricavare un libretto. I quattro personaggi del titolo sono quelli che vanno in scena, interpretati da clowns, danzatori e acrobati che danno luogo all’azione scenica ma non con la loro voce, in quanto i cantanti (due tenori e due bassi) sono in orchestra. Non vi è, inoltre, una rispondenza fra questi ultimi e i personaggi sulla scena: i cantanti si scambiano liberamente le parti, anzi spesso due o più cantanti danno voce a uno solo dei quattro animali. Proprio questa scissione fra personaggi e cantanti che li interpretano ha fatto scrivere a Roman Vlad: “Nel suo insieme il lavoro testimonia di una concezione teatrale che è agli esatti antipodi di quella wagneriana. Infatti Stravinskij, lungi dall’aspirare alla fusione dei vari elementi musicali, poetici e scenici, sembra mirare alla loro dissociazione”. Quel che più colpisce ascoltando il breve lavoro (circa quindici minuti) è la straordinaria vitalità ritmica e coloristica della partitura. La storia della volpe Renard, alla fine punita dal gatto e dal caprone, infatti, è tratteggiata mediante un vivace susseguirsi di episodi drammatico-musicali, in cui un ruolo di grande importanza ha un’orchestra che, sebbene ridotta (ma integrata da strumenti “esotici” come il cymbalom ungherese, sorta di xilofono a corde), si produce in tutta una serie di effetti timbrici dal grande impatto coloristico, magari qua e là volutamente striduli o pesanti (soprattutto nell’uso degli strumenti a fiato) ma sicuramente di grande suggestione. A una tale strumentazione si sovrappongono delle parti vocali che nelle loro volute enfatiche e scopertamente “teatrali”, dovute fra l’altro all’uso di intervalli anche estremamente ampi, rendono bene la stilizzazione di quel mondo popolare contadino che Stravinskij si prefigge. Così danze paesane, canzoni, marcette da banda, rime infantili, reminiscenze di circo si sovrappongono in un vertiginoso ed incessante fluire d’azione che ci richiama alla mente Petrouschka ma che è gia “musica cubista”, secondo il celebre paragone di questo Stravinskij al contemporaneo indirizzo delle arti visive di Picasso e Braque. E c’è una ulteriore lettura, quella metateatrale, con un cantastorie “esterno” alle vicende dei quattro animali che alla fine, subito prima che la marcia iniziale ritorni per riaccompagnare i personaggi fuori scena, non può esimersi dal dirci “E se la mia storia vi è piaciuta, per piacere non scordate quel che mi dovete”. Antonio Curcio |