| EL RETABLO DE MAESE PEDRO - Presentazione Piccolo capolavoro, autentico gioiello da camera che Manuel de Falla (1876-1946) scrisse fra il 1919 e il 1923, e che fu rappresentato per la prima volta a Siviglia, ma solo in forma di concerto, il 23 marzo 1923, mentre la "prima" scenica fu a Parigi il successivo 25 giugno. L'opera nacque nel periodo di maggiore fulgore creativo del compositore spagnolo, basti pensare che negli anni immediatamente precedenti de Falla aveva composto i suoi lavori più noti e suggestivi, i balletti El amor brujo (1915) e El sombrero de tre picos (1919), autentici manifesti dello sgargiante colorismo e dello stile squisitamente iberico, e pur tuttavia esenti da facile manierismo, del compositore. Precedentemente de Falla aveva composto un'altra opera teatrale, La vida breve, nella quale era già evidente quella ricerca sonora e stilistica che sarà approfondita con i lavori degli anni successivi. El retablo de maese Pedro ("Il teatro dei burattini di Maestro Pietro") è, come abbiamo detto, un'opera "da camera" per le sue ridotte proporzioni (circa 25 minuti di durata) con solo tre personaggi, mentre anche l'orchestra è molto contenuta. Il soggetto è tratto da una celebre scena del Don Chisciotte di Cervantes, dalla quale lo stesso compositore ha tratto il libretto. La scena raffigura uno spettacolo di burattini (in effetti l'azione è, fondamentalmente, uno spettacolo di marionette): il personaggio principale è Trujaman, un ragazzo (con la voce di mezzo-soprano) che ha la funzione di narratore e che, appunto, racconta quanto viene rappresentato nel teatrino; gli altri due sono Pedro, il proprietario, e Don Chisciotte, che fondamentalmente interviene solo nell'ultima scena, quando per "andare in soccorso" degli amanti inseguiti dalla cavalleria dei mori distrugge teatrino e marionette fra la disperazione di Pedro e lo sbigottimento degli altri spettatori… prima di concludere l'opera con un appassionato monologo che loda l'amore e le nobili virtù dei cavalieri erranti. Abbiamo quindi una struttura complessiva che alterna passaggi orchestrali, che fanno da sfondo alle vicende dei burattini, e recitativi di Trujaman che racconta l'azione, con brevi interventi degli altri due personaggi. Siamo di fronte, in sostanza, ad una rappresentazione di "teatro nel teatro", con i tre solisti che cantano dalla buca dell'orchestra, così come aveva concepito Stravinskij per il suo Renard di qualche anno prima. Fra l'altro, originariamente de Falla aveva pensato di far interpretare i tre personaggi a tre marionette "grandi" (rispetto a quelle piccole mosse sulla scena del teatrino), solo più tardi optò per tre mimi. La piccola orchestra de El retablo de maese Pedro contribuisce non poco a determinare il colore e le suggestioni dell'opera, orchestra nella quale hanno un peso rilevante ottoni e percussioni e, ancor di più, il clavicembalo, quasi a sottolineare la grande eredità musicale del Medioevo spagnolo, che de Falla, come diremo meglio fra un attimo, vuol evocare. Il Retablo infatti segna un momento determinante nella carriera compositiva di Manuel de Falla, in quanto riflette un certo ripiegamento del compositore verso un colorismo, uno "spagnolismo" meno accentuato, più essenziale rispetto ai lavori precedenti, col recupero anche di stilemi della musica del passato: evidente, per un soggetto tratto da Cervantes, il riecheggiamento di atmosfere medievali e rinascimentali, facilmente riscontrabili in molti momenti della partitura. Ma anche il teso e rapido recitativo di Trujaman ha in sé qualcosa di arcaico, non per niente il de Falla di quegli anni fu definito "neoclassico", così come avverrà per Stravinskij la cui Histoire du soldat, praticamente coeva, presenta le stesse caratteristiche di scarnificazione timbrica e linguistica. Assistiamo, quindi, ad una importante svolta delle avanguardie storiche parigine (e non solo), a cui de Falla partecipa in prima persona, orientata ad una rigenerazione dello stile e delle poetiche che aveva contraddistinto la loro prima fase, col passaggio da un colorismo sgargiante ad un oggettivismo più sofferto, essenziale e moderno. Antonio Curcio |