| RIGOLETTO
- Presentazione
La
svolta di metà carriera
Per
molti anni Verdi ritenne Rigoletto il suo capolavoro. Malgrado
la popolarità della quale l’opera godette sin da subito, malgrado
gli accomodamenti a cui egli fu costretto dalla censura, il primo titolo
della “trilogia popolare” era, agli stessi occhi del Maestro, un fondamentale
passo in avanti, una pietra miliare nel suo percorso musicale e drammaturgico.
La battaglia di Legnano, Luisa Miller e Stiffelio
erano le opere da cui, nel 1851, il trentottenne Verdi proveniva, ultime
propaggini della prima parte della sua carriera di operista, che proprio
nella “trilogia” troverà il suo punto d’approdo e nel contempo,
con Rigoletto in particolare, la via verso i capolavori della
maturità. Già nel 1850 Verdi guardava con ansia ed attenzione
al nuovo lavoro in contratto con La Fenice di Venezia (che aveva già
visto le fortunate prime di Ernani e Attila), quasi
sentisse che la messa in musica di un soggetto “scomodo” quale era Le
roi s’amuse di Victor Hugo (che aveva destato scandalo a Parigi nel
1832) potesse costituire una tappa importante di un percorso stilistico
che, sulla scorta delle ultime esperienze, era ormai pronto ad andare
oltre il consueto tema della passione amorosa, per scandagliare le più
recondite psicologie degli uomini, i loro valori, i loro drammi personali
e politici.
Modernità
del Rigoletto
Quello
che emerge immediatamente nel Rigoletto, a livello di intreccio,
è il doppio capovolgimento di ruoli e destini dei personaggi. Tradizionalmente
era il tenore l’eroe buono, il protagonista dell’opera, che il più
delle volte soccombeva alle trame del baritono, il “cattivo” che chiudeva
il triangolo al terzo vertice del quale c’era l’eroina, immancabilmente
soprano. Nel Rigoletto, invece, il protagonista dell’opera non
solo è il baritono – tra l’altro deforme buffone di corte: impensabile
per tutta la prima metà dell’Ottocento! – ma è il tenore
ad assumere le vesti del cattivo e ad uscire vincitore alla fine dell’opera
(ciò non è colto completamente dal pubblico che – complici
le orecchiabilissime arie tenorili – è più propenso a “prendere
le parti” del Duca). Già questo è un dato non secondario
della “modernità” di un’opera come Rigoletto, che d’altronde
trova proprio nei contenuti altri elementi che la suffragano: mai prima
di allora le psicologie individuali erano state scandagliate in maniera
così approfondita da Verdi, soprattutto i rapporti a due, amanti
o genitori-figli. In questo senso si noti come nei tre duetti Rigoletto-Gilda
Verdi differenzi al massimo le linee melodiche fra i due in base all’andamento
dei dialoghi. Lo stesso splendido quartetto del terzo atto (la pagina-capolavoro
dell’opera) lo si potrebbe definire come una sorta di doppio duetto, grazie
anche alla diversificazione spaziale tra le due coppie (Maddalena- Duca
all’interno della taverna, Rigoletto-Gilda all’esterno) che lo contraddistingue
a livello scenico; anche qui, ognuno dei personaggi ha una sua distinta
linea melodico-ritmica.
Affinamento
di mezzi
Ma
già nel primo atto, nel duetto fra Rigoletto e Sparafucile, vediamo
il grado di affinamento di mezzi cui Verdi è pervenuto negli ultimi
anni: il dialogo fra i due uomini è contrappuntato a livello orchestrale
da una cupa melodia di violoncello e contrabbasso, su pizzicati e staccati
rispettivamente di archi e fiati che paiono riecheggiarlo adeguandosi
all’incedere del dialogo ed enfatizzandone così l’effetto drammatico.
Il “Pari siamo” di Rigoletto che segue è invece un esempio di come
Verdi agisca anche a livello formale: l’episodio ha, infatti, una struttura
alquanto libera a cui si associa una grande varietà nella declamazione,
con continui cambiamenti di tempo che fanno riferimento direttamente al
testo di Francesco Maria Piave. Stessa libertà formale la si ritrova
nel monologo di Rigoletto del secondo atto “Cortigiani, vil razza dannata!”,
grande aria costituita dalla successione di movimenti diversi – e in diverse
tonalità – che giunge al limite dell’arioso non strofico.
Altro elemento di novità non secondario che il Rigoletto
apporta nel panorama dell’opera italiana di quegli anni, e nella fattispecie
nella stessa drammaturgia verdiana, è il succedersi veloce degli
accadimenti in scena, senza che ciò vada a pregiudicare la caratterizzazione
dei personaggi anzi, conferendo all’azione maggior nerbo drammatico: bastano
poche battute a caratterizzare prima il Duca poi Rigoletto nella lunga
scena iniziale dell’opera (il duetto del primo con la contessa di Ceprano,
l’irridente atteggiamento del secondo nei confronti del marito di questa):
grande economia di mezzi dunque, all’interno – fra l’altro – di un’ampia
scena composita in cui gli episodi musicali si susseguono seguendo un
ritmo incalzante che si interromperà solo con l’ingresso di Monterone.
Poche invece le strutture tradizionali cantabile-cabaletta, specie quelle
solistiche: al tenore Verdi regala infatti due tra le sue romanze più
celebri (“Questa o quella” nel primo atto, “La donna è mobile”
nel terzo) ma una sola “scena ed aria” all’italiana, cioè cantabile-cabaletta:
quella che inizia con “Ella mi fu rapita”, all’inizio del secondo atto,
tra l’altro dilatata non poco per l’intervento del coro.
La
“prima” e la fortuna
Fu
un parto difficile Rigoletto. Il soggetto di Hugo conteneva troppe
cose che la censura veneziana non poteva far passare: re che fanno i libertini,
gobbi, donne di facili costumi, omicidi consumati nelle tenebre… L’adattamento
fu una autentica opera di mediazione che coinvolse, oltre a Verdi e Piave,
Marzari e Brenna, rispettivamente presidente e segretario del teatro veneziano:
così il re libertino divenne un anonimo signorotto di provincia,
anche i nomi degli altri personaggi furono cambiati, si inserì
qua e là un po’ di facile moralismo. Alla fine, definito il titolo
(in un primo momento Verdi pare avesse pensato ad un’inquietante «La
maledizione») la nuova opera poteva finalmente andare in scena.
Le prove furono lunghe, tra l’altro non pochi problemi ci furono per la
definizione del cast. Verdi chiese al tenore, Raffaele Mirate, e a tutti
i partecipanti di tenere segreta fra le sacre mura della Fenice l’irresistibile
melodia de “La donna è mobile”, per evitare che calli e canali
veneziani se ne impossessassero prima del tempo. La sera del debutto,
l’11 marzo 1851, fu un autentico trionfo di critica e pubblico, con “La
donna è mobile” che guadagnò subito il bis del bis. Era
appena cominciata una storia che non avrebbe conosciuto flessioni di popolarità
fino ai giorni nostri.
Antonio
Curcio |