| TANNHÄUSER -
Presentazione
Un lavoro amato quanto travagliato
Nata dopo L’olandese volante e prima del Lohengrin,
il Tannhäuser è la seconda della trilogia delle “grandi opere
romantiche” di Richard Wagner, opere che concludono la fase giovanile
del percorso creativo del genio tedesco e che prelude a quella più matura
dei drammi musicali. Il Tannhäuser vide la luce fra il 1843
e il 1845 (anno in cui fu rappresentato per la prima volta, il 19 ottobre
al Königliches Hoftheater di Dresda) ma fu un’opera molto travagliata,
di cui si conoscono almeno tre versioni (la terza è in genere quella
eseguita), e che, probabilmente, lo stesso Wagner non sentì mai come
definitivamente compiuta. Dopo la “prima” tedesca infatti, che non ebbe
molto successo, la partitura fu sottoposta a continue revisioni che
condussero ad una seconda versione “ufficiale”, in forma di grand-opéra,
che cadde però clamorosamente a Parigi nel 1861 (a causa anche della
collocazione delle danze, forzatamente inserite all’inizio dell’opera
e non al centro come era consuetudine). Eppure, proprio dal fiasco parigino
prese il via il culto per la musica e la drammaturgia wagneriana, sebbene
allora ristretto ad un gruppo non molto folto di intellettuali. Fu solo
dagli anni Settanta dell’Ottocento che il Tannhäuser ottenne
il giusto successo di pubblico, in Germania come all’estero (la prima
italiana fu data a Bologna – piazza notoriamente “wagneriana” – nel
1872).
Lavoro molto amato dall’autore, il Tannhäuser trae spunto dai
miti della storia e dell’epica medioevale germanica, argomenti che il
Wagner trentenne di quegli anni andava approfondendo (risale anche a
questo periodo la conoscenza della figura di Hans Sachs che tornerà
poi, diversi anni dopo, nei Maestri cantori di Norimberga).
Per il Tannhäuser Wagner fuse insieme elementi sia storici
che leggendari: alcuni dei cantori e lo stesso protagonista sono realmente
esistiti, in Elisabetta si ritrova forse la figura di una regina d’Ungheria
dallo stesso nome, mentre l’amore fra Tannhäuser e Venere si rifà ad
una leggenda popolare ripresa poi da numerosi scrittori e letterati
tedeschi. In tal modo il compositore conferì al suo intreccio anche
tratti originali.
Peccato e redenzione
Nel Tannhäuser si ritrova un tema costante in questa
fase del teatro wagneriano, quello della redenzione dell’eroe attraverso
l’amore e la morte. Così come era avvenuto nel Fliegende Holländer,
in cui il protagonista si salva grazie al sacrificio estremo di Senta,
anche nel Tannhäuser la salvezza dell’anima del protagonista
avviene per opera di una donna, Elisabeth, che offre la propria vita
a Dio in cambio del perdono dell’uomo che ama, perdono che egli non
era riuscito ad ottenere nemmeno dal papa a Roma. Appare palese la contrapposizione
tra Elisabeth, simbolo dell’«amor cortese», puro e spirituale, e Venere,
simbolo invece dell’amore carnale e terreno: le due donne, evidentemente,
rappresentano i poli estremi dell’universo femminile, fra i quali l’eroe
si dibatte passando continuamente dall’esaltazione della dea dell’amore
ai repentini rinsavimenti in ginocchio dalla donna che lo ama. Un amore,
quello di Elisabeth, profondo e totale al punto da annullarsi, la donna,
durante i lunghi giorni (forse mesi, lo stesso Tannhäuser non riesce
a ricordare) in cui l’eroe aveva cercato gratificazione nell’amore sensuale
fra le incantate rocce del Venusberg. Ma il “male”, che il
peccato di Tannhäuser rappresenta, non è qualcosa di esterno da combattere
e dal quale liberarsi, è un male tutto interiore, è l’anima dell’uomo
che non riesce sfuggire al richiamo dell’appagamento terreno, alla fuga
dalle miserie del mondo che, però, trancia il legame con la realtà vera,
con le manifestazioni vive della natura, con gli affetti umani più profondi.
Da questo richiamo a cui è così difficile sottrarsi, solo il sacrificio
estremo condotto attraverso l’amore può liberare: e la morte rappresenta,
in questo senso, l’obbligato passaggio a una nuova vita.
Questa contrapposizione tra amore spirituale e amore sensuale ha un
riscontro ben preciso nella musica, sin già dalla celebre Ouverture
(uno dei brani sinfonici più famosi di Wagner, insieme alla marcia che
accompagna l’ingresso dei bardi nel secondo atto) che obbedisce chiaramente
a una dimensione (musicale e psicologica) bipartita: la prima espone
il corale dei pellegrini, solenne e diatonico, la seconda presenta i
motivi di Venere, quelli del baccanale, giocati invece su linee cromatiche.
Questi elementi tematici costituiscono motivi di reminiscenza, che torneranno
più volte – all’interno delle singole scene – nel corso dell’opera,
ma non sono ancora Leitmotive nel senso pieno del termine,
quello che sarà adottato nei futuri drammi musicali.
Verso il Dramma musicale
E infatti, per quanto ancora “opera romantica”, il Tannhäuser
contiene elementi linguistici e formali che fanno già presagire la drammaturgia
wagneriana della maturità. Se ne L’olandese volante si ritrovavano
ancora forme e strutture riconducibili ai “numeri” dell’opera italiana,
il Tannhäuser è strutturato in grandi scene articolate al loro
interno in diversi episodi musicali, indipendenti fra loro tuttavia
legati a formare un arco unitario. Anche l’inizio dell’opera obbedisce
a una tale struttura: dopo la citata Ouverture (la cui seconda
parte è funzionale alla scena delle danze nella grotta di Venere), segue
senza soluzione di continuità il coro delle sirene, seguito dalla scena
del dialogo tra la dea e Tannhäuser, con incastonate al suo interno
le due arie solistiche degli amanti. Tra le stesse scene, del resto,
non esiste soluzione di continuità, come è ravvisabile ad esempio nel
passaggio repentino dalla prima alla seconda scena – il ritorno di Tannhäuser
nel mondo degli umani – la cui mutazione è immediata, anzi volutamente
brusca. In questa uniformità strutturale un ruolo importante è svolto
dall’orchestra, per il tramite della quale la connessione tra gli episodi
e le scene può avvenire senza cesure evidenti; un’orchestrazione – del
resto – ormai affrancata dal mero accompagnamento delle arie (è in genere
la sola arpa ad assumersi questo compito in occasione degli inni dei
cantori).
Proprio questi Lieder rappresentano (ma secondo un preciso
disegno drammaturgico) i momenti più tradizionali: basterebbe pensare
all’inno a Venere di Tannhäuser nella citata prima scena («Dir töne
Lob, Die Wunder sei’n gepriesen»), oppure alla romanza in tipico stile
italiano di Wolfram nel terzo atto («O, du, mein holder Abendstern»).
Il retaggio della tradizione si ritrova anche nei pezzi d’assieme, come
il duetto all’inizio del secondo atto tra Elisabeth e Tannhäuser, il
concertato finale del primo atto (fra Tannhäuser, il Langravio e i cinque
cantori) oppure quello – ancora più ampio nelle dimensioni, persino
prolisso – che conclude il secondo atto. C’è da dire però che, al di
là di questi episodi maggiormente definibili in termini di strutture
tradizionali, altri momenti dell’opera (come i dialoghi, ma anche alcuni
passaggi degli stessi Lieder dei cantori) sono giocati su un
misto di declamato e arioso che rappresenta sicuramente una proiezione
verso il futuro.
“Dissoluzione di un palazzo incantato”
Da questo punto di vista il passo più innovativo (e forse il momento
più alto dell’opera) è il lungo monologo di Tannhäuser nel terzo atto,
“Hör an, Wolfram, hör an”, splendido esempio di duttile declamato libero
da qualsiasi costrizione formale, supportato da un’orchestra che accompagna
in modo discreto e con grande espressività, enfatizzando i passaggi
del testo più importanti e fornendo altresì un supporto motivico funzionale
alle parole. Tornato lacero e senza il perdono così fortemente anelato
da Roma, Tannhäuser racconta il suo viaggio in Italia e l’umiliazione
di essere stato l’unico a cui il papa non ha concesso la remissione
dei peccati; il declamato melodico acquista spessore drammatico man
mano che la narrazione prosegue, per giungere ai toni più intensi –
sorta di crescendo emotivo prima che musicale – nell’invocazione a Venere
affinché lo riaccolga fra le sue braccia: tornano i temi legati alla
dea dell’amore, ritorna la visione di lei stessa pronta a riabbracciare
il vecchio amante terreno. L’erotismo del Venusberg che avevamo
visto nel primo atto pare inondare ancora la scena, ma il nome di Elisabeth,
pronunciato da Wolfram, ridesta per l’ennesima, ultima volta la mente
e il cuore di Tannhäuser. L’atmosfera muta radicalmente, «trapasso simile
alla dissoluzione d’un ariostesco palazzo incantato» ha scritto Massimo
Mila: la scia di fiaccole e il canto dei pellegrini e dei bardi, che
accompagnano la vergine nel suo ultimo viaggio, prende il posto dei
rossi vapori che avevano fatto da cornice alla visione del mondo della
dea. La luce dell’alba svela il bastone del papa, miracolosamente fiorito:
l’estremo sacrificio di Elisabeth ha salvato il peccatore. Ora, sulla
solenne riproposizione delle note del corale dei pellegrini innalzate
da tutti presenti, Tannhäuser, redento, può finalmente morire sul corpo
del suo angelo.
Antonio
Curcio |