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TOSCA -
Presentazione
La
“prima” del secolo
Uno dei grandi successi popolari di
Giacomo Puccini (1858-1924), l’opera che segnò, formalmente, l’avvio del
nuovo secolo con la “prima” al Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio del
1900. Fu la quinta opera di un Puccini già celebre per via dei due lavori
teatrali precedenti, la Manon Lescaut del 1893 e la Bohème del 1896,
un’opera però non poco diversa dalle altre pucciniane, l’unica che
affronti deliberatamente temi extra-sentimentali, addentrandosi nelle
vicende politiche della Roma d’inizio Ottocento stretta fra Repubblica
romana e potere temporale. Sia chiaro, tali questioni restano sullo
sfondo, intrecciandosi con la vicenda dei tre protagonisti che rimane in
primo piano, tuttavia la parte politica non è per niente sacrificata a
quella sentimentale, per la chiara udibilità dei dialoghi ma anche per
momenti più espliciti come la breve aria “liberale” di Cavaradossi, nel
secondo atto, alla notizia della vittoria di Napoleone a Marengo. Tanto
che si è spesso parlato, per Tosca, di ambientazione da grand-opéra, non
ultimo per il forte carattere spettacolare delle scene e per i numerosi
particolari realistici che vi sono disseminati, gioia dei registi con a
cuore i grandi allestimenti, senza dubbio uno dei motivi dell’intatta
fortuna dell’opera presso il grande pubblico. Il soggetto di Tosca fu
tratto dall’omonimo dramma del grande drammaturgo francese Victorien
Sardou del 1887, adattato in tre atti dai librettisti Giuseppe Giacosa e
Luigi Illica, autori già dei libretti per la Lescaut e per Bohème. Puccini
vi lavorò negli anni del grande successo di Bohème, nella sua residenza di
Torre del Lago dove viveva dal 1891, in tempi molto dilatati come egli era
solito fare.
Verismo e Giovane Scuola
La vita musicale
italiana tra Otto e Novecento era alquanto frammentaria, stava vivendo un
momento di stasi, tanto che per l’unica (praticamente) forma coltivata nel
corso del XIX secolo, il melodramma, si era parlato, negli anni Ottanta
dell’Ottocento, addirittura di crisi. Se questo favorì una lieve rinascita
della musica strumentale, grazie a compositori-direttori come Giuseppe
Martucci e Luigi Mancinelli, d’altra parte si attendeva qualcuno che
potesse dare nuova linfa al nostro teatro d’opera, che da quasi mezzo
secolo era stato in pratica appannaggio di un solo compositore, Verdi. Fu
il cosiddetto “verismo”, inaugurato dal folgorante successo di Cavalleria
rusticana di Mascagni nel 1890, a rinnovare l’entusiasmo popolare verso il
melodramma, grazie a compositori che coltivarono per almeno tre decenni
questo genere, apparentemente speculare a quello letterario ma in realtà
alquanto distante per la mancanza di effettive sollecitazioni reciproche.
Compositori come Leoncavallo, Giordano, Cilea ecc. fino a Puccini, che si
guadagnarono l’appellativo di “Giovane Scuola”. In realtà eravamo di
fronte ad un approfondimento, o meglio, ad una semplificazione del
realismo verdiano, con la scelta di soggetti lineari e dalle forti tinte
passionali, capaci di far presa sull’emotività di un pubblico alla ricerca
di facili commozioni, con un’ambientazione dapprima plebea o
sottoproletaria ma poi allargata al dramma storico (soprattutto
settecentesco) e a tematiche decadentiste. Soprattutto la violenza delle
passioni, spesso esplicitata in modo plateale sul palcoscenico (pensiamo
all’uccisione di Scarpia da parte di Tosca o alla fucilazione di
Cavaradossi) ed il “colore ambientale” riprodotto a livello
timbrico-orchestrale (come il campanone di San Pietro, sempre in Tosca)
sono i tratti a cui è più debitore il grande successo di queste opere,
oltre naturalmente al predominio assoluto della melodia e ad una
cantabilità spesso tirata all’estremo. Non mancarono però i fallimenti,
che anzi furono certamente superiori ai successi , non essendoci rimaste
di quel gruppo di operisti (Puccini a parte) più di una o due opere a
testa ancora in repertorio. Questo anche perché non si mancò di cercare
strade nuove, sia nella scelta dei soggetti (con una certa predilezione
anche per il lontano oriente, pensiamo a Madama Butterfly e Turandot dello
stesso Puccini) sia soprattutto nei moduli compositivi che guardavano, per
la prima volta nel nostro paese, anche verso Bayreuth: in effetti Wagner
ebbe non poca influenza sulla nostra opera verista, che si tradusse nel
ricorso a soggetti mitici, ad intermezzi strumentali e descrittivi (ancora
nella Tosca pensiamo all’inizio del terzo atto, con la descrizione
dell’alba su Castel Sant’Angelo), soprattutto ad una accresciuta libertà
formale con l’aderenza capillare fra testo musica e azione. Tuttavia il
pubblico italiano non era certo pronto ad accogliere su larga scala tali
novità (per tacere di quanto stavano facendo negli stessi anni Debussy e
Richard Strauss!) e a ciò si deve l’alto numero di insuccessi delle opere
veriste, insuccessi da cui solo lo stesso Puccini, e non sempre, restò
esente.
Il
linguaggio e la psicologia
Il linguaggio di Puccini si muove dalla lezione dell’ultimo
Verdi, quindi dall’arioso lirico senza cesure dell’Otello e del Falstaff,
integrato, com’era avvenuto per gli altri compositori della “Giovane
Scuola”, dall’adozione di altri procedimenti compositivi come il Leitmotiv,
ma senza rinunciare all’aria, momento da sempre centrale della tradizione
operistica italiana, incastonata tra i rallentamenti e le accelerazioni
della composizione continua (a tale proposito, arie come “Vissi d’arte”
e “E lucean le stelle” della Tosca sono fra le più ampie e “autonome”
di Puccini). Il tutto a formare uno stile comunque inconfondibile, con
una cantabilità predominante rispetto all’elemento orchestrale, tuttavia
mai banale e impreziosito spesso da interventi di strumenti solisti.
Probabilmente fu il bisogno di uscire dalla “semplicità” e dal facile
sentimentalismo di Bohème a spingere Puccini a cercare un soggetto dalle
tinte più forti e dai contorni più articolati e complessi. A ciò si
accompagnò una parallela ricerca di più pregnanti mezzi espressivi,
che possiamo cogliere anzitutto nella maggiore aggressività delle parti
vocali (di Tosca e Cavaradossi certamente, ma anche di Scarpia, primo
grande ruolo baritonale “antagonista” scritto da Puccini), in un’orchestrazione
più ricca e drammaticamente efficace, in una maggiore importanza data
al Leitmotiv. Ognuno dei personaggi, infatti, ha un proprio tema che
ritorna, sebbene spesso trasfigurato, in orchestra per tratteggiare
la sua presenza sulla scena o evocarla: da quello dolce e sensuale di
Tosca a quello torbido di Scarpia, il cui monologo alla fine del primo
atto è esemplificativo del suo carattere, misto di sadismo, sensualità
e bigottismo. E Puccini delinea tematicamente anche i personaggi minori,
come l’Angelotti o il sagrestano, quest’ultimo con divertita bonarietà.
L’ambientazione da grand-opéra fa il resto, addirittura enfatizzata
da Puccini allo scopo di ottenere effetti più drammaticamente spettacolari,
come la fucilazione in scena di Cavaradossi che non era contemplata
nell’originale di Sardou. In scene come queste il compositore gioca
anche abilmente con la psicologia dei personaggi (qui Tosca e Cavaradossi
sono convinti che la fucilazione sia finta e il loro dialogo ha momenti
quasi comici che sembrano stemperare la tensione; in realtà, alla luce
degli avvenimenti successivi, non fanno altro che caricarla). Puccini
conferisce contorni ben definiti alla psicologia dei tre protagonisti,
in particolare notiamo come la personalità di Tosca cresca man mano
che ci si avvicini alla conclusione della vicenda, come quanto poco
resti delle piccole gelosie e di qualche tono civettuolo del primo atto
in confronto alle tragiche scelte che essa consumerà nel corso dell’evolversi
della vicenda.
Se escludiamo la staticità di qualche momento tipicamente descrittivo,
come l’inizio del terzo atto, potremmo definire Tosca un’opera “verista
della prima ora”, quindi un’opera veloce, fulminante in cui gli avvenimenti
incalzano e la musica, e questo è forse l’elemento maggiormente caratterizzante
il capolavoro pucciniano, vi si adatta, più ancora favorisce questo
rapido precipitare. Inoltre, anche da un lato strettamente teatrale,
Puccini dosa bene gli elementi drammatico-musicali, riuscendo sempre
ad essere efficace e senza scadere in banalità. L’ultima scena ne è
forse l’esempio più calzante, prima con il lugubre, rapido ostinato
che accompagna Cavaradossi alla fucilazione, poi la breve attesa di
Tosca, quindi la scoperta della tragica verità ed il gesto estremo di
lei, accompagnato dall’uguale precipitare dell’orchestra in fortissimo
sul tema, ormai lacerato e senza più speranza, dei dolci baci e delle
languide carezze.
Antonio Curcio |