| LA
TRAVIATA - Presentazione
Un
soggetto audace
La Traviata è, dopo Rigoletto e Trovatore,
l'ultima delle opere della cosiddetta "trilogia popolare", che
Verdi scrisse a cavallo tra la fase giovanile e la maturità. Siamo
nei primi anni Cinquanta dell'Ottocento, un periodo in cui il compositore
quarantenne vive uno dei momenti più felici della sua produzione:
finiti gli "anni di galera" (come egli stesso aveva definito
il periodo successivo al successo del Nabucco, quando si era trovato
a dover lavorare a ciclo continuo), egli finalmente può ora dilatare
il tempo fra un'opera e l'altra e far maturare con calma quella che sarà
la drammaturgia degli anni a venire. Dopo i trionfi di Rigoletto e
Trovatore, la nuova opera per la Fenice era attesissima, eppure
Verdi sapeva che in realtà rischiava molto: la sua scelta di musicare,
su libretto del fido Francesco Maria Piave, La dame aux camélias
di Alexandre Dumas figlio, dramma che tanto clamore aveva suscitato appena
l'anno prima a Parigi (anche per il fatto di essere ispirato ad una storia
vera, ad una donna realmente esistita) era troppo audace, poteva sembrare
addirittura una provocazione nei confronti della borghesia del tempo:
un soggetto, appunto, borghese e contemporaneo, con protagonista una prostituta
d'alto bordo che, rinunciando al suo passato e sacrificandosi per amore,
ci appare alla fine come una vittima proprio di quella stessa società
perbenistica.
Così, in attesa della prima, puntuali giunsero i grugniti
della censura, che, fra l'altro, pretendeva lo spostamento della storia
in altra epoca. Si aggiunse l'insofferenza dei cantanti, evidentemente
non adatti alle novità della partitura. Il risultato, come tutti
sanno, fu che la serata alla Fenice del 6 marzo 1853 fu un clamoroso
fiasco. La cosa, per i motivi di cui sopra, non dovette sorprendere più
di tanto Verdi, che a quel punto però fu costretto ad assecondare
i gusti del tempo ambientando l'opera in pieno Settecento, ma cambiando
anche gli interpreti, per una rappresentazione al teatro San Benedetto,
sempre a Venezia, il 6 maggio del 1854: questa volta fu, finalmente, successo.
In seguito l'opera tornò ad essere ambientata nell'Ottocento.
Una
nuova drammaturgia
Con La Traviata siamo in presenza di un nuovo approccio di Verdi
alle tematiche di una storia da mettere in musica. Se fino a qualche anno
prima il compositore cercava e delineava soprattutto i violenti contrasti
delle passioni dei personaggi (lo stesso Trovatore scritto praticamente
in contemporanea è, in questo senso, molto più tradizionale)
ora egli ricerca soprattutto i loro tratti psicologici e la descrizione
dei loro sentimenti. Avevamo in parte già assistito a questa tendenza
in lavori immediatamente precedenti, Luisa Miller, lo stesso Rigoletto.
Ma con Traviata Verdi fa il passo decisivo verso la sua nuova drammaturgia,
una drammaturgia dove a tenere insieme i legami fra i personaggi non è
più esclusivamente l'immancabile storia d'amore, bensì la
rete dei rapporti è ora più variegata e intrisa di sottili
valenze psicologiche. In questo senso la figura di Violetta è più
complessa di tutte le eroine che la precedono e una delle più "moderne"
dell'intera drammaturgia verdiana. Una tale drammaturgia di caratteri
e psicologie, di conflitti e passioni umane, si andrà via via sempre
più approfondendo nelle opere successive, a cominciare da Un
ballo in maschera.
Il
linguaggio: fra tradizione e rinnovamento
Nel complesso il linguaggio musicale di Traviata è ancora
fondamentalmente tradizionale, non solo nella successione canonica cantabile-tempo
di mezzo-cabaletta dei numeri musicali ancora "chiusi", ma anche
in certi stilemi e formule di cui Verdi non riesce a liberarsi (accompagnamenti
punteggiati o arpeggiati dall'orchestra, ripetizione delle parti vocali
più in vista ecc.). Ma non mancano le novità di rilievo,
a cominciare dalla dilatazione non solo delle scene, che ormai possono
occupare la metà di un atto, ma anche dei singoli numeri. Prendiamo
ad esempio il duetto del secondo atto fra Violetta e Germont: definirlo
duetto è quasi riduttivo visto che il dialogo fra i due dura venti
minuti e senza l'intervento di altri personaggi. Siamo quindi in presenza
di una grande scena, musicalmente composita, che si snoda attraverso diversi
temi che vengono accostati l'uno all'altro a seconda dell'evolversi del
dialogo stesso. Il "duetto" tradizionale ci appare quindi estremamente
dilatato, e facciamo fatica a rintracciarvi il modello formale della tradizione.
Inoltre, nel corso di tutta l'opera sono sempre più frequenti i
momenti declamati, non mancano prestiti da altre tradizioni (l'aria strofica
alla francese, come nell'"Addio del passato" nel terzo atto),
ma si iniziano anche a notare i "tagli" alle strutture della
tradizione che Verdi inizia ad apportare (il Finale del secondo atto,
ad esempio, manca della "stretta" conclusiva).
Due
preludi "narrativi"
Ma la novità musicale di maggior rilievo di quest'opera è
l'introduzione dei preludi orchestrali. Se fino ad allora l'alzarsi del
sipario era in genere preceduto dalla solita ouverture che "introduceva"
l'opera anticipandone in orchestra alcuni dei temi principali, ecco che
con La Traviata Verdi fa precedere al primo e al terzo atto un
Preludio che ha, invece, un'importanza ben maggiore, per così
dire "narrativo-descrittiva". Se, da una parte, la grande intensità
emozionale di questi due brani è di per sé un segno eloquente
della partecipazione di Verdi alla tragedia della sfortunata ex-cortigiana,
essi hanno la funzione di condurci già "dentro" l'opera:
non più un meccanico "rompere il ghiaccio" ma un raffinato
strumento drammaturgico grazie al quale ci ritroviamo immediatamente coinvolti
nell'atmosfera emotiva della vicenda. Non solo. Il preludio al terzo atto
non è altro che la prosecuzione, se vogliamo lo "sviluppo",
del tema iniziale del primo preludio, dove aveva presto lasciato il posto
al tema dell'"Amami Alfredo": era la condizione dolorosa di
Violetta seguita dall'andare indietro della sua memoria ai passati giorni
felici. Ed ecco che, col riapparire del tema in apertura del terzo atto,
siamo ricondotti all'inizio, e ci accorgiamo che tutto quello a cui abbiamo
assistito fino a quel momento non è stato altro che una sorta di
"antefatto" al finale della storia, che adesso si sta per consumare.
E' la musica, esclusivamente la musica a comunicarcelo, con questo tema
degli archi in ppp che, tornando, ci riporta all'"attualità",
alla realtà dolorosa dell'epilogo di cui stiamo per essere spettatori.
Antonio
Curcio |