BOLOGNA - MARZO 2005

 

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TEATRO MANZONI

25 marzo 2005

Arvo Pärt, Silouans Song

Benjamin Britten, Lachrymae per viola e archi, op 48 A

Franz Joseph Haydn, Le ultime Sette Parole di Cristo sulla Croce

Charles Juliet, Poesie

 

Direttore, Claire Gibault

Violista, Dietmund Poppen

Voce Recitante, Arnoldo Foà

 

 

Per comprendere appieno il senso del concerto di venerdì sera, primo concerto dell’Orchestra Mozart tra quelli in programma per la fine di questa stagione concertistica, sarebbe stato necessario leggere la bella e chiarificante prefazione nel Programma di Sala; in essa, infatti, veniva messo in luce il filo rosso che univa due pezzi di autori contemporanei, quali Pärt e Britten, e una famosissima composizione di Haydn, unitamente alla lettura di testi del poeta francese Charles Juliet in un insieme che poteva apparire  piuttosto “singolare”.

Nonostante, infatti, i titoli delle composizioni e qualche intervista concessa nei giorni precedenti il concerto potessero indicare l’intenzione degli artisti di proporre musiche adatte alla ricorrenza cristiana del Venerdì Santo (quindi  musiche a tema e caratterizzanti il dolore collettivo di una umanità fraternamente unita nella perdita del Cristo), in realtà, argomento del concerto era piuttosto la solitudine del singolo deprivato di una sua identità, di una sua essenza spirituale, di un suo valore nel mondo e la ricerca, l’anelito alla riconquista di quel qualcosa, da opporre ad un Nulla tangibilmente presente.

Nelle composizioni di Pärt e di Britten, come nei testi di Juliet sembra non esserci consolazione nel rapporto con un Dio non più sensibilmente presente,con un Dio ridotto a pura idea; per questo, la connessione tra le tre composizioni deve essere trovata in un elemento materiale quale il dolore e quali le lacrime come evidenze tangibili della solitudine e del distacco dal divino, ma pure della ricerca di questo: ricerca da intendersi in termini di un discorso del tutto “laico”, come tentativo di abbandono, di trapasso al fine di una resurrezione in un “altro”; in una epifania in cui il senso ultimo della vita e del nostro essere possano venire pienamente rivelati e interamente vissuti.

In questo stesso senso è da intendersi, probabilmente, il richiamo alla Parola e alla relazione tra parole e musica anch’essi temi di collegamento tra le composizioni: semplicemente espresso nella partitura, non fruibile dall’ascoltatore, come citazione al contenuto-forma della musica – la mia anima anela al Signore e lo cerco tra le lacrime -  il testo del monaco Staretz Silouans  (si legga in questo senso il Programma di Sala nelle parole di Raffaele Mellace); titolo del pezzo, nel caso di Britten; accompagnamento,  in un accostamento apparentemente bizzarro, alle singole parti della composizione di Haydn, le poesie di Juliet ; il tutto quasi a ricercare un’armonia perduta (ma mai troppo), una relazione paritaria, a dispetto del contrasto che la storia della cultura occidentale ha voluto nel rapporto tra Musica e Letteratura, tra Suono e Parola.

Non a caso, infatti, l’ attenta considerazione di un percorso storico e il tentativo di una riconciliazione: la composizione di Britten che richiama l’opera di un compositore inglese del primo Barocco, epoca in cui il tentativo di dare maggiore dignità alla musica e, al tempo stesso, la velleità di affrancare la musica dal potere intellettuale e simbolico della parola, si esprimevano in quella “Affektenlehre” che si proponeva non solo una razionalizzazione contenutistica della forma musicale (la perfetta corrispondenza tra forma e rimando ad un sentimento, ad un “affetto”, ad una qualsivoglia espressione di pathos), ma pure, implicitamente, una voluta autonomia della musica dalla parola poetica che, fino ad allora aveva dominato nel rapporto tra le due arti; e la composizione  di Haydn, padre della forma-sonata - dell’avvenuta emancipazione della musica dalla parola- che veniva accompagnata dalle poesie di Charles Juliet in un “intreccio” che lasciava la più grande autonomia tra le due forme di espressione: le parole di Juliet ci riportavano al tema delle composizioni della prima parte del concerto (la solitudine interiore dell’uomo moderno, la sua tragica lotta contro il nulla, contro la “noia” di leopardiana memoria, la sua morte necessaria per ritornare a vivere ed essere se stesso in un anelito alla comprensione e alla accettazione del proprio compito e della propria natura, l’aspirazione “laica” al divino che appare lontano e muto) e Le Ultime sette Parole di Cristo sulla Croce di Haydn, manifesto altissimo (cito direttamente dal Programma di Sala) di musica “senza parole” intorno al tema della morte di Cristo.

Un concerto bello, nuovo nel panorama musicale abituale, e particolarmente incisivo proprio nei due magnifici pezzi della prima parte. Bella la direzione di Claire Gibault, Maestro dal gesto elegante e dalla capacità indubbia di entrare nell’ascoltatore e di lasciare un segno; bella anche nella seconda parte del concerto, quella dedicata ad Haydn, anche se, contrariamente ad un trio di signori davanti a me che si sono scambiati  i loro sguardi annoiati e di disappunto al termine del primo tempo e hanno calorosamente approvato al termine del secondo (guarda caso!), non tale da evitarmi distrazioni, interesse per le facce degli spettatori attorno, curiosità per chi si è alzato ed è dovuto uscire; non per colpa del Maestro Gibault, però, né dell’Orchestra, né della bellissima voce e recitazione di Arnoldo Foà, quanto piuttosto per ragioni intrinseche alla  musica stessa di Haydn, sempre salottiera, lieve, scevra da ogni concessione al tragico, nonostante il drammatico – per Mozart, però – Re dell’apertura (cito ancora dal Programma di sala).

Si sa, d’altra parte, quanto gli Illuministi, i francesi in particolare, non apprezzassero la musica per loro troppo aristocratica e lontana da un impegno tangibile nelle vicende del mondo e quanto, di conseguenza, poco capirono della rivoluzione che proprio Haydn aveva iniziato con la “scoperta” della forma-sonata; però, senza voler trovare “compagni” autorevoli alla mia incapacità di apprezzare appieno Haydn, non posso fare a meno di pensare, con l’ossessione che mi è abituale, a Mozart, a quanto la musica abbia “detto” attraverso la sua opera, a quanta “tragicità” sia stata espressa, a quale grado di rilevanza sia giunta la forma-sonata e vedere in questo concerto non soltanto l’incipit di una serie di eventi che si concluderanno in giugno, ma pure il preludio, l’anticamera al Mozart immenso della “Zauberflöte” e del  Requiem.

Daniela Testa, 9 aprile 2005