MILANO 2007

 

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Alla prima della « Fille du Régiment » alla Scala

Florez e La Fille du Régiment. Florez e Donizetti. Florez e la sua giovane età. Florez e la sua maturazione vocale ed artistica. Questi sarebbero i titoli per alcuni articoli che riguardassero il tenore più acclamato dei nostri giorni. Quest'anno, giocando sul sicuro, il cantante peruviano ha presentato, fino alo momento in cui scrivo queste note, due delle tre Filles che ha inserito nei programmi operistici del 2007.

L'unica novità, quella che offre una nuova conquista, o semplicemente un' ulteriore maturazione all'anno, sarà presentata a Pesaro, esordendo nell'Otello di Rossini. Nel 2008 è atteso all'esordio nella parte del Duca di Mantova, personaggio chiave del Rigoletto, uno dei ruoli meno affascinanti, ma certamente più popolari di Giuseppe Verdi, quello della trilogia popolare.

Torno a discorrere sull'opera di Donizetti. Londra e Milano hanno dato esiti criticamente contraddittori. Premesso che quando si affronta in questa chiave una delle voci più importante del panorama mondiale della lirica, occorre essere molto analitici. Juan Diego appartiene alla categoria dei fuoriclasse. Il suo apparire fu sensazionale. Matilde di Shabran in Italia, a Pesaro, chiamato a sostituire un mostro sacro come Blake: quell'opera, ripresa qualche anno dopo con esito ancora più trionfale, acutissima, mise il mondo dei melomani di fronte ad un ragazzo giovane, inesperto, emozionato, ma signorile, elegante, dotato di bella voce, anche se non bellissima perchè non possiede certo il timbro e gli armonici di Domingo, ma migliore di quella di Kraus, di Merrit e dello stesso Blake.

In una sola serata, con re e re bemolle emessi con facilità sbalorditiva, travolgente, in una tonalità siderale, spazzò via 30 anni di Valletti, di tenori contraltini che eseguivano i sovracuti in falsetto, fece scomparire il ricordo degli Araiza, dei Gonzales, degli Alva. Cantò Rossini: quello del Barbiere; riaprì tagli che solo Blake aveva osato riaprire, stupendamente, ma con voce meno bella, nel Barbiere di Siviglia, e finalmente si ebbe un Idreno in Semiramide che oscurava le protagoniste femminili, Arsace compresa.  Certo non c'erano più né la Sutherland, né la Caballè, e neppure la Horne: con Florez apparvero mezzosoprani acuti come la Ganassi o soprani bravi, ma non straordinari. Cominciò la carriera che aveva comunque iniziato qualche anno prima ottenendo comunque ammirazione e stupore, specie per la facilità quasi insolente con cui raggiungeva i do, i re e i re bemolle sovracuti.

La parte di Tonio lo attendeva. Inevitabile, già dalla prima volta, a Las Palmas, e poco prima a Palermo, il confronto con Pavarotti e con Kraus. Eppure JDF non seguirà, ma sfiorerà la carriera dei due mostri sacri a cui pare assomigliare la sua vocalità.

Questa lunga premessa, meriterebbe anche un'altra considerazione. Sociologica. Londra, quella del 2007 non è simile alla Milano da bere di qualche quinquennio fa: si respira un clima sociale migliore; la gente si reca a teatro con piacere, non scivola via veloce, non pare bruciare l'evento, riconducendo l'esecuzione di un'opera come la Fille, all'esecuzione di due arie. Milano, almeno quella che assiepava il teatro alla Scala il 20 febbraio, era quasi totalmente tesa all'ascolto di "Pour mon ame"; attendeva i 9 do, bissati, che sono diventati 18, splendide lame d'acciaio puro, facili e svettanti, ha contestato la Direzione artistica del teatro,  ed ha decretato il trionfo al proprio beniamino, senza tener conto o quasi dell'interpretazione nella sua globalità, dello stesso Florez, della signora Rancatore che non ha sostituito degnamente la rinunciataria Dessay e che si è dimenticata di una direzione d'orchestra imbarazzante.

Non che a Londra, alla "prima", non s'avvertisse un certo nervosismo, ma quella Fille è cresciuta poco per volta, passo dopo passo, grazie alla vena artistica della fuoriclasse francese, che ha obbligato Florez ad impegnarsi senza distrarsi. Il suo canto era più sorvegliato, meno generico: quando i fuoriclasse sono due, entrambi danno il meglio di quanto possono in quel momento.

Non solo: la registrazione delle repliche ha dimostrato che tutto l'impianto si è giovato di una regia innovativa, certamente piacevole e coinvolgente di Laurent Pelly, della "verve" della Marie della Dessay e della direzione di Campanella, assolutamente superlativa se confrontata con quella generica, impaurita, titubante di Yves Abel. Dirigere a New York e a Barcellona non costituisce il  lasciapassare verso il riconoscimento di una grandezza artistica e direi culturale che è più utile per concertare il belcanto italiano, che il sinfonismo ispirato dagli dei del Wahalla.

Juan Diego Florez è un grande cantante: a Londra è stato strepitoso nella parte più pirotecnica,poi  i suoi armonici erano caldi ed a a tratti affascinanti, il suo porgere estremamente espressivo, specie nella seconda aria importante, quella del secondo atto, dove il melos doninzettiano era rispettato da tempi meno ristretti rispetto a quelli impostati da Kraus ma con un fraseggio dinamico e seducente.

In questo egli supera anche il ricordo di Pavarotti che alla Scala, nella versione italiana aveva avuto qualche tensione persino  9 do di "Amici miei" e che non è mai stato un campione nel gioco dei chiaroscuri che siglano un personaggio.

A Milano il miracolo è avvenuto solo in parte pur dimostrando, rispetto  a Londra che ormai le smorzature e le messe di voce, anche se sono migliorate, hanno bisogno di un continuo allenamento, ma che ormai può dominarle a suo piacimento.

Tra le due Filles c'è una differenza sostanziale e decisiva per la scelta della migliore: la volenterosa Rancatore, pur con tutta la sua tecnica, non è una fuoriclasse. La Dessay, pur non essendo più quella dei primi anni è un'artista, una cantante di livello superiore, uno scricciolo che fa emergere temperamento e classe, che  sa  regalare momenti di pura elegia, ad altri in cui sfodera gli artigli della leonessa di Francia.

Un'ultimissima considerazione. Riguarda la Scala. Potrei chiudere con un'affermazione: Lissner sta facendo rimpiangere Riccardo Muti. Ha una idiosincrasia per la tradizione italiana; si presenta come un duca della corona, ma agisce come un valletto di Versaillles. Cioè non sembra in grado di rilanciare il teatro milanese nell'orbita internazionale.   Bandisce la tradizione e fino ad ora ci ha propinato Gatti e Florez ed ha costretto Alagna a cantare Radames in un clima da corrida. Forse sarebbe stato meglio fosse rimasto  in riva al Mediterraneo, nei pressi di Aix en Province. Speriamo che Milano si svegli dal grigiore e dalla rassegnazione e lo mandi in ferie coatte, almeno ad Orange.

Buona l'orchestra milanese, meglio quella di Londra; ottimo il coro ambrosiano; datata la regia di Crivelli e inadeguati ormai i costumi di Zeffirelli e le  scene da fiera dei poveri.

Ora attendo Vienna.

Maurizio Dania, marzo 2007