America Latina 2005

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Orquesta de Jovenes Latinoamericanos

Caracas, 22/23 gennaio 2005
L’Avana, 26 gennaio 2005

Entre las ruinas pienso
Que nunca será polvo
Quien vio su vuelo
O escuch
ó su canto.

Giovanni Quessep, Alguien se salva por escuchiar al ruiseñor

Era inevitable: el olor de las almendras amargas le recordaba siempre el destino de los amores contrariados.

Gabriel García Márquez, El amor en los tiempos del cólera.

 

Nel non troppo lontano maggio 1999 Ferrara si rese protagonista di una iniziativa che ricevette anche una discreta attenzione da parte dei media; tale iniziativa era stata denominata “Strumenti per Cuba” e consisteva nel raccogliere strumenti musicali di ogni genere da inviare a Cuba, là dove i musicisti non avevano la possibilità di suonare su strumenti nuovi o comunque di procurarseli. Il Club Abbadiani Itineranti organizzò una cena in piedi nel foyer del Teatro Comunale – evento che i soci, probabilmente, ricordano ancora - allo scopo di contribuire con il ricavato della vendita degli inviti all’acquisto di qualche strumento, ed io stessa, come altri, unimmo al costo dell’invito anche una piccola somma in più – che non fece storia -  a testimonianza personale di un progetto che ritenemmo apprezzabile. Nell’agosto dello stesso anno Claudio Abbado diresse un concerto a Cuba alla presenza del Líder Máximo, Fidel Castro. È di questi giorni, infine, la notizia, fornita sempre dal sito del Club Abbadiani Itineranti, forse anche personalmente presenti agli eventi, della nascita e del varo di una nuova orchestra voluta dal Maestro Abbado, la Orquesta de Jovenes Latinoamericanos, formazione comprendente 250 giovani provenienti da quasi tutti i paesi dell’America Centrale  e dell’America del Sud (Messico incluso) e di cui 40 soltanto da Cuba, che indubitabilmente rappresentava l’obiettivo di Abbado fin dal primo viaggio effettuato appunto nell’estate del 1999. Insieme alla notizia, il sito del Club Abbadiani Itineranti ha pubblicato anche alcuni articoli, apparsi sulla stampa locale, in cui sembra non ci fossero parole a sufficienza per lodare il direttore e la generosità della sua impresa.

Ora, è certamente stupido meravigliarsi del fatto che la stampa si sia concentrata sulla esaltazione del Maestro Abbado e delle su qualità di direttore a scapito di un giudizio su quanto ascoltato o sulla qualità della nuova orchestra. Tutto sacrosanto e giusto, oltreché comprensibile. Come persona, però, che insieme a tanti altri, in anni migliori dal punto di vista intellettuale e non solo, “scoprì” l’America Latina attraverso tutto quello che si poteva trovare (dai libri dei grandi romanzieri e poeti – che non erano soltanto  Cien sonetos de amor di Neruda o Cien años de soledad di Gabriel García Márquez- ai dibattiti, all’interesse per la politica e la storia di quel mondo) resto un poco perplessa quando leggo affermazioni inneggianti ad una presunta “integración cultural por vía de la musica” (la cercò anche Simón Bolívar) o ad una “globalisación de la solidaridad” e mi chiedo: può la musica arrivare a tanto? e quale musica? la nostra, quella della tradizione europea? A questo punto della mia vita arrivo a pensare di no, che non sia possibile. Sapremo anche noi, infatti, accettare qualcosa della tradizione, della cultura latinoamericana e farla veramente nostra in una globalizzazione autentica di nome e di fatto, una globalizzazione anche al contrario, dal Sud al Nord del mondo?

Rallegriamoci, allora, e rimaniamo soddisfatti, con gioia pura, senza sovrastrutture ideologiche e “caritatevoli” (di cui l’America Latina non ha bisogno) per la nascita di questa nuova orchestra, per il pubblico che andrà ad ascoltarla, per i giovani che sono stati scelti e suoneranno e viaggeranno insieme e insieme realizzeranno il sogno della loro vita guidati da un direttore tra i più grandi al mondo e, effettivamente, tra gli unici  a tentare instancabile simili imprese.

E un pensiero, l’ultimo,  ma altrettanto sentito, agli esclusi, a quei ragazzi – e ce ne saranno tanti - che non hanno superato la selezione (anche, speriamolo, per un valido motivo); a quelli  che oggi gioiscono meno (evitiamo, anche in questo caso, banalità dettate da buonismo da quattro soldi o il cattivo gusto sempre in agguato); pensiamo al loro dolore ovvio; pensiamo al fatto, triste, che per loro, almeno per oggi, il sogno non esiste più, ma esiste la realtà di una vita “normale” in cui la musica è solo “consolazione”(ancora una volta, evitiamo il cattivo gusto o la malafede di chi sostiene che la musica possa consolare, soprattutto in tali frangenti). Un bacio, grande, soprattutto a loro.

Daniela Testa, 2 febbraio 2005