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Concerto
inaugurale - 13 agosto 2004
Richard Strauß, Vier letzte Lieder / Richard Wagner, Tristan
und Isolde – atto II
Direttore, Claudio Abbado
Muß
immer der Morgen wiederkommen?
Endet nie des Irdischen Gewalt?
Unselige Geschäftigkeit verzehrt
Den himmlischen Anflug der Nacht?
Wird nie der Liebe geheimes Opfer
Ewig brennen?
Novalis,
Hymnen an die Nacht
Il
tema conduttore del ciclo di concerti di questa stagione del
Festival di Lucerna è stato la “Libertà”, concetto
molto ampio e di difficile definizione che raccoglieva in sé
opere apparentemente estranee tra di loro e lasciava nel dubbio
(perché mai tali accostamenti?) il lettore del libretto/programma
o coloro, come me, che non hanno mai disdegnato, ma anzi sempre
auspicato i programmi a tema (con immutata e affettuosa nostalgia
dei luoghi e delle Stagioni musicali in cui tali programmi sono
stati effettivamente ed efficacemente realizzati).
Il medesimo dubbio, ovviamente, mi ha investita
di fronte all’accostamento di due pezzi concettualmente lontani
tra loro come i Vier lezte Lieder di Strauß e il secondo
atto del Tristan und Isolde di Wagner; infatti, nonostante l’interessante
introduzione di Erich Singer, Freiheit – Aspekte zum Thema von
Lucerne Festival Sommer 2004, in cui il concetto di “libertà”
è raccontato attraverso un excursus che procede dalla
definizione dell’idea di libertà secondo Nietsche, passando
per il Classicismo di Haydn e Mozart fino alle ultime definizioni
di “libertà in musica” con le parole di Wolfgang Rihm
(1981), i due pezzi messi in relazione mi sembravano legati
più che dal tema della libertà, dal tema della
morte, oppure dal rapporto libertà = morte, morte = libertà
che ben caratterizzano le due composizioni, in modo particolare
qualora si vogliano considerare anche i testi (di Joseph von
Eichendorff e di Hermann Hesse per i Lieder di Strauß).
Strauß, con la composizione dei Vier letzte
Lieder, pubblicati definitivamente nel 1948, sapeva che la sua
avventura terrena, come compositore e come uomo, volgeva al
termine e, probabilmente, l’esilio in Svizzera e la Germania
distrutta dopo il nazismo avevano determinato o giustificato
quella tensione verso il nulla, verso il termine di ogni velleità
terrena che pervade i quattro Lieder.
La “fine dell’estate”, la Sehensucht della calma
e del silenzio, il crepuscolo, il sonno come appiglio salvifico
dell’uomo stanco costituiscono le “parole” appropriate del musicista
esaurito, giunto a quel punto dell’esistenza per il quale l’uomo
non si volge più indietro perché non ha più
interesse a quello che è stato, perché tutto quello
che nella vita è stato ragione di esistere (l’ambizione,
il proprio io, il Bene ed il Male, il Fatto e il Non-fatto)
sembra scomparire senza più alcun rimpianto e la sola
spinta in avanti appare la necessità di un approdo nel
silenzio (lange noch bei den Rosen/bleibt er stehen, sehnt sich
nach Ruh). La nostalgia di un mondo perduto, quella stessa nostalgia
che aveva accompagnato da sempre il suo percorso di uomo e di
musicista, sembra trovare nella melodia dei Lieder un punto
d’arrivo oltre il quale non è più possibile procedere.
Da musicista “positivo”, da uomo dell’ Ottocento, Strauß
si allontana dal suo teatro di vita per inoltrarsi nella Notte,
simbolo positivo anch’esso della vita che razionalmente deve
avere una sua conclusione. La musica dei Lieder ci appare fortemente
evocativa e la voce solista non si erge al di sopra della massa
orchestrale ma si fonde con essa diventando strumento tra gli
altri strumenti.
La libertà = riposo = congedo è
desiderio di Notte, Notte che è stellata, è amica,
è colei che tacita tutte le ansie, il senso stesso di
se medesimi e l’anima addormentata che si eleva eterna nella
magia dell’ombra, nella solitudine, nell’amore; nell’ultimo
Lied, mano nella mano, gli amanti trovano la loro armonia entrando
nella terra silenziosa, nel distacco che accompagna il viaggio
verso il sonno: la gioia silenziosa della sera è simile
alla morte, per noi che siamo stanchi di camminare.
Ben differente è ciò che nasconde
la notte nel Tristano di Wagner e ben diversa è l’idea
della morte ad essa così strettamente connessa. La storia
raccontata nel Tristano è nota: è la storia di
un amore immenso riconosciuto come tale da i due amanti e, da
una diversa ma non opposta angolazione, la storia del tradimento
da parte di una donna legata ad un uomo da regole sociali e
la storia del tradimento da parte di un uomo che per amore viene
meno al codice cavalleresco che gli impone fedeltà al
suo signore. Protagonista vero l’Amore quale forza incontenibile
di fronte alla quale i vincoli sociali non possono opporre barriere
e, di contro, il Destino inteso in questo caso come la società,
le sue regole, la Norma che si erge in difesa del mondo socialmente
organizzato e che in nome di questo combatte, impedisce il compimento
della passione amorosa.
Tutta l’opera si concentra, si esplicita in
questo dualismo affatto evidente; nel secondo atto, cuore del
dramma, il dissidio tra Amore e Dovere risiede nell’operare
stesso dei due amanti, nel loro incontro e nel mondo rappresentato
dagli “altri”, quelli che, nelle figure di Brangane, Kurwenall,
Marke o Melot riconducono l’incontro di Tristano e di Isotta
dalla dimensione di pura Utopia a quella di relazione peccaminosa
e riaffermano il valore ben più possente delle leggi
e delle norme indiscutibili perché scontate e accettate
pur nella loro realtà di imposizioni false e limitanti
della più pura condizione umana. Tristano ed Isotta sono,
nella loro condizione di eroi in quanto esseri profondamente
naturali, un uomo ed una donna speciali, diversi e solo come
tali osano, si aprono alla passione conoscendo il prezzo da
dover pagare; sono grandi nella loro umanità che viene
affermata anche nelle ansie, nei dispetti, negli screzi che
precedono il loro cedere. La loro morte, come annientamento
della Natura di fronte alla Legge, è la conseguenza priva
di originalità di una vicenda destinata a non avere una
dimensione terrena universalmente e socialmente accettabile.
È nella loro coscienza dello scacco inevitabile che il
desiderio della Morte nello scenario della Notte diviene irrinunciabile.
Mentre la Notte si oppone al Giorno, come la Natura si oppone
alla Civiltà, nel Tristano la morte non si oppone più
alla vita ma diviene Vita in quanto soltanto nella morte l’amore
dei due amanti può finalmente esistere ed esistere nella
sua essenza più pura: cemento di due anime che si completano
nell’incontro reciproco, amore che schiude le porte ad una vita
veramente tale, amore come promessa di beatitudine fisica e
spirituale solo nella morte, nell’annullamento della vita socialmente
regolata, solo nella morte che può permettere che il
breve attimo di felicità terrena – di illusione - provato
da chi “accetta il rischio dell’amore” possa durare in eterno
trascendendo ogni limite morale.
La Notte, quella condizione per la quale all’uomo
sociale è concesso di “non vedere” e di “non esistere”,
si oppone quindi al Giorno che obbliga l’uomo a “vedere”: le
proprie meschinità, i propri doveri, i propri limiti,
gli Altri eternamente “sociali” ed eternamente presenti. La
Notte non è il riposo offerto all’uomo stanco del suo
cammino terreno, dell’uomo giunto al suo limite emotivo e biologico,
la Notte è “luogo” della vita, luogo di una nuova nascita.
L’arrivo del giorno, nel Tristan und Isolde, porta con sé
l’arrivo degli “Altri”; la morte di Tristano e quella di Isotta
è necessità tragica come la morte di Romeo e di
Giulietta, di Paolo e di Francesca, di Antonio e di Cleopatra:
il loro continuare a vivere in una riconciliazione con il Reale
non è possibile. Tristano ed Isotta, nel culmine fisico
ed estatico della loro passione, svestono la loro consistenza
terrena: il mondo attorno a loro si dissolve nella Notte, perde
i suoi confini. La musica dipinge attraverso l’uso del cromatismo
l’abbandono della dimensione fisica, concreta dell’universo
ordinatamente costituito. Wagner, in una nota lettera del 1854,
affermava di non aver mai avuto la gioia di vivere un amore
pienamente felice ed appagante e, per questo, esprimeva il desiderio
di inventare in musica il più bello dei sogni, nel quale
l’amore potesse essere goduto, potesse prendere il sopravvento
sull’Umano, dal principio alla fine del racconto; ma egli era
pure ben conscio del fatto che solo la dissoluzione, la Morte
= Vita avrebbe potuto esserne il veritiero scenario.
Nonostante questo concerto d’apertura non fosse
nella mente di artisti ed organizzatori il più importante
del ciclo (ma lo fosse la serata del 19 agosto, “ausverkauft”
da aprile), esso si è rivelato un’esperienza interessante
a cui concedere la propria presenza. Le ragioni di questo sono
da ricercarsi in un’orchestra al meglio delle sue possibilità
(bravissima Sabine Meyer) e nella direzione di un Abbado a sua
volta al meglio della sua ritrovata energia ed intenzione interpretativa;
toccante, in questo senso, la lettura dei Vier letzte Lieder
di Strauß e bella quella tragica del secondo atto del
Tristan und Isolde soprattutto per la capacità di tratteggiare
in modo potente e privo di concessioni emotive - legate alla
storia interpretativa dell’opera - la dualità tra Amore
e Società, Sogno e Realtà, Rinuncia alla vita
e Desiderio di morte pur nel fluire della melodia.
Libertà di interpretare e di privilegiare
un aspetto della partitura al fine di estrapolarne un significato
inteso come caratterizzante. Una interpretazione diversa, quella
di Abbado, comunque più dolorosa e spezzata, forse lontana
da quelle di riferimento: due signori, colti, che hanno seguito
il secondo atto con la partitura tra le mani, non hanno applaudito
al termine dell’esecuzione e si sono allontanati dalla sala
prima dell’uscita di scena dell’orchestra. Forse a loro questo
Tristano parziale (non si capisce perché non sia stato
proposto integralmente) non ha detto nulla o, addirittura, ha
provocato un sentimento di rifiuto; ricordo, a questo proposito,
la sera della prima esecuzione assoluta dell’opera da parte
di Abbado (parecchi anni dopo la ormai famosa edizione che fu
“regalata” a Kleiber): si era a Berlino, nella sala grande della
Philharmonie, l’opera veniva rappresentata in forma di concerto;
anche in quella occasione taluni presenti rimasero sconcertati
se non delusi da quella lettura (“non ci scivolo dentro, non
la sento mia”, ripeteva una signora tedesca) che pure aveva
regalato emozioni (al di là di ogni critica specialistica
in generale e al di là di una serata, per me, delle peggiori).
Libertà
di condividere o meno, in tempi in cui il mito dell’esecuzione
perfetta, assolutamente rispondente a quanto scritto dal compositore,
si avvia ad essere posto in definitiva discussione, a divenire
anch’esso utopia; libertà di applaudire o di andarsene
via; libertà. Freiheit.
Daniela
Testa, 6 settembre 2004
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