SETTEMBRE 2005

 

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DIE ZAUBERFLÖTE, ORCHESTRA MOZART,  CLAUDIO ABBADO

 

Wolfgang Amadeus Mozart, Die Zauberflöte, Modena 18 settembre 2005

 

Wolfgang Amadeus Mozart, Concerto n.1 per violino e orchestra KV.207

Wolfgang Amadeus Mozart, Concerto per flauto e orchestra KV. 314

Wolfgang Amadeus Mozart, Concerto n.4 per violino e orchestra KV. 218

Franz Schubert, Sinfonia n.2 D. 125

Claudio Abbado, direttore

Giuliano Carmignola, violinista

Jacques Zoon, flautista

 

Modena, 18 settembre 2005

Bologna, 30 settembre 2005

 

Poiché ritengo che non tornare indietro sulle proprie opinioni sia sintomatico di stupidità e di arroganza, sono tornata a rivedere la Zauberflöte nella recente edizione Abbado padre e figlio: non mi aveva convinto a Ferrara nello scorso aprile e non mi ha convinto adesso a Modena.

In pillole:

alcuni degli interpreti sono stati sostituiti rispetto alla prima versione; il miglioramento si avverte, ma si avverte pure che nessuno di loro rimarrà nella storia dell’interpretazione di quest’opera;

mi è piaciuto sinceramente il Papageno di Hanno Müller-Brachmann; intanto perché costui è di madre lingua tedesca e la cosa risulta essere “acusticamente” migliore (rispetto alla edizione che vedeva nella parte Nicola Ulivieri); poi perché Hanno Müller-Brachmann si muove bene, il personaggio gli calza a pennello, viene meno con lui quella sensazione che avevo provato per la quale Papageno più che un uomo di natura fosse un derelitto, cosa questa, almeno secondo la mia opinione, alquanto sgradevole;

la Regina della Notte di Erika Miklósa era tecnicamente accurata (ha cantato tutte le note senza necessità di interventi riparatori esterni), ma la difficoltà nell’affrontare la parte si percepiva ugualmente: non c’era quella serenità di esecuzione che ti lascia credere che il canto sia prodotto senza fatica, quella serenità che stupisce e affascina (applausi a scena aperta e comunque meritati);

l’idea di fondo, l’interpretazione della regia, non era variata, come ovvio, anche a motivo del fatto che essa si basa su studi recenti che il regista, Abbado figlio, sposa con convinzione; restavano quindi i medesimi colori, l’intromissione di scoperti richiami a Shakespeare, la staticità di taluni personaggi, la voluta dinamicità  di altri; la insistita opposizione tra Bene e Male, tra un Prima assolutamente negativo e un Dopo troppo positivo; al buio di circa tre quarti dell’opera si opponeva il chiarore delle ultime scene con il finale “sui generis” con tutti i personaggi in scena in una gioia che gli Abbado affermano, ma che, mi ripeto, non mi risulta essere compresa nell’opera;

rispetto le idee altrui, ma in questo caso non mi è facile condividerle; preferendo altre tesi in termini di interpretazione di Mozart in generale e di quest’opera in particolare, trovo riduttiva, parziale la lettura qui proposta, lettura che considera l’aspetto politico, massone, rivoluzionario del musicista come unico praticabile per comprenderne il mondo e la sua intera produzione. Mozart sfugge ad una interpretazione di tipo classico; per lui nessuna interpretazione è la risolutiva, nessuna lettura è quella definitiva; l’unica cosa certa è che il musicista visse in un secolo, storicamente definito Illuminismo, secolo anch’esso altrettanto complesso, sfuggente, comprensivo di idee e del loro esatto opposto; un secolo in cui la Libertà, in ogni sua forma, fu perseguita e cercata.  È vero che Mozart fu un uomo profondamente serio, nel senso che visse con serietà, in un momento storico in cui la serietà era necessaria a livello personale, interpersonale e politico per cambiare, per capire, per rimanere anche delusi; la Zauberflöte è l’opera conclusiva di un percorso spirituale più che di un percorso politico in senso stretto; è un ultimo saluto, attraverso la tenerezza di una favola, ad un ideale di felicità non praticato, ad una gioia vagheggiata – anche, ma non esclusivamente in termini sociali - e ritenuta, con dolore, non raggiungibile. Non nell’ideale utopico di una società migliore, ma nel riconoscere che il Dolore (come speranza e disillusione) esiste, che è parte integrante della persona, e nel comprendere che con esso non si viene a patti se non con la perdita del proprio io più autentico, il senso ultimo dell’opera. L’aver compreso l’umana sconfitta: questo rende Mozart un grande.

*****

Mozart anche nella serata del 30 settembre a Bologna; e, come annunciato dai giornali, la registrazione dell’integrale dei Concerti per violino; e anche, pure annunciato – anzi quasi promesso a mo’ di rassicurazione dal Maestro Abbado l’anno scorso all’atto della presentazione dell’ Orchestra Mozart – non solo Mozart ma “anche altro”; nel caso specifico, la Sinfonia n.2 di Franz Schubert.

Ancora in pillole:

affrontare i Concerti per violino significava affrontare dei pezzi scritti da Mozart in giovane età, secondo lo stile galante di influsso francese, in cui venivano poste in risalto le potenzialità del violino e in cui il compositore perseguì quell’ideale estetico di perfezione formale non trascurando il chiaro intento di recare piacere all’ascoltatore; significava proporre delle vette, insuperate nel loro genere, di musica “da società” senza caricarle di altro significato se non quello, lo si ripete, dello loro essere dei capolavori di perfezione formale; accostare a queste composizioni il Concerto per flauto e la Sinfonia n.2 di Schubert significava impostare la serata su un programma di puro godimento estetico; bravissimo, allora, Giuliano Carmignola, nel leggere i concerti puntando sull’aspetto virtuosistico che è loro proprio;

dimostrazione del fatto che la serata non volesse immalinconire l’ascoltatore o affliggerlo in alcun modo, la serenità degli esecutori tutti e, di conseguenza, del pubblico che si è lasciato andare a liberatori e appassionati applausi senza distinguere troppo tra quelli effettivamente da tributare e quelli da elargire con moderazione. Mi riferisco all’esecuzione del Concerto per flauto, faticosa e, in qualche modo approssimativa;

sorrideva e pareva divertirsi tanto anche Abbado nel raccontarci quel Mozart giovane e geniale; può darsi che non sia così, è però mia impressione da tempo che Mozart non rientri nelle passioni del direttore, non sia uno dei compositori a lui più cari e che l’averlo pur diretto in varie produzioni sai stato più frutto del caso, di incontri inattesi con artisti interessati ad averlo come “compagno di viaggio“ (vedi Rudolf Serkin dei Concerti per pianoforte o Peter Brook del Don Giovanni di Aix-en-Provence) oppure di “doveri” storico-commerciali, come questi dell’ormai prossimo 250esimo  della nascita, che hanno dato vita, guarda caso, all’Orchestra Mozart o alla messa in scena del Flauto Magico; prova di questo la ben altrimenti “sentita” e “vigorosamente diretta”  Sinfonia n.2 di Schubert;

quella che a me sembra la poca passione per Mozart non pregiudica – ovviamente - il giudizio sulle capacità artistiche di Abbado; ne sottolinea, semmai una tendenza, un lato umano. Non tutto piace allo stesso modo, non tutto rappresenta la vetta da raggiungere. Per Abbado le vette da raggiungere sono state altre per le quali è valsa la pena rimandare, aspettare, evitare motivazioni esterne quali centenari o bicentenari, cercare situazioni ottimali, far scrivere libri, gioire sul serio. Penso, a questo proposito (non posso fare esempi dagli anni trascorsi alla Scala) al Tristan und Isolde, alla prima assoluta a Berlino, ai “sorrisi” veri di Abbado, alla sua felicità di quella sera, alla spossatezza che segue una grande tensione, a quel pubblico che lo richiamava in sala e a cui Abbado andava incontro con spirito certamente diverso (fortunato chi ebbe modo di vivere l’evento insieme a lui, anche in fase di preparazione, voglio dire). Il Tristan und Isolde non è più stato diretto da Abbado se non in Giappone nel 2000, se non erro, e “a rate” a Lucerna; probabilmente non è un caso. È per pura passione, che Mozart sia stato la nave con la quale Abbado ha traghettato verso la gloria persone o eventi?  il Don Giovanni di Aix-en-Provence ha portato Harding all’onor del mondo e la regia di Brook ha rappresentato un modo nuovo di mettere in scena un’opera lirica; la Zauberflöte ha, mi si dice, dato il via alla collaborazione con il figlio Daniele; all’insegna di Mozart è nata l’Orchestra Mozart e, nel nome di Mozart si sa che a Bologna esiste un teatro Manzoni, in una piazzetta oscura che si raggiunge da una traversa di via dell’Indipendenza, in cui questa nuova orchestra lavora. Solo per passione?

Daniela Testa, 7 ottobre 2005