|
Hai
qualcosa da aggiungere in merito?
SCRIVICI
Abbado
e Argerich
Ferrara, 30 marzo 2007
Avanza
con i suoi lunghi capelli quasi grigi, ondulati, quasi bianchi;
non impacciata e nervosissima, come sempre: maschera, ma non del
tutto, con un sorriso cordiale, la fatica di una passione che
affonda, fin dall'infanzia nel paradiso dei geni: siamo a Ferrara,
il 30 marzo. Siamo nella piccola bomboniera regno di Claudio Abbado
e lei è la più grande, imprevedibile, folle, straordinaria pianista
di tutti i tempi, Marta Argerich. Bellissima.
Siamo
anche nel pieno '900. Al Palazzo dei diamanti, ci sono i simbolismi
delle pitture di Moreau, Gauguin, Klimt, ma anche Pelizza da Volpedo,
ed i tedeschi. 1886, pubblicazione di Jean Moréas a Parigi del
Manifesto del simbolismo; 2007, a Ferrara ecco l'estetismo della
fine del secolo e l'inizio di quello appena terminato. Pittorico
e musicale. E la pianista che esegue di Sergei Prokof’ev il Concerto
in do maggiore per pianoforte e orchestra n. 3 op. 26, ne è l'anello
di congiunzione.
Poco
prima Kolja Blacher, al violino aveva inchiodato e sorpreso il
pubblico con Kurt Weill e il Concerto per violino e fiati op.
12. Un violino che è stato un'orchestra. Il tutto sostenuto amorevolmente
da Claudio Abbado e la sua Mahler Chamber Orchestra.
Se
con Blacher e Weill, la mano del Maestro si è sentita, con la
Argerich, egli non ha dovuto far altro che seguirla, accarezzando
lo strumento orchestra, pronto a seguire o ad inseguire, un discorso
musicale che non può che essere affidato alla superiore intelligenza
del Genio. Che fatica, sembra dire con i suoi sbuffi ed i suoi
sguardi la Argerich. E poi le guardi le mani. Velocissime, distanti
dal corpo, che sa trarre note dolcissime ed imperiose; magrissime,
ossute.
Una
sincronia perfetta tra la mente e la tecnica, anche se pare sovente,
da sempre, che la mente sia oltre. Inarrivabile, inspiegabile,
anche se evidente, palpabile.
Quindi,
Ludwig van Beethoven, la Sinfonia n. 6 in fa maggiore op. 68 "Pastorale".
A memoria. Nel senso che il suono è italiano, sublimato dall'esperienza
grandiosa di Abbado che con tutti i componenti della Mahler Orchestra
è il padre, il fratello più grande, l'uomo che ha diretto i
Berliner:
diafano quasi, eppure energico. Colpisce per l'amorevolezza con
la quale accompagna gli attacchi più semplici; pare un colibrì,
sul punto di spiccare il volo, ma è invece attaccato all'albero
della musica, con gesti semplici, eppure netti, precisi. Un trionfo
personale che non è stato solo per l'affetto da cui è circondato
e dal rispetto che si nutre nei confronti dei Grandi.
Pubblico
in delirio. Anche quando Marta se ne va, dopo un brevissimo bis:
l'opera
d'arte musicale è anche ideista, simbolista, sintetica, soggettiva
e decorativa. Anche questo è un simbolo del '900.
Maurizio Dania, 12 aprile 2007 |