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Wolfgang
Amadeus Mozart
Le nozze
di Figaro
Prime
impressioni da Monaco
Neve
a tutto spiano su Monaco: bianco per terra, in aria, lungo i
cornicioni dei palazzi, sulle parti esposte delle statue e anche
sul piazzale del National
Theater.
La piazza già è grande di per sé, poi con gli edifici bassi
che ha intorno appare una spianata vastissima tipo steppa con
in fondo il miraggio del teatro: scalinata di accesso, colonna
e frontone triangolare da tempio greco e i finestroni del primo
piano che sfoggiano il ridotto tutto un trionfo di luce, di
bianco, di celeste e di dorature.
La
platea è completamente senza corridoi di passaggio, né al centro
né ai lati. Al posto si arriva benissimo perché ogni biglietto
specifica il numero della porte che permette l’accesso a tre
file di poltrone per la metà del lato dove si apre. Anche se è
una cosa mai vista bisogna dire che funziona benissimo per gli
spostamenti normali e anche per quelli di emergenza. Purtroppo
durante il primo atto della Norma una persona si è sentita
male nel corso del dialogo tra Adalgisa e Pollione così
spettacolo interrotto, luci in sala e la persona è stata evacuata
in modo rapido e agevole.
Il
Figaro è piaciuto molto al pubblico ma la mia è una
relazione di minoranza perché in parte mi ha delusa.
Intendiamoci, gli spettacoli brutti sono un’altra cosa, è solo
che per un’opera così conosciuta e rappresentata ci si portano
dentro dei ricordi e delle possibilità di paragoni che possono
rivelarsi spietati.
L’orchestra
ha avuto le prime défaillance già nell’ouverture, Figaro e il
conte semplicemente non erano all’altezza e questo era tanto più
evidente perché Susanna, Cherubino e la contessa hanno cantato
benissimo, non si poteva domandare di più. Hanno cantato bene
anche don Bartolo e don Basilio e se li sono meritati i loro
applausi a scena aperta, concessi dal pubblico praticamente a
tutte le arie famose. A volte si ha come l’impressione che il
pubblico applauda la musica più che l’esecuzione e nel Figaro
le occasioni abbondano e non si lasciano sciupare così facilmente
dal cast.
Quello che
mi è rimasto qui è stata la regia. Era cominciata bene, con una
specie di sipario leggero e fluttuante che rappresentava un
interno settecentesco e che si apriva su una scena composta solo
da una enorme camera bianca costruita in prospettiva con tre
porte. Nel primo atto i battenti delle porte sono sfilati dai
cardini e appoggiati alla parete, nel secondo sono al loro posto
–e vorrei vedere con tutto quell’aprire e chiudere serrature-
e nel terzo atto nel giardino ci sono solo le aperture. Per ogni
atto ci sono solo piccole integrazioni dell’arredo, nel primo un
letto, una poltrona e un comodino, nel secondo un divano e una
poltrona e nel terzo delle lenzuola per terra che i personaggi si
mettono intesta quando devono nascondersi. I costumi sono
settecenteschi interpretati liberamente e in scena è sempre tutto
un gran muoversi, magari solo andando di gran carriera da un lato
all’altro del palcoscenico, come fa il conta nel secondo atto.
Purtroppo da tutta questa agitazione per me non è emerso un ritmo
e, per quanto ho potuto cogliere, neanche sempre un significato.
Cherubino
comincia l’aria “Non so più…” in piedi sul comodino,
scende sul letto dove fa qualche salto sulla rete –che copione!
Ne aveva già fatti prima di lui Figaro che però è più atletico
perché sale anche in piedi sui cuscini ammucchiati per terra-
gira intorno alla mobilia e termina l’aria di nuovo in piedi
sul comodino. Gli va peggio nel secondo atto: quando deve saltare
dal balcone il regista fa sedere la cantante sul bordo del palcoscenico
con le gambe penzoloni nella buca dell’orchestra e di lì si
butta giù, ci si augura, su qualcosa che attutisca la caduta.
Il battibecco tra Susanna e Marcellina per la precedenza alla
porta si svolge con Susanna ferma in piedi e Marcellina seduta
il poltrona con una gamba posata su un bracciolo che agita avanti
e indietro in continuazione. Tutto questo in un costume settecentesco
che fa semplicemente a pugni con un contegno del genere, tenuto
peraltro nel proscenio che è il punto della scena più lontano
da tutte le porte. L’impegno per dire qualcosa di nuovo è innegabile,
sono solo i risultati che sono discontinui. Nell’aria del terzo
atto “Aprite un po’ quegli occhi…”
Figaro canta l’inciso ricorrente “Il resto nol dico!”
di seguito nel testo, cosa che non mi scandalizza affatto, però
flette le ginocchia per cantarla, era il caso?
Adriana
Guglielmini, 22 febbraio 2006
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