MONACO 2006

 

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Wolfgang Amadeus Mozart

Le nozze di Figaro

Prime impressioni da Monaco

Neve a tutto spiano su Monaco: bianco per terra, in aria, lungo i cornicioni dei palazzi, sulle parti esposte delle statue e anche sul piazzale del National Theater. La piazza già è grande di per sé, poi con gli edifici bassi che ha intorno appare una spianata vastissima tipo steppa con in fondo il miraggio del teatro: scalinata di accesso, colonna e frontone triangolare da tempio greco e i finestroni del primo piano che sfoggiano il ridotto tutto un trionfo di luce, di bianco, di celeste e di dorature.

La platea è completamente senza corridoi di passaggio, né al centro né ai lati. Al posto si arriva benissimo perché ogni biglietto specifica il numero della porte che permette l’accesso a tre file di poltrone per la metà del lato dove si apre. Anche se è una cosa mai vista bisogna dire che funziona benissimo per gli spostamenti normali e anche per quelli di emergenza. Purtroppo durante il primo atto della Norma una persona si è sentita male nel corso del dialogo tra Adalgisa e Pollione così spettacolo interrotto, luci in sala e la persona è stata evacuata in modo rapido e agevole.

Il Figaro è piaciuto molto al pubblico ma la mia è una relazione di minoranza perché in parte mi ha delusa. Intendiamoci, gli spettacoli brutti sono un’altra cosa, è solo che per un’opera così conosciuta e rappresentata ci si portano dentro dei ricordi e delle possibilità di paragoni che possono rivelarsi spietati.

L’orchestra ha avuto le prime défaillance già nell’ouverture, Figaro e il conte semplicemente non erano all’altezza e questo era tanto più evidente perché Susanna, Cherubino e la contessa hanno cantato benissimo, non si poteva domandare di più. Hanno cantato bene anche don Bartolo e don Basilio e se li sono meritati i loro applausi a scena aperta, concessi dal pubblico praticamente a tutte le arie famose. A volte si ha come l’impressione che il pubblico applauda la musica più che l’esecuzione e nel Figaro le occasioni abbondano e non si lasciano sciupare così facilmente dal cast.

Quello che mi è rimasto qui è stata la regia. Era cominciata bene, con una specie di sipario leggero e fluttuante che rappresentava un interno settecentesco e che si apriva su una scena composta solo da una enorme camera bianca costruita in prospettiva con tre porte. Nel primo atto i battenti delle porte sono sfilati dai cardini e appoggiati alla parete, nel secondo sono al loro posto –e vorrei vedere con tutto quell’aprire e chiudere serrature- e nel terzo atto nel giardino ci sono solo le aperture. Per ogni atto ci sono solo piccole integrazioni dell’arredo, nel primo un letto, una poltrona e un comodino, nel secondo un divano e una poltrona e nel terzo delle lenzuola per terra che i personaggi si mettono intesta quando devono nascondersi. I costumi sono settecenteschi interpretati liberamente e in scena è sempre tutto un gran muoversi, magari solo andando di gran carriera da un lato all’altro del palcoscenico, come fa il conta nel secondo atto. Purtroppo da tutta questa agitazione per me non è emerso un ritmo e, per quanto ho potuto cogliere, neanche sempre un significato.

Cherubino comincia l’aria “Non so più…” in piedi sul comodino, scende sul letto dove fa qualche salto sulla rete –che copione! Ne aveva già fatti prima di lui Figaro che però è più atletico perché sale anche in piedi sui cuscini ammucchiati per terra- gira intorno alla mobilia e termina l’aria di nuovo in piedi sul comodino. Gli va peggio nel secondo atto: quando deve saltare dal balcone il regista fa sedere la cantante sul bordo del palcoscenico con le gambe penzoloni nella buca dell’orchestra e di lì si butta giù, ci si augura, su qualcosa che attutisca la caduta. Il battibecco tra Susanna e Marcellina per la precedenza alla porta si svolge con Susanna ferma in piedi e Marcellina seduta il poltrona con una gamba posata su un bracciolo che agita avanti e indietro in continuazione. Tutto questo in un costume settecentesco che fa semplicemente a pugni con un contegno del genere, tenuto peraltro nel proscenio che è il punto della scena più lontano da tutte le porte. L’impegno per dire qualcosa di nuovo è innegabile, sono solo i risultati che sono discontinui. Nell’aria del terzo atto “Aprite un po’ quegli occhi…”  Figaro canta l’inciso ricorrente “Il resto nol dico!” di seguito nel testo, cosa che non mi scandalizza affatto, però flette le ginocchia per cantarla, era il caso? 

Adriana Guglielmini, 22 febbraio 2006