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BERLINO
– MAGGIO 2005
BERLINO
– PHILHARMONIE
27 maggio 2005
Alban Berg,
Sieben frühe Lieder
Gustav Mahler, Symphonie
Nr. 4
Berliner
Philharmoniker
Claudio
Abbado, direttore
Renée
Fleming, soprano
Il
problema della scrittura è quello di essere un’arte infida; un’arte
che, servendosi delle parole – qualcosa di apparentemente posseduto
– ti induce a credere di poterla dominare ed usare a tuo piacimento
e con semplicità; in realtà, perché quelle parole riescano a comunicare,
a dire, nel modo più nobile, quello che passa per la testa o per
il cuore, lo sforzo è enorme; se poi, quello che passa per la
mente o per il cuore è un’emozione o una sensazione, qualcosa
di etereo e sfuggente, ma che pure preme dentro, allora la difficoltà
diventa indescrivibile.
Eccomi
qui, dunque, ad esprimere una delusione personale in un luogo
– un sito internet – che si occupa di musica e di doverlo fare
raccontando un concerto prezioso come quello che ha visto il Maestro
Abbado sul podio dei Berliner Philharmoniker per la seconda volta
dopo l’abbandono nel 2002.
In
una Berlino luminosissima e molto calda, un concerto dimesso nei
toni, se così si può dire; un concerto con pochi tra gli habitué
delle apparizioni del Maestro; un concerto che non faceva da cornice
a nessun evento; un concerto che non prevedeva una registrazione
(almeno per quello che ne so io); un concerto “frettoloso” – nessun
bis, alle 10 tutti a casa – eppure un concerto prezioso perché
intensissimo e patetico in qualche modo. Mi riferisco in particolare
alla esecuzione della Sinfonia No. 4 di Gustav Mahler, sinfonia
che sembra volere ricalcare lo spirito del ‘700 e di Mozart ;
una esecuzione accorata e soffusa, di un penetrante lirismo, in
cui il direttore e la sua splendida orchestra mettevano in luce
l’ironia, lo scherzo, la gioia nel dolore sempre tanto presenti
nelle sinfonie di Mahler; un lungo silenzio, quasi trattenendo
il respiro, dell’orchestra e del pubblico; silenzio che allontanava
la visione non drammatica, ma penosamente irreale di un mondo
sublime e di una felicità solo immaginabile.
Una
splendida orchestra: non ci possono essere altre parole per descrivere
i Berliner Philharmoniker; ad ogni nuovo ascolto si conferma la
sensazione. Io non aggiungo altro, non trovando le parole adatte
e non volendo perdermi nei meandri delle disquisizioni tecniche;
spererei solo che i sostenitori ad oltranza del ritorno di Abbado
in Italia riflettano, almeno un minuto, su quanto si sia perso
nella fine della collaborazione stretta tra l’orchestra e il Maestro.
Lo ripeto, gli assidui sostenitori del definitivo ritorno in Italia
del Maestro, loro.
Un
applauso commosso, dirompente; un applauso che toccava corde nascoste;
un applauso che non andava a premiare una buonissima esecuzione
né l’opera di Mahler in se stessa; un applauso che raccontava
il dispiacere per un perdita nella piena coscienza per tutti della
impossibilità di riscrivere la Storia o, soprattutto, di riscriverne
una simile, nonostante Abbado sia tornato a dirigere qualche concerto
e abbia in programma di tornare ancora.
Gli
addetti ai lavori, gli onnipresenti, domani, sui loro siti, nei
loro interventi, scriveranno altro. Io oggi tento di scrivere
la malinconia per qualcosa che non c’è più, per un PASSATO che,
credo, lo stesso Abbado e i Berliner – professori d’orchestra
e pubblico – ritengano tale.
Mancavo
dalla Philharmonie da sei anni circa; l’ultima volta ero stata
presente per il Tristan und Isolde in forma di concerto;
eravamo potuti entrare nel camerino gigantesco del Maestro a perderci
dietro le quinte, a vedere l’andare e il venire dal palco di Abbado
in una serata particolarmente calorosa e speciale. Sarei voluta
tornare a vedere quegli spazi, lo studio con un divano con la
tappezzeria sul rosso, se ben ricordo, e un televisore tra due
enormi altoparlanti. Invece, come penso sia successo molto di
rado a Berlino, un signore gentile ma energico ci ha impedito
di entrare nonostante il nervosismo palese di due signore respinte,
ma altrettanto decise
ad entrare (ripeto, la tristissima trovata della lista degli ammessi
a salutare, non mi sembra sia mai stata in uso a Berlino, almeno
da quanto evinco da cronache degli “amici” di Abbado).
La
Storia che non si riscrive, anche in questo caso; malumore, purtroppo,
in una limpida serata berlinese.
Daniela
Testa, 28 maggio 2005
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