Bologna - Ferrara - Carlo Maria Giulini

 

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ORCHESTRA MOZART

LUIGI NONO, Suite da Prometeo

WOLFGANG AMADEUS MOZART, Requiem in Re minore KV 626

FRANZ SCHUBERT, Ouvertüre da Die Zauberharfe D. 644

WOLFGANG AMADEUS MOZART, Concerto n.3 per corno e orchestra

 in Mi bemolle maggiore KV 447

Serenata in Re maggiore KV.320 Posthorn

 

CLAUDIO ABBADO, direttore

ALESSIO ALLEGRINI, cornista

 

 

Questa  serata bolognese, ultimo appuntamento del ciclo di concerti al Teatro Manzoni, mi vede costretta a parlare, per alcuni aspetti, come se non fossi stata presente; in effetti, per ragioni che esporrò via via, mi dovrò limitare a raccontare quello che si è “vissuto” molto più di quello che si è ascoltato e a discordarmi, per qualche aspetto dalle differenti opinioni apparse successivamente.

In programma l’accostamento tra il Prometeo di Luigi Nono e il Requiem di Mozart,

accostamento che aveva come centro di relazione il frammento, la destrutturazione dell’opera, vuoi per ragioni studiate e motivate quali quelle di Nono, vuoi per ragioni anche biografiche e strutturalmente intrinseche, come nell’opera ultima di Mozart; inoltre, in modo più rischioso da affermare – ma ci proviamo – la comune intenzione di porre al centro dell’interesse compositivo ed esecutivo l’ascoltatore estraendolo da quella cristallizzazione della sua funzione in ambito musicale stabilitasi attraverso gli usi e il malcostume dei fruitori della musica, oggi come ai tempi di Mozart.

Il progetto di Nono per il Prometeo consisteva nel recupero dell’ascolto o meglio della facoltà/volontà di ascoltare depurando la mente da tutte le sovrastrutture di tipo culturale o sociale (interpretazioni sclerotizzate, schemi, concezioni a priori, teatri, logica dell’industria culturale) che da sempre hanno svilito e sviliscono l’espressione musicale. Ovviamente, in questa prospettiva, il discorso non era scevro da una valenza politica ben evidente: liberare l’ascolto era per Nono liberare la musica dalle “croste” della logica “borghese” (leggi: utilitaristica, salottiera, ricca, benpensante, “morale” in ultima analisi) sulla fruizione musicale. Da qui il rapporto a tre con Massimo Cacciari e Renzo Piano alla ricerca di una destrutturazione/rinascita dello spazio di esecuzione, del testo destrutturato anch’esso e depauperato della sua sostanza di “λόγος” ma recuperato nella sua anima di “φωνή”; l’abbandono della fabula presumibile e la riscoperta di un intreccio/non-intreccio fatto di “isole”, di singoli momenti musicali nella effettiva separazione nello spazio di diversi ensemble strumentali e vocali.

Il Requiem  di Mozart è stato, forse, legato alla composizione di Nono in virtù della sua realtà di frammento e il basarsi sulla edizione di Franz Beyer realizzata nell’arco degli anni Settanta e su quella di Robert Levin, più recente ancora, può essere considerato come una ulteriore connessione, un filo d’unione con il Prometeo di Nono nella riscoperta, anche questa tutta da dimostrare ma non improbabile, del fatto musicale in quanto tale, dell’abbandono dell’aspetto semantico del testo (musicale e non). Una concezione modernissima di un’opera concepita per scene, per frammenti appunto, in cui si rifiuta un rimando a qualsiasi significazione spirituale legata alla liturgia (come alla massoneria o qualsivoglia idea illuminista in materia) per affrontare il problema della morte come inesorabile ostacolo alla Vita; per fronteggiare la morte – ultima barriera, ed inevitabile, al desiderio illuminista di felicità non solo individuale ma sociale nell’accezione più ampia del termine – e riaffermare il desiderio di gioia pur nella coscienza ormai chiara (già maturata ed espressa nella Zauberflöte) dei limiti necessari ed inalienabili posti dalla natura e dalla società, in un ultimo atto d’amore verso un’umanità sempre presente nell’opera di Mozart a dispetto del fatto – vero o meno – che Mozart potesse aver composto l’opera per se stesso.

Le critiche apparse su taluni giornali hanno messo in rilievo la profondità dell’interpretazione di Abbado, insistendo sull’aspetto emozionale suscitato in special modo dal Requiem (credo nelle serate dell’8 giugno e soprattutto in quella dell’ esecuzione nella Basilica di S. Martino a Bologna, esecuzione speciale per gli assistiti dalla Caritas e per i detenuti del carcere della Dozza). Non metto in discussione tali giudizi non essendo stata presente alle due recite sunnominate, ma avessi partecipato, avrei, credo, avuto la sensazione abituale che ciò che da sempre interessa Abbado, non sia proprio la tensione verso una rivelazione dei contenuti probabili del testo musicale quanto il testo musicale in se stesso, nella sua struttura, alla ricerca, questo sì, di quell’oggettività rispettosa della composizione che caratterizza il suo interpretare. E ritengo che non mi sarei sbagliata poi di troppo. Ad ogni buon conto, e per diretta esperienza questa volta, forse il carattere particolare della serata del 9 di giugno, quel carattere di serata in qualche modo collegata ad un evento post concerto, mi ha fatto apprezzare particolarmente il Prometeo di Nono, luogo nel quale urgenze di tipo sentimentale erano del tutto assenti e meno il Requiem eseguito nella seconda parte della serata. Bello anche il Requiem ovviamente (non vorrei far capire altro, ben inteso), ma eseguito con una non troppo nascosta “fretta”… Era una serata particolare, credo – lo ripeto con buona dose di certezza – una serata speciale a cui sarebbe seguito qualcosa di ufficiale, nel senso di qualcosa per pochi (forse gli sponsor?) che non permetteva troppi ritardi o indugi. Peccato. D’altra parte il Meglio dava qualche parte deve pure risiedere: evidentemente, in questo caso, non nella serata del 9 giugno. A dimostrazione che quanto infastidiva Nono fa ancora parte della musica. Chissà, forse anche di più. Se mi fossi sbagliata, chiedo scusa…

 

 

In una atmosfera “dimessa” – anche se non era certamente quella l’intenzione, ma così è

stato – il concerto al Comunale di Ferrara del 15 giugno (vorrei precisare, a scanso di facilissimi equivoci, che questo non vuole mettere in dubbio le capacità tecniche degli interpreti). Nonostante le migliori intenzioni, lo ripeto, e nonostante gli articoli che parlavano del concerto in termini entusiastici – il concerto era stato eseguito tale e quale la sera prima al Manzoni di Bologna - si respirava un’aria di “fine”: fine di un progetto, quello del varo della orchestra Mozart, partito da settembre; fine della stagione di Ferrara Musica; forse fine del rapporto di Abbado con la città (?); fine – speriamo di no, ma non ci credo troppo – di un percorso legato a Mozart come non mai, se non erro, nelle “abitudini” di Abbado; nonostante le migliori intenzioni, lo ripeto ancora e per l’ultima volta, perché il concerto presentava l’orchestra Mozart a Ferrara e lo faceva con un programma studiato per una occasione importante, con una scelta di musiche notissime, particolarmente accattivanti (anche in questo frangente ci si era adoperati nell’inventare la “leggenda”, che forse commuove qualcuno, dell’amore che lega il Maestro Abbado a Die Zauberhafte di Schubert) e disponibilità degli artisti (Allegrini ha concesso un bis; Abbado e orchestra, tre). In realtà unico momento intensissimo e veramente magico è stato il Concerto per corno e orchestra, un capolavoro nel suo genere, con momenti virtuosistici di grande rilievo e insieme la luminosa profondità, la dolce malinconia di Mozart della Romanza centrale. Un atto di coraggio l’averlo proposto; un regalo intelligente al pubblico – questo sì, il vero regalo di Abbado al pubblico (anche perché penso, non sarà poi tanto facile riascoltarlo, almeno in questa versione e con questi interpreti).

Molti gli applausi, ricompensati da i tre bis di Abbado e dai battimani ritmati scatenati dal battere di piedi dei professori dell’orchestra; grandi saluti tra di loro, sorrisi e poi quel senso di conclusione, di concerto concesso per dovere e ritenuto, al contrario di quanto detto, poco importante  in considerazione della assenza di alcuni “fatti” consueti nei concerti veramente importanti; ad esempio: taluni, noti degli ammiratori stretti del Maestro, presenti ad ogni recita, qui non erano presenti; non sono stati lanciati i fiori o i petali dai palchi più alti; il signore, anch’egli ormai ben noto, di solito in platea al Manzoni a “osservare” (?) i presenti, che si interpone tra i “noiosi” (tra i quali mi sono trovata spesso, chiedendomi poi cosa stessi a fare lì; ma tant’è, penserò a Nono la prossima volta!) che tentano di arrivare al Maestro (in modo speciale, è chiaro, quando, raramente, il Maestro è seduto in platea come uno spettatore comune) questa volta accomodato senza ansie in platea; e nientemeno, la possibilità, invece, di salutare il Maestro, anche se non inseriti nella lista, prima che salisse nell’auto che lo avrebbe portato via.

Vorrà dire qualcosa? saranno anche questi aspetti, facce, della “servitù” della musica? non ha senso più niente se non dipende da un evento ? Lo chiedo anche a me stessa, che pure dico in tutta sincerità di non amare né fiori né petali, né facce di “non-noiosi” alla rincorsa del Maestro.

Daniela Testa, 25 giugno 2005

 

 

 

All’inizio del concerto il saluto offerto dal Maestro Abbado e dall’Orchestra Mozart e il minuto di raccoglimento dell’intero pubblico in ricordo di Carlo Maria Giulini deceduto la sera prima.

 

A

Carlo Maria Giulini

A Lui che rifuggì per tutta la Sua carriera dal divismo e rimase convinto, umile “servo” del compositore

Il saluto ed il Grazie più profondo e sentito dal Wanderer Club di Ferrara.