Carsen e i Dialoghi

 

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DIALOGUES DES CARMELITES – POULENC
Teatro degli Arcimboldi, 7 MARZO 2004

DIRETTORE: Riccardo Muti

REGIA: Robert Carsen

COREOGRAFIA: Philippe Giraudeau

SCENE: Michael Levine

COSTUMI: Falk Bauer

PERSONAGGI INTERPRETI
Le Marquis de la Force: Christopher Robertson
Blanche de la Force: Dagmar Schellenberger
Le Chevalier de la Force: Gordon Gietz
Madame de Croissy: Anja Silja
Madame Lidoine: Elisabete Matos
Mère Marie: Barbara Dever
Soeur Constance: Oriana Kurteshi

Foto di scena

Non conoscevo l’opera di Poulenc e sulla carta non mi ispirava nemmeno; inoltre, la giornata si annunciava pessima – neve e freddo come raramente durante quest’inverno – e domenica mattina con sveglia presto. A spingermi ad andare c’era però l’entusiasmo di alcuni amici melomani che avevano insistito molto. Presa la decisione di andare, dopo lunghi ripensamenti, sono partita alla volta degli Arcimboldi e non me ne sono pentita.

L’opera è seria ed angosciante (la redenzione conclusiva per mezzo del martirio non mi convince, forse a motivo della mia educazione) perché il tema prevalente è il Destino ed il rapporto conflittuale che l’uomo è costretto ad intrattenere con lui, rapporto che si risolve in uno scacco o nel nulla a meno di non credere in una ricompensa ultraterrena che quantomeno ripaghi del dramma dell’esistenza comunque sconfitta, ma, mi chiedo una volta di più, esiste davvero questa possibilità nell’opera di Poulenc?

Il Destino si presenta, nel caso specifico, nelle vesti di due atteggiamenti, due disposizioni della psiche: l’una, la paura del vivere insieme al suo opposto, l’angoscia del non-vivere;
l’altra, l’illusione, la volontà tutta terrena nei gesti e tutta in cielo nelle aspirazioni, di volere credere a qualcosa, sempre e comunque, insieme al suo opposto, il desiderio di volersi opporre ad una fede, l’ambizione di volere vivere una vita ordinaria.

I personaggi, le suore del Carmelo, incarnano in maniera totale, quasi romantica, l’una o l’altra delle due disposizioni mentali, quasi che la loro stessa esistenza, la loro stessa essenza fisica, da altro non fosse contrassegnata se non dal demone che la investe e che impedisce qualunque guarigione pena il suo stesso annullamento: Madame de Croissy che ha fronteggiato a viso aperto la vita senza paura e nei suoi ultimi momenti lotta miseramente contro il terrore della morte (la voce straziante non descrive il dolore fisico della malattia, ma il dolore mentale di una sconfitta); Mère Marie de l’Incarnation, che spregia paura ed illusione in nome di una esistenza non solo eroica ma virilmente connotata; Soeur Blanche che fino alla fine combatte contro la vergogna della sua innata paura, della sua cosciente inettitudine alla vita e sale sul patibolo di propria volontà tenendo testa per l’ultima volta a se stessa; personaggi scuri, cupi a cui si contrappongono personaggi soltanto in apparenza compiaciuti del loro esistere (le altre suore del Carmelo, Madame Lidoine, Soeur Constance) ma che in maniera altrettanto esasperata ed univoca ostentano una serenità ed una felicità che sa, in ogni modo, di impegno, di obiettivo non meno forzato ed eroico come quello delle altre. La possibile differenza tra i due gruppi di protagoniste risiede semmai nella avvenuta coscienza della difficoltà delle proprie aspirazioni contro la estatica incoscienza della totale accettazione di quanto il Cielo ha scritto: nei timbri scuri di contralto e di mezzosoprano delle due protagoniste che autonomamente hanno tentato e tentano di indirizzare il Destino, Madame de Croissy e Mère Marie de l’Incarnation, troviamo tracciata l’oscura fatica di chi vuole lasciare un segno del suo passaggio terreno in modo fiero nel senso, come già detto, più terrestre del termine e che vede a poco a poco i propri sforzi farsi vani; al contrario, nelle voci alte e rarefatte dei soprani, Soeur Blanche, Madame Lidoine o addirittura in quella di soprano leggero di Soeur Constance, Poulenc sembra additare l’esasperata inconsistenza di chi si sia imposto la serenità ad ogni costo.

Il tono di fondo è allucinato e buio e la sostanziale staticità dell’intreccio ci porta a credere che l’opera non proceda nonostante la fabula indichi altro e le stesse battute che disegnano la caduta delle mannaie sembrano chiudere un unico quadro in cui l’esistenza umana, ritratta nello sforzo eroico ma inutile di “essere stata al fine di qualcosa”, si scontra contro il Destino e ne esce umiliata, recisa: le sorelle che hanno combattuto la paura muoiono di una morte banale, umiliante per loro o non muoiono affatto, come Mère Marie de l’Incarnation costretta a nascondersi e a subire il tormento della Conoscenza del Vero quanto Madame de Croissy; le altre muoiono di una morte nobile per chi assiste o ricorda ma non certo per loro che avevano scelto, assunto il Nulla, l’obbedienza all’Idea come scopo della loro vita e che, per questo, non possono godere di un eroismo terreno che non hanno voluto (né tantomeno farci godere dell’attesa beatifica di una ricompensa ultraterrena che Poulenc non ci racconta).

La direzione di Muti (lasciando i commenti strettamente tecnici alle voci degli addetti ai lavori) ha manifestato ancora una volta quello che da tempo mi pare rappresenti il suo modo di fare musica e di realizzare un’opera lirica: una perfezione volutamente inseguita, un equilibrio che fa sì che nulla, dall’orchestra ai singoli cantanti, risulti fuori posto, “autonomo” rispetto all’insieme; tutto sembra perfettamente compreso e amalgamato al di là delle singole prestazioni. La regia di Robert Carsen ha sottolineato la tensione tragica che pervade l’opera ma pure la sua staticità attraverso il susseguirsi di quadri in cui l’uso del colore come segno significante e il movimento (o la stasi) delle masse in scena sono stati espressione dei contenuti della musica. Il palco immenso degli Arcimboldi lasciato nudo, privato di ogni forma di arredo – ad eccezione di alcune panche – ha accolto in sé gli “interni” e gli “esterni” della fabula a mezzo di un uso sapiente della sfumatura tra luci ambrate e varie tonalità del grigio, colore neutro per eccellenza e colore dell’opera medesima, in una scala cromatica che andava dal nero delle vesti monacali al bianco delle camicie delle condannate. Nel contrasto tra nudità dello sfondo, modo per evidenziare l’attualità della storia, e antichità delle vesti dei personaggi in scena, si è dimostrato quanto il puro movimento delle masse e un utilizzo giusto delle luci bastino a connotare un lavoro nei termini della modernità (o dell’attualità) non dovendo necessariamente ricorrere a situazioni radicalmente diverse da quelle previste dal libretto e, cosa più importante ancora, potendo evitare di dover spiegare ad ogni costo, ma limitandosi a “evocare” insieme alla musica e a lasciar capire.

Quello che resta, adesso mentre scrivo e cerco di mettere insieme memoria e impressioni, è la sensazione di avere assistito ad uno spettacolo molto bello, ma pure elegante, raffinato, levigato (mi viene in mente, spero di non sbagliarmi, la “leggerezza” con cui l’orchestra accompagnava la ghigliottina nel suo lavoro nell’ultimo quadro) e anche un tantino aristocratico; ma, ai giorni nostri (ammesso e non concesso che lo sia mai stata) l’opera lirica può essere, o ambire ad essere, uno spettacolo veramente popolare?


Daniela Testa, 19 aprile 2004