GOETTERDAMMERUNG A VENEZIA

 

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Due, anzi tre i protagonisti assoluti: Tate, Carsen e sul piano squisitamente artistico, in senso lato, Brunilde. La signora Casselman ha molti problemi vocali; non è la Stemme, non è la Fujimura, non ha l'intensità degli acuti e la potenza della protagonista fiorentina, tuttavia, nel secondo atto e soprattutto nell'ultimo ha giocato il ruolo da protagonista, emozionando con una recitazione ed una mimica facciale da brividi. Intensa nel porgere quanto stesse cantando ha saputo rapire più di un cuore, la mente di quasi tutti e Carsen l'ha aiutata; meglio ancora è stato un matrimonio perfetto: il fuoco che brucia il Walhalla, la pioggia liberatrice o purificatrice e lei, al centro della scena, con la musica di Wagner che tutto riesce a dominare, chiarificatrice, totale, assoluta, coinvolgente. Tate è stato straordinario: emozionato, attento, ha condotto l'attenta compagine della Fenice che pochissimo ha sbagliato e che è stata, sabato sera, di poco inferiore alla mirabile orchestra del Maggio fiorentino.
Vinke non ha più le sonorità del Sigfried di due anni fa. Non sembra neppure essere lui l'eroe di cui si cantano le ultime vicende; i suoi racconti sono offerti in modo banale, quasi come se non avessero altro se non le note da esporre, senza alcun altro significato: il personaggio è mancato; il cantante sta probabilmente osando troppo e credo che i troppi problemi che comincia da avere, specie nell'intonazione, potrebbero procurargli seri guai nel prosieguo della carriera.
Saks è stato anche lui un attore-cantante di grande spessore. Non sfuma, non è capace di distinguere vocalmente i diversi stati d'animo del suo personaggio, con la voce dotata di un bel timbro, ma con pochi colori è purtroppo uniforme nell'emissione. Però è in scena: l'attore è grande, importante, presente; è nella parte.
Gutrune, Beller Carbone, dal mio posto, praticamente in barcaccia, se a Venezia ce ne fosse una, è stata superba; non si poteva pretendere che l'antagonista di Brunilde avesse una spettacolare potenza, ma anche in questo caso la psicologia del personaggio esce vincente da un modo di porgere anche le parole, in modo quasi nevrotico, non isterico, e la bellezza del viso, ed il corpo, mosso con intelligenza, non son messe in pericolo da un canto lirico pulito, irresistibilmente giovane che commuoveva.
Se posso aggiungere un altro pensiero facendo qualche paragone, il Gotterdammerung di Firenze era cantato meglio, offriva una regia con scenografia barocca e post moderna, o se volete barocca con mezzi più attuali (ed era bellissima tenendo conto di quanto ho scritto), ma era diretto da Metha che dirige ormai come quando un grande cantante si canta addosso: bravo si, ma senza uno scatto, un'introspezione, un'idea. Metha dirige benissimo, come può essere bellissima una fotografia. Ma è sempre la stessa; alla lunga sembra mancare di luce. Maggio e giugno wagneriani, un poco ovunque. Un altro Gotterdammerung recentissimo che ho seguito, è stato quello diretto da Franz Welser Most a Vienna. Egli ha a disposizione un'orchestra che potrebbe suonare il Ring da sola e quindi avrebbe potuto regalare anche qualche spunto personale e guidarla verso spiagge magari già esplorate, ma sue. Invece si è sentita la mancanza di una guida che non fosse quella di un buon direttore da "routine". Per fortuna che i professori e la compagnia di canto dalla Stemme a Uusitalo e Larsson da Johannson e Fujimura a Pecoraro e Kapellmann, fossero presenti ed in gran spolvero. Tate a Venezia è straordinario. L'ho già scritto, ma vale la pena di ripeterlo. Il suo, oso dirlo, ma leggendo molto su Wagner potrei anche azzardarlo, è forse il Gotterdammerung che Wagner sognava. O che oggi sognerebbe di ascoltare. Sono uscito dalla Fenice con il desiderio di una pausa, di un minuto di silenzio: tanto grande era questa emozione che l'orchestra e Tate mi avevano suscitato, ch'era quasi come se m'avessero davvero rapito, quasi in estasi.
Carsen: un genio.

Maurizio Dania