PRIME IMPRESSIONI SUL TRISTANO DELLA SCALA

 

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Prime impressioni sul Tristano della Scala

Tristan und Isolde ha aperto la stagione lirica del teatro alla Scala con uno spettacolo che non mancherà di suscitare polemiche, ma anche attenzione, per la regia di Patrice Chèreau, che ha portato sul podio un grande direttore d’orchestra, Daniel Baremboin, il quale ha saputo offrire una visione dell’opera wagneriana molto romantica, anche se, a mio parere, mancante della cifra della Personalità che poteva essere il valore aggiunto di Furtwangler o di Karajan.
L’ultimo Tristano a Milano venne diretto da Carlos Kleiber, il primo era stato Toscanini.
Tra questi giganti, Baremboin ha avuto il merito di preparare l’orchestra del teatro milanese come meglio non si sarebbe potuto supporre e ciò che si è ascoltata nella sala del Piermarini, pur con le solite pecche acustiche di cui si è già dissertato, è una compagine degna di essere annoverata tra le più importanti d’Europa, pur mancandole una certa abitudine ad eseguire le opere del compositore nato a Lipsia nel 1813 e morto a Venezia nel 1883. L'ampiezza delle arcate ad esempio dei Berliner o dei Wiener non è patrimonio precipuo dell'orchestra milanese.
Non credo di aggiungere nulla di particolarmente sorprendente dato che sul Tristano e su Wagner si sono consumati fiumi d’inchiostro. Come avevo già scritto in altre occasioni il dramma è soprattutto un’opera di morte, più che d’amore e si cala quindi nel pieno del Romanticismo, musicale e letterario.
Questo mio modo di concepire l’Opera, fa si che, all’uscita dal teatro mi sentissi quasi rapito in estasi, eppure non così soggiogato quanto fui dopo aver ascoltato e visto altre opere ad esempio dirette da Tate, l’affabulatore, forse capace di circuire l’ascoltatore, nel “sinfonismo” wagneriano, facendogli dimenticare l’allestimento, come a Venezia, quello di Carsen del Siegfried, più di quanto non abbia fatto Baremboin che su quel terreno si è mosso.
Allora ecco che si può ammirare lo sforzo innegabilmente elegante e la presenza scenica di Ian Storey, la cui voce non ha cedimenti, se non in una sola brevissima occasione, ma che pur molto applaudito, mi ha fatto rimpiangere qualche illustre tenore del passato e, senza voler scandalizzare, persino il fatto che un cantante come Domingo, non abbia mai affrontato il ruolo in teatro quando avrebbe potuto farlo. L’interpretazione però è stata splendida. E la scena finale è stata vissuta con una carica di emozioni contrastanti che cresceva con la capacità di rendere semplice, la complessità dell’azione, l’invocazione “Isolde“, grazie al colore orchestrale ed alla leggerezza della concertazione di Baremboin. Altro giudizio mi avrebbe indotto a considerare la sua prestazione meno soggiogante, se a dirigerlo fosse stato Rattle, oppure nella visione orchestrale più stilizzata di Salonen, simili, se azzardo un parallelo architettonico ad un'opera di Renzo Piano, piuttosto che del Bramante.
Waltraud Meier non si è spinta su terreni che le erano proibiti anche quando era dotata di una voce giovane e fresca; eppure a parte la Stemme, non riesco ad immaginare una soprano attrice così partecipe, ma non commovente, quanto lei, oggi. L'impatto scenico sul pubblico è stato intenso, tuttavia la parte di Isolde è un tantino alta per lei.
E se mi permetto di scrivere sull’espressione sentimentale è proprio perché se il linguaggio musicale wagneriano diventa nel Tristan un nuovo modo espressivo, con alterazione dei suoni, e con l’oscuramento o il tramonto della tonalità, la composizione, che vide la luce tra il secondo ed il terzo atto del Siegfried, può regalare immagini della bellezza, dell’amore, della morte, della nostalgia per la vita terrena, nell’unione dei destini di due persone che si uniscono in comunione di spirito nell’altro mondo, con una pateticità che brucia di passione.
Ancora adesso, mentre traccio queste righe, sento la “melodia infinita” e mi dimentico anche del fatto che forse Chèreau non mi abbia convinto del tutto: Wagner aveva composto un capolavoro per gli uomini? Per il pubblico?
Se questa è la visione della regia, allora il lavoro è stato compiuto. Perfettamente. Un Tristan proletario, umano, in cui la trasfigurazione dei pensieri del Romanticismo è affidata alla sola musica: probabilmente è una questione di linguaggio espressivo più che di filosofia, o peggio di storiografia.
Detto questo il salto di qualità che attendevo da questa Prima scaligera c’è stato.
Baremboin è stato applauditissimo, quasi acclamato. Fiori sull’orchestra. Applausi a Salminen. Qualcuno ha espresso qualche dissenso rivolgendosi alla messa in scena.
Meier sorvegliatissima nel finale, ha dato tutto quel che poteva e aveva. Finale bellissimo, ovviamente. anche grazie alla cura del concertatore e direttore d’orchestra, e all'apparire del "sangue" come a tracciare un legame tra varie epoche culturali.
E’ stata una grande serata per l’opera, per il Teatro alla Scala, per Milano, per l’orchestra ed il coro milanesi. Un'esperienza da cui partire in vista della tetralogia prevista per i prossimi anni, nel nome di Baremboin.

Maurizio Dania, dicembre 2007


P.S. Tornato a casa, per due giorni mi son rivisto il video di Sky e di Artè. Dal punto di vista sonoro la post-produzione di Artè ha fatto miracoli, (cioè il suo mestiere). Meglio il secondo del primo, che era però in diretta. Applausi ad entrambe le reti: ululati nei confronti del servizio pubblico RAI, presente solo con la radiodiffusione.