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Tempo
fa mi aveva colpita la lettera, inviata ad un quotidiano tra
i più diffusi, di un ragazzo di ventisei anni che rispondeva
a precedenti interventi in tema di musica classica.
Nella lettera in
questione, il ragazzo si diceva profondamente ferito dal fatto
che, a lui come ad altri come lui colpevoli di non amare la
musica lirica e di preferire la musica rock alla musica classica
in senso lato, venisse attribuita una patente di inferiorità
culturale di contro alla “considerazione” comunemente tributata
a chi, all'opposto, preferisce la musica cosiddetta seria. A
sostegno della sua tesi, il ragazzo citava l’indignazione di
un musicista, interprete di musica “seria”, per il troppo credito
concesso alla musica rock, frutto di globalizzazione e consumismo.
Di questi giorni, altrettanto “degni di attenzione” gli
articoli apparsi prima e dopo la “Prima” al Teatro alla Scala
con l’Idomeneo di Mozart, direttore, Daniel Harding.
A dispetto
dell’idea del tutto personale che l’operazione Idomeneo-
Harding - prima Prima scaligera del New Deal postmutiano
sarebbe stato un successo quasi scontato così come fu
– adesso pare lo si possa dire con tranquillità – la Prima del
Don Giovanni a Aix-en-Provence nel 1998, quello che ha
attirato la mia attenzione è stato il reiterato uso dei termini
“rock” e in successione, “emozione/emozioni” a
definire da un lato, la lettura dell’opera da parte di Harding;
da un altro, la reazione, se non del pubblico (che non si sa
bene se sia stato semplicemente educato o effettivamente caloroso),
almeno dei critici e degli addetti ai lavori.
Ora, per quanto
concerne la parola “rock”, mi piacerebbe tanto capire quale
messaggio si voglia consegnare a chi legge: eliminando, tra
le possibili risposte, l’opposizione rock/lento creata
da Adriano Celentano, a cosa dobbiamo pensare, sentendoci dire
che Harding ha diretto Mozart in modo “quasi rock”? al
fatto che Mozart sia stato interpretato in chiave moderna, giovanile,
popolare? oppure all’usuale atteggiamento del direttore di fronte
alle partiture di epoca classica, con gli altrettanto usuali
tempi serrati (divertente vedere usato lo stesso termine “rock”
in modo affatto diverso definendo “concitazioni rockettare”
gli estremi raggiunti nell’ormai ipercitato Don Giovanni
dell’esordio); o, altrimenti, e qui inserisco le ricorrenti
“emozioni”, Harding è riuscito, attraverso Mozart, a
trasmettere emozioni e voglia di sognare, messaggi, energia
così come, in effetti, succede ascoltando musica rock (uso questo
termine in senso ampio e ovviamente, mi si perdoni, parecchio
impreciso) ?
Bello, se così
è stato (anche perché, personalmente, fino ad ora, Harding mi
ha trasmesso di tutto tranne emozione, ma non ho visto lo spettacolo
e non mi sento autorizzata, proprio per questa ragione, a fare
commenti); bello sapere che qualche musicista di "musica
seria" e nella piena serietà delle sue intenzioni, non
si sia fermato ad interpretare, ma si sia posto come scopo anche
quello di trasmettere quelle emozioni non esclusivamente intellettuali,
che anche un Mozart si poneva di trasmettere (pur, per inciso,
nella grande ed indiscutibile serietà dei suoi fini). Non lo
nego: amo Mozart perché Mozart mi fa pensare, ma pure mi provoca
emozioni che sono corporee, che sono quelle che partono dalla
schiena e raggiungono la testa e ti fanno sentire bene, in pace
con te stessa; ogni tanto mi piace credere che anche lui, ai
suoi tempi, potesse raccogliere tante persone ai suoi concerti
e alle sue opere; persone di estrazione sociale diversa (se
si vuole, nel suo epistolario, si trova testimonianza di quanto
sto affermando) che potessero godere della musica, se non particolarmente
colti e leggerla in profondità, se più esperti. Ma, nella testa
di chi mette in scena un’opera alla Scala o di chi fa musica
classica in un teatro, c’è la voglia di trasmettere emozioni,
di saperle evincere da una partitura, di voler arrivare al pubblico
in questo modo – insisto, con i mezzi consueti dell’interprete
di musica classica, non con facili e banali operazioni di crossover,
tutto sommato fini a se stesse) o resta quella forma di “tracotanza”
– il giovane della lettera da cui sono partita parla in
questi termini - per la quale il fine della messa in scena di
un’opera lirica o la lettura di un pezzo di musica classica
rimane il compiacimento interpretativo dell’interprete e del
pubblico “che capisce” (o che fa finta di capire) ?
Non so, mi limito
a scrivere rendendomi ben conto di produrre parole fini a se
stesse; sta di fatto, però, che leggendo la lettera mi sono
sentita istintivamente d’accordo con quel ragazzo ferito che
preferisce la musica rock, anche perché le emozioni che può
fornire la musica rock le ho conosciute e ben gradite da ragazza
e vedo, con immutato piacere, che mi arrivano e mi fanno bene
tutt’ora, così come arrivano e fanno bene ai miei studenti (a
cui, ogni tanto, propongo l’ascolto di qualche pezzo classico);
non so, lo ripeto, il mio rimane un intervento senza soluzioni
da proporre, ma adesso, mentre scrivo, penso che il problema
della musica classica stia proprio nella sua mancanza di apertura
verso platee più vaste che inglobino in sé anche altri non solo
gli appassionati veri – e non si sa come siano diventati tali,
almeno da noi in Italia - o la gente bene che fa degli eventi
un dovere sociale (evito, per dignità, di considerare gli schieramenti
di parte, per cui vai a sentire quel direttore oppure quell’altro
a seconda delle sue presunte tendenze politiche, cosa tristissima,
ma ci sono esempi freschi sottomano da parte di personaggi in
vista), mentre la letteratura ci ha provato e con successo e
personalità di primo piano della cultura si soffermano a ammirare,
guarda caso, proprio quella musica rock come un fenomeno non
solo di massa, ma come espressione di un “noi” non eludibile,
come una delle espressioni più coinvolgenti della poesia dei
nostri tempi.
Per concludere:
che non abbia ragione il ragazzo affermando non solo di essere
offeso, ma pure di essere contento del “deserto” di presenze
nelle sale da concerto (vista e considerata l’opinione che si
ha di quelli come lui) ? e siamo proprio certi che Daniel
Harding – buona o meno che sia stata la sua performance scaligera
– abbia diretto Mozart in modo quasi rock ?
Daniela Testa, 15 dicembre 2005 |