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ES IZ AMERIKE
MONI OVADIA – LEE COLBERT – MONI OVADIA STAGE ORCHESTRA
Ferrara, Teatro
Comunale
10 dicembre 2005
Sia nella stagione passata che in quella di quest’anno, il
Teatro Comunale di Ferrara ha avuto l’intelligenza di assicurarsi
due spettacoli di notevole pregio; mi riferisco alla presenza
di Beppe Barra l’anno passato e a quella di Moni Ovadia quest’anno
con il suo Es iz Amerike; in entrambi i casi, spettacoli,
recital - come recita il programma di sala – in cui letteratura
e musica convivono al meglio per la forte presenza scenica dei
due interpreti e di musicisti di valore.
Protagonista assoluto sulla scena, Moni Ovadia racconta la
storia degli Ebrei dell’Europa dell’Est che, esasperati dalle
continue persecuzioni dello zar e dalla furia della popolazione
non Ebrea, e dai ricorrenti pogrom, decidono di partire per
la terra della Libertà, l’America, pieni di fiducia nonostante
il dolore dell’abbandono, nonostante l’incertezza del futuro
e a dispetto degli avvertimenti dei rabbini.
Ovvio, ma non solamente perché altrimenti non poteva essere,
il rinnovato dolore, la rinnovata dose di umiliazione tributata
da sempre al “diverso”, la fatica del dover imporre se stessi
ancora una volta là dove nessuno è disposto ad accettarti. Il
dover “ricominciare da capo” e i vari, diversi tentativi di
inserimento – dal rifiuto di alcune leggi alimentari, all’adozione
di modi occidentali, dalle riforme stesse all’interno dell’ortodossia
– senza mai dimenticare completamente la propria tradizione
e il proprio credo; volontà di inserimento che, come giustamente
sottolinea Ovadia, è stato il lato bello degli Ebrei che si
sono sentiti – e si sentono tutt’ora – cittadini del paese in
cui vivevano tanto da essere più francesi dei francesi, più
tedeschi dei tedeschi (anche se i tedeschi furono di diverso
avviso) pur, lo ripetiamo, mantenendo fieri la loro diversità
religiosa; ma nondimeno il lato brutto, quello da cui nacque
il sospetto, quello per il quale il diverso culto rendeva gli
Ebrei comunque diversi dagli altri francesi, dagli altri tedeschi;
quello per cui dovettero accettare i lavori più umili, operai
o venditori ambulanti; quello per cui il tempio fu per molto
tempo sistemato in una stanza di fortuna, ma rimase il luogo
del ritrovo, delle origini mai perdute con le usuali abitudini
di ogni tempio Ebraico: luogo di studio, di incontro, di cene
comunitarie, non esclusivamente, come si potrebbe ritenere,
luogo di culto. Ma dal dolore iniziale, le progressive affermazioni in vari
campi della vita associata, pur in un clima di ostilità mai
del tutto sopita (riferimento di dovere al maccartismo che ebbe
tra le sua componenti pure un forte e formalizzato antisemitismo
o, per fornire esempi più recenti, alle tragiche illazioni sulla
tragedia dell’11 settembre a New York). In un campo, in particolare,
l’affermazione degli Ebrei emigrati in America: quello dell’Arte,
dalla letteratura al cinema, alla musica con i nomi di Bernstein,
di Berlin, di Gershwin di Rogers “come se il Nigun, la melodia
che sgorga da un’interiorità plurisecolare, fosse uno degli
scrigni che gli ebrei avevano portato fuggendo dai loro shtetlakh
[…]. A quello scrigno di canzoni in yiddish e di musiche klezmer
dell’esilio bisognava attingere per dare all’America una parte
preziosa del suo futuro musicale.” (Hystrio, ottobre 2005,
Programma di sala). E, scegliendo Ovadia di limitare l’attenzione
sull’influsso della cultura Ebraica nella cultura occidentale
(e sarebbe bellissimo farlo anche per quanto riguarda la letteratura)
alla musica come esemplificativo del tutto e rifiutando fermamente
l’affermazione razzista dell’intelligenza superiore degli
Ebrei (concezione con ampi risvolti negativi – intelligenza
come distintivo di una “razza” diversa, intelligenza
come perfidia, intelligenza come giustificazione per il peggio),
la spiegazione di tale sofferto “successo” nel dolore subito,
nella umiliazione, nella paura, nelle persecuzioni, nella perdita
e soprattutto nella “cultura” del popolo Ebraico: cultura con
la C maiuscola perché allargata e diffusa, perché imposta a
tutti fin da piccoli attraverso la lettura e l’interpretazione
della Torah, senza limiti né di sesso né di condizione sociale.
Questo il messaggio
di Ovadia oltre al racconto della storia degli Ebrei a lui giustamente
caro: la necessità della Cultura come imprescindibile “bisogno”
di tutti; l’importanza dell’apporto di culture diverse,
di una spinta verso il Nuovo, verso il Bello come sfida – oggi
sempre più urgente – al mondo moderno, non molto diverso da
quello del passato; un mondo in cui il denaro, la commercializzazione
di tutto, arte compresa, ha preso il posto di valori umanamente
più preziosi.
Nella storia del popolo Ebraico, di coloro che non si sono
mai arresi, di coloro che non hanno mai dimenticato il valore
profondo, attuale, più che religioso, della loro credo, della
loro tradizione il monito non solo alla società o a coloro che
oggi sono i “diversi”, ma finanche al singolo perché
lui pure, forse, nelle sue private esclusioni, non si dia per
vinto, consacri la sua parte migliore ad un Bene più grande
e comune.
Uno spettacolo “politico”, vigoroso, come raramente si vede
di questi tempi. Bellissima, a mio avviso, la semplicità della
scena: il palcoscenico pressoché vuoto, solo un piccolo palco
sul palco e l’America rappresentata dalle sedie a forma di grattacielo
dei musicisti, un fondale dipinto, nient’altro per lasciare
la scena a Ovadia, a Lee Colbert, straordinaria interprete e
stupenda voce, alla loro intensa capacità di incantare lo spettatore
comunicando “qualcosa”. Una nota particolare per l’orchestra
(con gli strumenti “classici” della musica klezmer, violino
e clarinetto) e per i suoi musicisti, tutti eccezionalmente
bravi, incredibilmente comunicativi e generosi.
Applausi calorosi del pubblico e il convincimento, almeno per
me che scrivo, della esigenza di più serate come questa.
Daniela Testa, 15
dicembre 2005 |