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Charles
Ives, The Unanswered Question
Sergej Prokof ‘ev, Il
luogotenente Kižé, suite per orchestra op. 60
Felix Mendelssohn-Bartholdy,Ouverture
op. 21 e Musiche di scena op. 61 per “Sogno di una notte di
mezza estate” di William Shakespeare
Mahler Chamber Orchestra
Claudio Abbado direttore
Nicoletta Braschi voce recitante
Rachel Harnisch soprano I
Julia
Kleiter
soprano
II
Arnold
Schömberg
Chor
Ferrara,
20 ottobre 2004
Il tema del concerto
di apertura della stagione di Ferrara Musica 2004/2005 è stato
“Irrealtà e sogno” e, come per il tema conduttore dei concerti
del Festival di Lucerna della scorsa estate, la prima domanda
che ci si pone è perché sotto questo titolo siano state unite
tre opere e tre compositori tanto distanti tra di loro in termini
cronologici – per almeno due di essi – come pure in termini
stilistici e ideologici. Così, per altro con il convincimento
che il porre una stagione o una serie di concerti sotto l’etichetta
di un tema unificante sia oggi solamente un ornamento privo
di effettivo significato, mi sono posta nella condizione di
ricercare quali fossero i punti di contatto tra i tre pezzi
eseguiti mercoledì sera e, in effetti, i legami, a volerli cercare,
si trovano: per un verso, paradossalmente, al di fuori della
cornice “irrealtà e sogno”, nella biografia dei tre compositori, nella
comune tendenza a vivere concretamente e positivamente la loro
esistenza tanto da poter essere anche considerati testimoni
della loro epoca e, altrettanto paradossalmente, essendo loro
musicisti, nel contenuto “letterario” delle tre composizioni
presentate.
Mendelssohn, agiato
figlio di una famiglia in vista nel mondo culturale tedesco
dell’epoca, rappresenta il “positivo” risvolto del primo Romanticismo
tedesco in cui le istanze costruttive dell’Illuminismo guidano
e giustificano ancora
il libero dispiegarsi della fantasia e dello spirito
senza che il carattere introverso e tetro dei romantici della
seconda generazione prenda
il sopravvento; Prokof ‘ev nel 1933 ritornò in URSS e partecipò
attivamente alla vita culturale negli anni della ricostruzione
mantenendo nella sua musica un forte legame con la tradizione
musicale del suo paese; Charles Ives, apparentemente spirito
solitario e comunque uomo disincantato, pur nel dolore di una
esistenza priva di gratificazioni e facili successi (abbandonò
volontariamente il suo mestiere di organista prima e la composizione
poi perché non compreso nel mondo musicale arretrato dell’America
dei suoi tempi), accettò con straordinaria forza morale la sua
condizione di escluso senza arrivare mai a patti con la realtà
ostile attraverso la ricerca frenetica ed ossessiva del superamento
del male inteso per lui nell’indifferenza che lo circondò per
tutta la vita. Tre uomini che si ritrovarono a dover trattare
il tema del sogno e dell’irrealtà e in questa necessità (o volontà)
sta il secondo punto di contatto a cui abbiamo accennato: il
contenuto delle composizioni in programma.
“The Unanswered Question”
di Ives fornisce attraverso una struttura difficile ma fortemente
pregnante per l’ascoltatore un esempio della sua idea compositiva
e dello scopo del suo comporre: una musica nella quale trovano
posto le esperienze del quotidiano, forse laceranti, forse aspre
che non vengono eluse ma evocate come esperienze irrinunciabili
al di là di tutto (la parte “visibile” della composizione, quella
in cui i musicisti erano sul palco e venivano diretti dal Maestro)
e il rimando ad una realtà metafisica ma nemmeno questa estranea
al vissuto (quella musica suonata dietro le quinte, quasi “classica”
nella forma, non dissonante, quella musica che lo spettatore
ascoltava ma non vedeva) e che costituisce la dimensione “altra”
di ogni umano vissuto come sedimento di esperienze, ricordi,
citazioni, le quali, pure nella loro veste irreale, marcano
fortemente la vita concreta e pongono interrogativi inquietanti
a cui non sembra possibile trovare risposta. Solo in una dimensione
di attenzione, di analisi, di accettazione del male e di ciò
che esso nasconde, l’uomo che tace, pare dirci Ives, l’uomo
che ascolta, può forse trovare una via di uscita all’angoscia
inspiegabile della vita.
Prokof ‘ev compose la
Suite op. 60, Il luogotenente Kižé traendola dalla musica
per il film omonimo (1934). Dovendo “descrivere” un testo, Prokof
‘ev scrisse una musica semplice nella struttura, orecchiabile,
perfettamente aderente alle stranezze del contenuto; la storia,
infatti si rifà ad un aneddoto dei tempi dello zar Nicola I
che, interpretando falsamente un rapporto militare e non venendo
mai corretto dalla sua corte di funzionari ipocriti, diede vita
ad un fantomatico luogotenente Kižé di cui si costruì a bella
posta un curriculum militare ed una vita con tanto di nascita
e morte e di una serie di episodi grotteschi ed irreali.
Anche Mendelssohn compose
l’ Ouverture op. 21 e le musiche di scena per un preciso
scopo dietro richiesta di Federico Guglielmo IV di Prussia in
occasione della rappresentazione del Sogno di una notte di
mezza estate di William Shakespeare al palazzo di Postdam
nel 1843. Ludwig Tieck, scrittore tra i più singolari nel panorama
del primo Romanticismo tedesco, curò la realizzazione dell’opera.
Mendelssohn, attraverso l’ interpretazione romantica dell’opera
di Shakespeare, secondo le “distorsioni” che il Romanticismo
tedesco operò nella comprensione dell’opera del drammaturgo
inglese, scrisse il pezzo esasperando o addirittura incuriosendosi
esclusivamente agli aspetti fiabeschi, irreali, che costituiscono
una parte della commedia di Shakespeare e realizzando un’opera
di forte valenza immaginifica in cui, contrariamente all’Ives
del pezzo d’apertura, la componente concreta viene del tutto
elusa e l’ascoltatore viene trasportato in un mondo di pura
irrealtà in cui l’esperienza ed il vissuto scompaiono pur mantenendo
il pezzo il suo equilibrio formale ed emozionale,
cosa questa che caratterizza la musica di Mendelssohn in generale
(Mendelssohn non abbandonò mai del tutto la tradizione musicale
precedente pur arricchendola delle istanze storiche del suo
tempo e della fecondità della sua fantasia).,
Tre uomini, dunque,
tre composizioni in cui il sogno è tema ma, insisto, tre composizioni
di tre uomini che furono uomini prima di essere tre grandi musicisti;
tre uomini la cui esistenza “normale”, regolare è il dato che
più mi colpisce nella comprensione di questo concerto, nella
ricerca del perché del loro accostamento, del perché di un’unione
così strana. Eppure, al di là della facile polemica – se così
la si può chiamare – legata all’uso delle parole (irrealtà e
sogno), l’intera serata è stata percepita dai più come una serata
in cui la dimensione poco plausibile della favola e del sogno
- positivo e rassicurante - permeava non solo lo stile dell’esecuzione
e dell’interpretazione ma pure l’atmosfera in sala. Non è ovviamente
facile a spiegarsi in quanto determinate sensazioni si avvertono
sulla pelle, attraverso i nervi, e molto meno in termini razionali,
ma così è stato a partire dal pezzo d Ives, con l’orchestra
nascosta dietro le quinte e che al termine dell’esecuzione è
comparsa poco alla volta sul palcoscenico, all’applauso del
pubblico, per finire con gli ultimi versi di Shakespeare (So,
goodnight unto you all/ Give me your hands, if we be friends/
and Robin shall restore amends.) sussurrati da una sorridente
e dolcissima Nicoletta Braschi che porgeva la mano al direttore
(durante le prove del martedì pomeriggio il direttore aveva
simbolicamente abbracciato l’intera orchestra) e si congedava
dal pubblico così come al termine di una commedia. Sarà per
una questione di gusti, ma mi chiedo se non sarebbe stato altrettanto
bello raccontare anche altro, quell’altro che i tre pezzi portano
dentro e che, a mio avviso, nega proprio quella dimensione squisitamente
fiabesca e lusingatrice che invece è stata la sola ad essere
stata avvertita. Perché non porre in rilievo anche il valore
concreto della irrealtà in Ives o la critica sottile di Prokof’ev
nel giudicare un momento della storia del suo paese ? e perché
non raccontare in un singolare ma evidentemente quanto mai “irreale”
rapporto musica/letteratura quanto poco astratti e fantastici
siano i contenuti in Shakespeare in generale e pure nel “Midsummer Night’s Dream” in cui,
proprio attraverso l’ausilio di un sogno, il drammaturgo accenna
a quell’interesse per l’umano nelle sue verità più profonde,
più temibili, nei suoi devastanti limiti, limiti che saranno
poi la materia delle opere successive ? perché no ? Un signore,
abituale frequentatore dei concerti di Ferrara Musica, discuteva
sulla banalità del proporre il “Sogno di una notte di mezza
estate” e la sua abusata “Marcia nuziale”; una signora
dalla parlata elegante riteneva che la recitazione della Braschi
non fosse stata all’altezza della situazione (“è pur sempre
Shakespeare! Ci aspettavamo qualcosa di più”), ma entrambi peccavano
nella condanna di una interpretazione che non voleva concedere
proprio quel “qualcosa di più”; il sogno, un vago anelito
alla serenità (forse anche un addio alla fedele e disponibile
Ferrara?) erano l’offerta del concerto al pubblico presente
e Nicoletta Braschi è apparsa stupendamente inserita in un quadro
per cui le si chiedeva di essere dolce come lei è stata, di
essere sorridente come lei é stata, di stringerci la mano …sperando
di non averci annoiati.
Bella e curata, in ogni
modo e fuori di dubbio, la direzione di Claudio Abbado (ringrazio
chi mi ha dato la possibilità di assistere alle prove del martedì
pomeriggio, autentiche miniere di idee, luoghi di apprendimento
e di comprensione anche di quella arte attenta di leggere la
partitura del Maestro Abbado; arte a tal punto degna di attenzione
da aver lasciato la prova un ricordo e un’emozione anche più
intensi del concerto vero e proprio); una serata, come ha voluto
giustamente vedere qualcuno, in cui si sono lasciati da parte
i dolori insiti in altre partiture proposte dal Maestro nel
corso di quest’anno come pure “l’altro” che i tre pezzi
in programma celano in sé: se non sarà un addio a Ferrara, sarà
stato in ogni caso un modo dolce per iniziare una stagione.
Daniela
Testa, ottobre 2004 |