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WOLFGANG
AMADEUS MOZART
DIE
ZAUBERFLÖTE
Singsspiel
in due atti su libretto di Emanuel Schikaneder
Personaggi
e interpreti:
Sarastro,
Matti Salminen
Tamino,
Christoph Strehl
Pamina,
Rachel Harnisch
Papageno,
Nicola Ulivieri
Königin
der Nacht, Ingrid Kaiserfeld
Erste
Dame, Caroline Stein
Zweite
Dame, Heidi Zehnder
Dritte
Dame, Anne-Carolyn Schlüter
Sprecher,
Georg Zeppenfeld
Monostatos,
Kurt Azesberger
Drei
Knaben, solisti del Tölzer Knabenchor
Erster
Priester, Andreas Bauer
Zweiter
Priester, Danilo Formaggia
Dritter
Priester, Tobias Beyer
Erster
Geharnischter Mann, Danilo Formaggia
Zweiter
Geharnischter Mann, Sacha Borris
Drei
Sklaven, Matthias Bernhold – Martin Olbertz – Tobias Beyer
Mahler
Chamber Orchestra
Direttore,
Claudio Abbado
Festspielchor
Baden-Baden
Regia,
Daniele Abbado
Die
Zauberflöte fu composta da Mozart nel 1791 e fu presentata
al pubblico il 30 settembre dello stesso anno al “Theater auf
der Wieden” di Vienna. L’opera, contrariamente a quanto si credeva
un tempo, non fu commissionata a Mozart da Emanuel Schikaneder
nel tentativo di salvare un teatro da sicura rovina, ma nacque
dalla collaborazione e dall’amicizia tra i due anche in risposta
alle esigenze del musicista interessato da sempre alla creazione
di un’opera tedesca; è anche possibile affermare che l’idea
dell’opera fu di Mozart il quale, per la prima volta in vita
sua si apprestava ad affrontare il mondo delle “Zauberopern”,
tanto popolare ed apprezzato a Vienna e la scrittura di un Singspiel,
genere altrettanto popolare e “tedesco”. Lo “Zauberstück”, così
amato nel mondo popolare viennese, altro non era che la trasformazione
tedesca di un tipo di teatro barocco che derivava dalla diffusione
europea dell’opera veneziana del Seicento; il Singspiel, a sua
volta, era un genere nato a Vienna intorno al 1710 che si distingueva
dall’opera italiana per la assenza di recitativi semplici e
per la combinazione di brani vocali e strumentali con dialoghi
parlati. Come sempre nella sua produzione, Mozart adottò le
convenzioni associate al genere operistico fatte salve alcune
modifiche, alcune “innovazioni”, quali il mantenimento dei dialoghi
parlati e l’ausilio degli espedienti musicali dell’opera buffa
italiana accanto ovviamente (si rimanda per questo ambito a
studi di natura tecnica e specialistica) ad una profonda conoscenza
della scienza strumentale e della nuova funzionalità dell’orchestra
che partecipa come attore a tutti gli effetti allo svolgimento
del dramma.
Ulteriori
considerazioni necessarie alla comprensione della genesi della
Zauberflöte sono, forse da ricercare nella produzione
mozartiana del suo ultimo anno di vita. Contrariamente, anche
in questo caso, a quanto si crede, il 1791 fu un anno di grande
produzione (non a caso proprio in quest’anno Mozart compose
e la Zauberflöte e il Requiem); quello che lascia
sconcertati è semmai il tipo di scrittura, il dolente dover
riconoscere che tali composizioni, scritte su richiesta, dovessero
essere state accettate anche in obbedienza ad un bisogno materiale
particolarmente urgente (sulle condizioni economiche del compositore,
vale la lettura delle lettere inviate in questo periodo ai vari
amici a cui Mozart si rivolgeva per ottenere dei prestiti);
sono di quest’anno, infatti, le numerosissime Danze orchestrali
scritte per le occasioni mondane dell’aristocrazia e della borghesia
viennesi; la Fantasia in fa minore (K.608); l’Andante
(o Rondò K.616) per rullo d’organo meccanico; l’Adagio
e il Rondò K.617 per Glas-Harmonika (strumento fatto
di bicchieri variamente intonati da “suonare” con le punte inumidite
delle dita); inoltre, come viene sostenuto da più studiosi va
considerata la particolarità tecnica, compositiva delle opere
in questione; particolarità che, per dirla semplicemente, si
evince innanzi tutto nell’abbandono di determinate forme di
composizione quali la sinfonia – genere praticato per tutta
la vita – lasciata da parte con la composizione delle tre ultime
gigantesche sinfonie del 1788 (K.543, K.550, K.551); il concerto
per pianoforte e orchestra (l’ultimo verrà terminato il 5 gennaio);
la sonata per pianoforte (quella in re maggiore, K. 576, è l’ultima
del genere); come sosteneva Massimo Mila, con il Concerto
per clarinetto K.622,Mozart si chiudeva con la grande forma
e, in qualche modo, anche con l’ambizione della notorietà e
del successo nel mondo intellettuale “alto” per avvicinarsi
ad un mondo diverso, quello delle platee popolari a cui la Zauberflöte
era destinata.
Queste
le premesse storiche; ciò nonostante, la Zauberflöte
resta un terreno di difficilissima comprensione in quanto nulla
o tutto di quanto fece da cornice o da materia grezza per la
sua composizione può fornirne una spiegazione esauriente, al
punto che più se ne legge, più si studia al riguardo, più se
ne inseguono i giudizi, meno si giunge ad un chiarimento, ad
un suo pieno possesso. Quali sono, in effetti, le ragioni per
cui, rispetto ai capolavori della Trilogia su libretti
di Da Ponte, la Zauberflöte ci lascia quantomeno disorientati,
se non, nel peggiore dei casi, delusi ? oppure, quali le ragioni
per cui, come per i musicisti romantici di area tedesca quali
Beethoven e non solo lui (si pensi agli influssi dell’opera
nelle composizioni di Mendelssohn, Weber, di Schubert, di Wagner
, come bene individuò Stravinskij), quest’opera risulta come
la più grande, senza possibili confronti, tra le opere di Mozart
?
Fermo restando
che una verità non esiste e che opere come queste sono destinate
ad essere variamente apprezzate e variamente interpretate, bisogna
considerare il dato inoppugnabile che nella Zauberflöte
sono presenti elementi stilistici che saranno ripresi dal
Romanticismo tedesco ed è in virtù di questa affermazione che
si è visto in questo lavoro la prima opera romantica in senso
assoluto (così come sosteneva Stravinskij); d’altro canto non
si può nemmeno negare la presenza di elementi derivanti dalla
simbologia massonica, né tantomeno dare torto a chi considera
l’opera un esempio perfetto, il più perfetto, della scrittura
musicale illuminista. Tali considerazioni, rilevabili ad un
esame attento della partitura, trovano una loro ulteriore, seppur
banale, conferma se si considera l’opera nel suo insieme di
musica e contenuto (quello che lo spettatore “vede e sente”,
parole e teatro): il richiamo al mito egizio, alle arti
magiche, agli incantesimi, ad un mondo lontano e fiabesco (“figure”
del Romanticismo tedesco); un vago seppur difficilmente dimostrabile
richiamo a Shakespeare nelle figure della Regina della Notte
e degli spiriti maligni (anch’essi riscoperti dal Romanticismo
germanico); la presenza costante del numero “3” (tre Dame, tre
fanciulli, tre prove); il richiamo agli ideali filantropici
ed utopici dell’Illuminismo. Di fronte, allora, a tale possibile
raggio di possibili letture e non volendo negare credito a nessuna
di queste – perché, in effetti, disonesto – sarebbe conveniente,
forse, cercare di evitare una unilateralità di giudizio, una
verità a tutti i costi (la complessità del genio è difficilmente
incastrabile in una “verità” assoluta) e tentare una via di
probabile comprensione evitando facili giudizi derivanti dalla
presenza di elementi, quali quelli citati che possono distrarre
e forzare la valutazione complessiva. Una strada in questo senso
potrebbe essere quella dello spogliarsi umilmente delle proprie
sovrastrutture accademiche, non dare peso eccessivo a nessuna
delle varie simbologie presenti, siano esse riferibili al Settecento,
secolo di Mozart, o al secolo successivo, e cercare piuttosto
nell’ascolto reiterato e in ciò che Mozart suscita (ovviamente
presupponendo che Mozart fosse già lui un essere pensante e
non semplicemente un abile compositore d’occasione, cosa questa
ancora difficile da ottenere anche a livello accademico) e cercare
i punti di contatto la sua produzione in generale, con la stessa
Trilogia – come a me viene da pensare – e con la sua
produzione dell’ultimo periodo della sua esistenza, con l’idea
che in Mozart qualcosa fosse cambiato.
Nonostante,
infatti, io sia stata convinta fino a pochissimo tempo fa che
la Zauberflöte fosse un’opera a sé stante in cui prevaleva
un ideale umanitario e un anelito all’amore universale non così
apertamente percepibile in altre opere, sono tentata di vedere
oggi, dopo tanti ascolti e di fronte a questa nuova messa in
scena al Teatro Comunale di Ferrara, un legame non sottile con
la Trilogia- in particolare con il ”Così fan tutte” a
cui non avevo pensato prima. Ripartendo dal fatto certo che
l’ultimo periodo della produzione di Mozart sia caratterizzato
da un allontanamento dagli interessi contenutistici e formali
(continuo ad usare una distinzione non esatta per la musica,
ma non so trovare altra espressione) che lo avevano accompagnato
lungo tutto il breve percorso della sua carriera di musicista,
si può considerare la Zauberflöte come la conclusione,
con occhi disincantati e ormai non sereni ma consapevoli, di
quel percorso nella conoscenza dell’uomo che aveva costituito
la cifra più evidente del suo teatro. Il tema resta quello dell’Amore,
che qui, però, non è più analizzato attraverso lo studio dei
rapporti interpersonali, ma attraverso una logica quasi “a priori”
che esclude già di per sé qualsiasi concessione al dramma, a
quel movimento che, al contrario, individuano i personaggi della
Trilogia. Se, in effetti, la ricerca della felicità nella
accezione illuminista di Libertà propria ed altrui, veniva raccontata
attraverso lo scontro di individualità che legavano e costruivano
il proprio destino nell’incontro con altri individui ed altri
desideri di Libertà (tutti i personaggi della Trilogia sono
personaggi a tutto tondo, con caratteristiche psicologiche finemente
delineate e dotati di umanità vera) e sul terreno “scivoloso”
ed ambiguo dell’Amore non spirituale ma carnale (è sul terreno
del desiderio, dell’eros, dell’intrigo, del tradimento che si
circoscrive la natura squisitamente terrena, illuminista dei
personaggi della Trilogia), non così viene raccontata
la ricerca della felicità nella Zauberflöte in cui l’Amore
assume la forma di pura idea e i personaggi sono tra i meno
caratterizzati del teatro mozartiano. In effetti, ciò che manca
nella Zauberflöte è proprio quella “necessità” dell’Altro
come motore della vita e fattore epifanico; mancanza rilevabile
al punto tale che non esiste di fatto, pur parlando d’amore,
nessun rimando all’esperienza erotica, alla pulsione sessuale
che muove un Don Giovanni per eccesso, ma pure una Zerlina,
una Susanna o una Contessa. Cosa quasi paradossale, l’amore
si scinde per la prima volta in due facce che si mantengono
separate, come se l’antica utopia di un ritorno alla Natura
(in Mozart, in un appagamento alla pari di spirito e carne,
senza esclusivo riamando all’Idea) in termini di Carne e Ragione
non fosse più perseguibile: da un lato, l’amore puro, tangibilmente
asessuato, di Tamino e di Pamina; dall’altro, l’amore coniugale,
in termini di unione naturale di maschio e femmina, di bambini
che saranno frutto di quell’unione, quello di Papageno e Papagena,
figure a cui non è concesso ascendere all’Idea (buon per loro,
sembra sottintendere la musica), ma semplicemente alla tolleranza
di cui la loro unione sarà oggetto.
Il “Così
fan tutte” sanciva la vittoria della società di fronte alle
pulsioni naturali e il perdono l’ovvio seppur triste riconoscimento
della “necessità” della regola sociale a dispetto della felicità
troppo personale, troppo individuale del singolo, la Zauberflöte,
al contrario, sembra non voler ribattere il medesimo
concetto, ma descrivere, senza pathos, la strada della felicità
sociale che ha come fine il matrimonio quale suggello d’appartenenza
ad una comunità. Anche nelle tre opere della Trilogia
è il matrimonio il fine sociale delle coppie sulla scena; è
il matrimonio ciò che il singolo mina nella propria ricerca
di felicità (l’amore è il motore che unisce e disgiunge il vincolo
matrimoniale) e la libertà si esplicita nella ricerca del compagno
o della compagna, della moglie o del marito verso cui la Natura
spinge. Nella Zauberflöte non solo il matrimonio esiste
senza discussione (che sia esso La Forma della felicità non
ha importanza), ma è qualcosa al cui raggiungimento è destinata
l’umanità: un mondo, una condizione ideale e pura di cui appropriarsi
attraverso prove (l’innamoramento, così immotivato, di Tamino
verso la donna del ritratto potrebbe essere la metafora della
occasione di serenità tutta razionale da cogliersi in fretta,
una prova tra le altre) che non implicano sentimenti o pulsioni,
ma forza morale nelle coppie virtuose ed asettiche come quella
di Tamino e Pamina o da ottenere in modo “naturale” ma altrettanto
asettico nelle coppie come quella di Papageno e Papagena.
Se per
Mozart i caratteri individuali erano stati il punto di fermo,
il perno attorno al quale costruire un mondo diverso e migliore,
con la Zauberflöte l’idea, la massa, variamente identificabile
in una delle due coppie, prende il sopravvento; quella malinconia
(se la si vede), che fa da contrappunto alla dirompente felicità
dei personaggi della Trilogia, ha nella Zauberflöte
il ruolo dominante: la società costituita canta, senza contestazioni
o tentativi di contestazione, le sue leggi. La repressione delle
passioni e quindi la non necessità di individui in scena, la
morte del desiderio di una vita fruibile in terra è l’espressione
di una rassegnazione raggiunta: Mozart, nell’ultimo periodo
della sua vita, molto probabilmente non scoprì l’amore fraterno
(se mai ne avesse avuto voglia); piuttosto riconobbe che l’unica
felicità possibile si presentava in quella piena, seppur sofferta
accettazione delle convenzioni a dispetto della libera espressione
del sé; senza angosce, senza desiderio di un mondo oltre la
vita, senza gli spasmi malati dei successivi romantici, in quella
compostezza, chiamata poi classicismo, che gli era peculiare.
Chissà, forse, la stessa forma della favola, fu il mezzo più
idoneo per dire questo; per un addio, non certo per una morale,
non certo per esprimere una felicità che appare, a ben vedere,
piuttosto assente.
A fronte
delle mie banali considerazioni, ma senza esprimere un giudizio
più di tanto, la perplessità con cui ho accolto questa edizione
reggiano-ferrarese della Zauberflöte. Perplessità, insisto;
perplessità di fronte ad una operazione che si diceva complessissima
già sulla carta perché difficilissimo trovare una “spiegazione”
più o meno plausibile dell’opera. Senza andare a toccare le
ragioni della regia (ogni interpretazione è valida se non palesemente
fuori di logica), credo che si sarebbe fatto meglio, e sarebbe
in ogni caso meglio, evitare paradossalmente ogni interpretazione
(ogni riflessione; queste le lasciamo a chi ama scrivere) sui
contenuti possibili e peccare di semplicità piuttosto che sovraccaricare
con troppo evidente pensiero. Questa regia, come tante altre
regie attualmente, ha peccato nella mancanza di allusioni, nella
mancanza di rimandi, nella mancata libertà concessa allo spettatore,
nella esplicita volontà di palesare i suoi intenti e gli intenti
in questione erano le mille ed una cosa che dal testo si potevano
evincere; se si è evitato, perché non più di moda, l’esplicito
riferimento all’antico Egitto con piramidi e sfingi, non si
sono evitati i mostri, le bocche di gatto (?) gigantesche da
cui salta fuori la verginale Pamina vestita di chiaro, le mille
teste di animale con cui, mi sembra, implicitamente, si richiami
Shakespeare (forse quello della Midsummer Night ’s Dream);
inoltre, la personale interpretazione “moderna”dell’opera
intesa in senso psicanalitico come “rinascita” da uno stadio
di buio (cattiveria, individualismo cecità intellettuale, affettiva
e così via) ad uno stadio di ritrovata luce, fratellanza, armonia.
Di qui il contrasto forti tra il nero ed il rosso scuro del
primo atto e la luminosità gialla del finale; di qui lo
stravolgimento dei personaggi di contorno che mutano in demoni
interiori, al marcio individuale fino alla dubbia risoluzione
finale in un troppo esplicito – e se non erro non previsto –
amore universale o bontà con tutti in scena felici e contenti
a lanciare in alto quanto hanno per le mani. Una lettura che
spiegava per accumulo, attraverso il filo rosso, della resurrezione
interiore e sociale. Non so: lavorare sulla semplicità, sull’aspetto
fantastico dell’opera conservando quello spessore di sogno che
l’opera prevede, essere un po’ meno consapevoli del fatto che
nessuno crede più alle favole, forse avrebbe reso lo spettacolo
più aereo, apparentemente più banale, ma avrebbe rispettato
quegli equilibri poetici che Mozart ha saputo creare. Il significato
recondito, qualunque riteniamo che sia, sarebbe venuto fuori
da sé.
A questo
studio tanto minuzioso dei significati pare non essere stata
corrisposta una altrettanto minuziosa scelta dei cantanti (cosa
che Mozart faceva) e delle loro capacità vocali, anche perché
la messa in scena di quest’opera, difficilissima anche in questo
senso, avrebbe richiesto un cast quantomeno al di sopra degli
standard normali. Non trovando nulla da dire, quindi, per la
parte maschile della compagnia, molto purtroppo ci sarebbe da
dire della parte femminile, quasi tutta non in grado di affrontare
la parte, vuoi per una ragione o vuoi per un’altra; un esempio
per tutte, come notato in buona parte delle recensioni apparse
sui giornali, quello della Regina della Notte: salvata in extremis
dal primo violino al termine della prima aria e straziante nella
seconda, quasi ai limiti della stonatura, in una serie di urli
più o meno veementi, ma rivelatori anch’essi di una inadeguatezza
nell’affrontare quel ruolo. E insieme a lei, una Pamina freddina,
una Papagena senza spessore, tre Dame a simboleggiare tentazioni
erotiche in sottovesti bianche o abiti rosso fuoco, ma poco
di più.
Grande,
a questo punto, come sempre, ma in questo caso in modo particolare,
la direzione razionalissima di Abbado senior, attentissimo ad
ogni particolare, con un taglio interpretativo moderno, senza
leziosità, nel rispetto della complessità della partitura.
Felicità
e ovazioni al termine; teatro in delirio; applausi per tutti
(è così nella dolce e accogliente Ferrara; non per dabbenaggine
o faziosità comunque ben rappresentata anche in questa occasione;
ci sono stati anche una serie di fischi all’indirizzo giusto!).
Un ultimo
appunto: un critico molto noto, le cui recensioni trovo intelligenti
e sottili, si è compiaciuto del fatto che il pubblico abbia
ascoltato la musica e considerato poco il testo del libretto.
A parte il fatto che Mozart, pur ritenendo la parola docile
ancella della musica, non prevedeva dei libretti demenziali
o inefficaci ( e guarda caso, i suoi non lo sono, nemmeno questo,
dopotutto), temo che si dovrebbe essere più cauti nell’esprimere
felicità per un teatro stracolmo e di un pubblico attento alla
musica: il pubblico (ed io prima fra questi) era lì numeroso
per la presenza di un grande direttore e, di conseguenza, di
un grande evento. Penso a modo mio, al povero Mozart, il quale
da un ipotetico “Lassù”, guardava triste in giù e si chiedeva
come mai tali successi tocchino ad altri (con tutto il rispetto,
ma, in campo musicale, così è) e poco toccarono a lui
e, forse, si sia consolato nel vedere che in tanti, nonostante
tutto si siano rifugiati nell’ascolto di quella grande musica
proprio perché era quella la cosa preziosa ed unica della serata…
Voglio dire: non stiamo a demonizzare i libretti laddove è possibile;
se veramente volessimo essere onesti, bisognerebbe abolire tutto,
regie, scene, costumi, sovrastrutture interpretative, tutto.
Non esisterebbe più l’opera o, forse, si sarebbe costretti a
inventarla di nuovo. Chissà, forse anche Mozart, con lo sguardo
di oggi, sarebbe d’accordo.
Daniela
Testa, 20 maggio 2005 |