MILANO 2005

 

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MILANO

AUDITORIUM VERDI

HENRY PURCELL, THE FAIRY QUEEN

DIRETTORE, RUBEN JAIS

REGIA, MARC VERZATT

Si tratta della Fairy Queen di Henry Purcell e non è l’esecuzione della Royal Albert Hall trasmessa nel Festival dei Festival di Radio Tre il 17 luglio. Purtroppo ho scoperto troppo tardi che c’era e me la sono persa…Comunque, suonava il Gabrieli Consort diretto da Paul McCreesh e tra i cantanti ho riconosciuto solo Charles Daniels, ma mi è bastato per restarci malissimo di non averlo saputo in tempo.

Come hanno affrontato all’Auditorium il groviglio di problemi che ci sono per rappresentare oggi una semi-opera del Seicento inglese – qualunque cosa voglia dire la definizione dei manuali, oltre alla rigorosa e istintiva diffidenza britannica verso le pratiche musicali dei latini papisti?

Musicalmente hanno eseguito la versione di Benjamin Britten, cioè niente recitativi, abbandono totale dello svolgimento drammatico della commedia di Shakespeare da cui proviene il testo di Purcell già con una libertà licenziosa di suo e semplice aggregazione dei masques intorno a quattro temi: Il compleanno di Oberon, Notte e silenzio, La dolce passione e l’Epitalamio finale facendo anche modifiche nell’ordine dei numeri. Non è quello che si dice filologico, ma il risultato è un’ora e mezza di musica estremamente gradevole e entertaining, come nelle intenzioni dell’originale, per un pubblico moderno di non addetti ai lavori.

Il palcoscenico era allestito con l’orchestra nella metà di sinistra, i gradini per il coro dietro alle sedie dei solisti e davanti uno spazio vuoto, più o meno pari a quello occupato dall’orchestra. Così veniva da pensare che, visto che non era in forma scenica benché la locandina nominasse un regista, sarebbe stato in forma concertistica poiché tertium non datur. E invece no.

I solisti, donne in lungo e uomini in smoking, non avevano i leggii e durante i loro pezzi usavano lo spazio libero per una serie di movimenti a tempo che erano allusioni a quello che cantavano. La parte poi del poeta ubriaco era fatta con una mimica realistica alquanto più avanti sulla strada del ‘recitar cantando’. Detta così può sembrare un’americanata, ma mi è piaciuta mille volte di più di un Oro del Reno che ho visto alla Scala in forma concertistica con tutti i solisti impalati dietro ai leggii e Alberico e Wotan in smoking, sia pure con le scuse perché per i soliti motivi enigmatici avvolti nel mistero non era stato possibile darlo in forma scenica..

L’Orchestra Verdi ha dato delle belle soddisfazioni, era diretta da Ruben Jais e il coro ‘Sine nomine’ di Varese è stato all’altezza. I solisti, tutti giovani professionisti provenienti dalla Yale University School of Music mi sono apparsi un po’ acerbi con sporadiche incertezze nella prima parte mentre nella seconda erano più sciolti e hanno fatto molto meglio.

Il programma di sala informa che il regista Marc Verzatt aveva iniziato la sua carriera artistica come ballerino e a questo punto si è capito come gli è venuto in mente di usare il movimento nello spazio. Dalla stessa fonte viene anche un quesito: la traduzione del testo era per gentile concessione di Ravenna Festival, ma ho controllato e nel programma c’era solo il balletto di Mendelssohn con l’immancabile Roberto Bolle. Che ci sia sotto un trigo con il famoso direttore?

Adriana Guglielmini, 21 luglio 2005