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MILANO
AUDITORIUM
VERDI
HENRY
PURCELL,
THE FAIRY QUEEN
DIRETTORE,
RUBEN JAIS
REGIA,
MARC VERZATT
Si
tratta della Fairy Queen di Henry Purcell e non è l’esecuzione
della Royal Albert Hall trasmessa nel Festival dei Festival di
Radio Tre il 17 luglio. Purtroppo ho scoperto troppo tardi che
c’era e me la sono persa…Comunque, suonava il Gabrieli Consort
diretto da Paul McCreesh e tra i cantanti ho riconosciuto solo
Charles Daniels, ma mi è bastato per restarci malissimo di non
averlo saputo in tempo.
Come
hanno affrontato all’Auditorium il groviglio di problemi che ci
sono per rappresentare oggi una semi-opera del Seicento inglese
– qualunque cosa voglia dire la definizione dei manuali, oltre
alla rigorosa e istintiva diffidenza britannica verso le pratiche
musicali dei latini papisti?
Musicalmente
hanno eseguito la versione di Benjamin Britten, cioè niente recitativi,
abbandono totale dello svolgimento drammatico della commedia di
Shakespeare da cui proviene il testo di Purcell già con una libertà
licenziosa di suo e semplice aggregazione dei masques intorno
a quattro temi: Il compleanno di Oberon, Notte e silenzio,
La dolce passione e l’Epitalamio finale facendo anche modifiche
nell’ordine dei numeri. Non è quello che si dice filologico, ma
il risultato è un’ora e mezza di musica estremamente gradevole
e entertaining, come nelle intenzioni dell’originale, per un pubblico
moderno di non addetti ai lavori.
Il
palcoscenico era allestito con l’orchestra nella metà di sinistra,
i gradini per il coro dietro alle sedie dei solisti e davanti
uno spazio vuoto, più o meno pari a quello occupato dall’orchestra.
Così veniva da pensare che, visto che non era in forma scenica
benché la locandina nominasse un regista, sarebbe stato in forma
concertistica poiché tertium non datur. E invece no.
I
solisti, donne in lungo e uomini in smoking, non avevano i leggii
e durante i loro pezzi usavano lo spazio libero per una serie
di movimenti a tempo che erano allusioni a quello che cantavano.
La parte poi del poeta ubriaco era fatta con una mimica realistica
alquanto più avanti sulla strada del ‘recitar cantando’.
Detta così può sembrare un’americanata, ma mi è piaciuta mille
volte di più di un Oro del Reno che ho visto alla Scala
in forma concertistica con tutti i solisti impalati dietro ai
leggii e Alberico e Wotan in smoking, sia pure con le scuse perché
per i soliti motivi enigmatici avvolti nel mistero non era stato
possibile darlo in forma scenica..
L’Orchestra
Verdi ha dato delle belle soddisfazioni, era diretta da Ruben
Jais e il coro ‘Sine nomine’ di Varese è stato all’altezza. I
solisti, tutti giovani professionisti provenienti dalla Yale University
School of Music mi sono apparsi un po’ acerbi con sporadiche incertezze
nella prima parte mentre nella seconda erano più sciolti e hanno
fatto molto meglio.
Il
programma di sala informa che il regista Marc Verzatt aveva iniziato
la sua carriera artistica come ballerino e a questo punto si è
capito come gli è venuto in mente di usare il movimento nello
spazio. Dalla stessa fonte viene anche un quesito: la traduzione
del testo era per gentile concessione di Ravenna Festival, ma
ho controllato e nel programma c’era solo il balletto di Mendelssohn
con l’immancabile Roberto Bolle. Che ci sia sotto un trigo con
il famoso direttore?
Adriana Guglielmini, 21 luglio 2005 |